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Solennità di tutti i santi. Omelia dell'Arcivescovo

on 01 Novembre 2012.

OgnissantiFratelli e sorelle nel Signore, il Signore ci dia pace in questo giorno d’Ognissanti!

Il Papa, entrando in questa nostra Cattedrale il 13 maggio scorso, rimaneva incantato dalla bellezza austera del nostro Duomo. Gli occhi rivolti alla Pentecoste del Marcillat sulla facciata e poi all’Arca di San Donato, commentava, con il piccolo gruppo degli accompagnatori, che la vetrata d’ingresso è l’inizio della storia della Chiesa. L’Arca preziosa nel cuore dell’abside, ne è la felice conclusione: il Paradiso, dove tra i santi Donato e Gregorio si ricomporrà tutta la nostra storia e dove Maria è sempre al centro in questa terra aretina. In mezzo ai due poli, diceva il Sommo Pontefice, ci siamo noi, il popolo di Dio aiutato dalla dimensione sacramentale della Chiesa, mirabilmente rappresentata dall’arte dei nuovi arredi liturgici del presbiterio di questo tempio.

L’angelo presso il sepolcro vuoto, che è l’ambone, annunzia, nel tempo, la vittoria di Cristo sulla morte; mentre l’albero della vita congiunge il paradiso terrestre perduto, con il paradiso che si può ritrovare attraverso la divina liturgia, che è rammentata nel simbolo dal cero pasquale a chiunque guarda il luogo della Parola. Al centro, la pietra del sepolcro ribaltata divenuta la mensa su cui si celebra l’eucaristia, dove Gesù, vero angelo della pace, offre l’ulivo, perché tutta l’assemblea, cibandosi di Cristo nel Santissimo Sacramento dell’altare, riprenda con coraggio il cammino nel tempo.

Il ministero pastorale, raffigurato nella Cattedra, esprime il servizio di tutto il presbiterio al popolo che ci è affidato, perché lo illuminiamo, proponendo la fede e lo riuniamo per affermare la comune identità della città di san Donato. Quando Arezzo si muove unita è capace di mostrare la sua qualità, prima condizione per affrontare il futuro con dignità.

Gli antichi chiamavano la festa di oggi “Pasqua d’Ognissanti”. Ci è cioè chiesto, di passare da una visione mondana della Chiesa, talvolta appesantita dalle vicende della storia, dalle contraddizioni, dagli scandali, e anche dal peccato, alla contemplazione del “Cristo totale”, come sant’Agostino chiamava il popolo di Dio. La testa è Gesù, e le membra, che siamo noi, sono una cosa sola con Lui: questa è la Chiesa.

La santità di Dio che ci è partecipata ci salva. Non la nostra giustizia, pur necessaria, che è sempre limitata e relativa. Siamo qui per celebrare la Chiesa, che al di là delle miserie e del limite, ci rallegra della comunione con i Santi, che sono già con il Signore nella Gerusalemme del Cielo.

Nell’Anno della Fede, riusciremo nella Chiesa madre, a intravedere attraverso il nostro comune pregare, la città dalle salde mura, dei Santi, la Gerusalemme che ci attende in Cielo? Sì, oggi è la festa della Chiesa, dei tanti santi che pur non canonizzati, sono la radice delle nostre famiglie e identità forte della nostra terra. Penso alle donne forti che anche quest’anno ci hanno lasciato, talvolta nel dolore della malattia o nella pesantezza degli anni. Lasciate che ricordiamo insieme quanti quest’anno il cancro ne ha falcidiati nelle nostre famiglie, tra gli amici, in mezzo a noi. Pieni di fede, questi nostri fratelli, anche nel dolore, si sono schierati con i santi. Nella pienezza della fede il ricordo va anche agli uomini giusti e alle donne probe di questa città di cui noi cristiani siamo davvero parte responsabile e dignitosa. L’esistente non è solo quello che appare. Dice un antico proverbio di terre lontane: “Fa più chiasso un albero che cade, che un’intera foresta che cresce”. Così voglio guardare Arezzo nostra. Sono più gli uomini e le donne che hanno costruito famiglie sane e benedette, che le vittime della cultura debole del nostro tempo. Molti sono già con i Santi in cielo; tantissimi sono parte della nostra società. Questo è il giorno giusto per pensare e per decidere chi intendiamo scegliere come esempio di riferimento.

            Siamo inviatati dalla Parola di Dio a guardare al di là del banale e dell’effimero. Questa storia in cui viviamo non è definitiva. Vi è un fermento, al suo interno che la fa evolvere. Gli dei falsi e le mode che il potere viene a proporre ai piccoli, sono ancora una volta caduti. Oggi è il giorno giusto per riprendere coraggio, per identificare uomini e no. In terra toscana, anche nel passato su questa sfida si dovettero cimentare i nostri predecessori: “Rectores orbis gens et primordia rerum hos falso pinxit quos coluitque deos”.

