L'omelia dell'arcivescovo Fontana alla Verna per la Festa di San Francesco

Questo luogo santo ci induce a rivisitare con singolare efficacia il carisma di Frate Francesco, che tra questi monti comprese che non basta la sequela del Cristo, ma occorre imitarlo progressivamente, fino il più possibile ad assomigliargli dalla povertà del presepio alla gloria della passione, con cui Gesù ci ha salvato. Ancor oggi Frate Francesco dalla Verna ripete ai suoi frati e a quanti con letizia raccolgono il fascino di quella esperienza, che è necessario seguire il santo Vangelo per renderlo oggi vivo e visibile. Quel mirabile progetto di vita ci chiede di scorgere Gesù Cristo, presente nel lebbroso, qualunque sia la condizione ripugnante dei fratelli nella tribolazione, visibile nel Crocifisso di San Damiano – ma anche in tutte le chiese del mondo, ispiratore della parola ascoltata alla Porziuncola e che tuttora risuona su questo sacro monte e nell’intimo delle nostre coscienze.


“Osservare il santo Vangelo”


Ci è chiesto questa mattina di rivisitare la profezia dell’ascolto e dell’accoglienza in noi del Vangelo di Gesù. Di fronte alla superbia del mondo che contrappone miriadi di proposte pagane alla gioventù del