Altro è il nostro modo di vedere le cose, altra è la nostro progetto e la nostra speranza: “Poi vidi un angelo con in mano il sigillo del Dio vivente che gridava ai quattro angeli cui era stato concesso il potere di devastare la terra e il mare”. E se imparassimo a guardare ai nostri giovani come agli angeli possibili con cui questa città si rialza? In fondo questa è la terra dei santi Lorentino e Pergentino, nostri giovani protomartiri. La fede aretina è giunta come dono attraverso la testimonianza di giovani e credibili testimoni. Torniamo a far squadra intorno a loro, perché tutto il tessuto sociale in cui questa Chiesa si incarna possa riprendere smalto dalla vita soprannaturale e dalla forza di Dio, che ci è mostrata nei suoi santi.

Siamo invitati ad avere gli occhi rivolti verso la Gerusalemme del Cielo, che sta in fondo al percorso della storia, e che oggi contempliamo con i riti della memoria e la forza della speranza, gli occhi rivolti ai santi che sappiamo sugli spalti della città di Dio, pieni di premura verso di noi, antenati e amici di questa Arezzo odierna, che vuole ritrovare la via maestra di un futuro migliore. Siamo qui per intravedere la moltitudine immensa di quanti ci precedettero, sperando di risentirne la voce e di contemplarne la bellezza, come l’antico lapicida dell’Arca di san Donato ci ha insegnato a fare.

144mila è il loro numero simbolico che l’Apocalisse oggi ci rammenta, per dire che sono tanti e vengono da molte storie: dodici volte tanto le dodici tribù d’Israele. Siamo chiamati a renderci conto che la santità di Dio è più larga delle cronache del mondo. I padri della Chiesa ci suggeriscono i sentimenti più congrui, contemplando la città dei santi. Ci invitano a godere intanto della loro compagnia che è fatta del conforto della memoria e della loro intercessione continua. Quanti dei nostri sono vicini a Dio e pregano per le loro famiglie che ancora tribolano nel turbinio del tempo. Ancora ci è chiesto di meritare di essere concittadini di quei santi d’Arezzo che sono in Cielo: a noi, nella staffetta della storia, è capitato oggi il loro testimone, perché corriamo con giustizia e concordia la frazione della storia che è affidata al nostro operare. Tocca a noi fare la nostra parte, da “cittadini degni del Vangelo”.

Bernardo di Chiaravalle insegna che il Cristo che contempleremo nella Gloria, al termine del nostro personale percorso si presenta oggi coronato di spine, nei suoi poveri. La Chiesa, comunione dei Santi, è chiamata ad essere alternativa nei fatti alla logica materialista del tempo, per recuperare nello specchio di chi ci ha preceduto la via del Vangelo.

Siamo chiamati a rinnovare il nostro impegno a liberarci dai mali del cuore, per cui tanti dei nostri sono ramenghi senza l'unità interiore, in cerca del senso della vita.  I giovani del nostro tempo, vittime spesso inconsapevoli della cultura dell’effimero, ci interpellano, ci chiedono un buon esempio di vita cristiana. Ma anche a liberarci dai mali del corpo: il cancro, l'AIDS, la tossicodipendenza, la solitudine degli anziani, bisognosi di tutto. Se molto fa lo Stato, soprattutto in questi tempi difficili occorre un supplemento d’anima, una vicinanza d’amore a chi è nella sofferenza: la solidarietà dei cristiani si chiama carità, ed è l’unico bene che varca la soglia della morte. Ci è chiesto in questo tempo di ristrettezze di collaborare per rendere più umana la condizione di chi è nella malattia o nella disabilità o nella vecchiaia. Un sempre maggior numero di comunità cristiane danno vita a Caritas parrocchiali, perché la dimensione per sovvenire alle necessità della gente non è un fatto solo individuale. Richiede di coinvolgere almeno tutti i cristiani.

 I mali sociali sono la povertà di intere fasce della terra, la fame, la guerra, ecc. ma anche la condizione di molti nel nostro territorio che sono violentemente provati dalla crisi. Il Vangelo ci chiede maggiore sobrietà di vita e di uscire dalla cultura dell’individualismo egoista. Penso ai giovani che non trovano lavoro e che non sono messi in condizione  di sposarsi perché non hanno disponibilità neppure di una piccola casa. Qualcosa di concreto si può e si deve fare anche per loro. Il rifiuto dell’ingiustizia del mondo testimonia la concretezza della nostra aspirazione alla  santità. Tanti nel nostro tempo rincorrono falsi progetti di vita, per cui la gente si agita in cerca del vuoto. Ci è chiesto oggi di rinnovare il coraggio di essere cristiani nel mondo.

            Il Vangelo ci chiede di riappropriamoci dello spirito delle otto beatitudini: i poveri, gli afflitti, i miti, gli affamati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per causa della giustizia sono beati nella misura che hanno scelto la via del Vangelo, come alternativa alla cultura della morte che segna purtroppo anche significative manifestazioni del nostro tempo. Nella festa di Ognissanti ci è chiesto di fidarci del Signore: Chiesa è bello! Fisso lo sguardo verso la città dei Santi, che ci attende, alla fine del percorso, riprendiamo la marcia.

Cattedrale di Arezzo, 1 novembre 2012

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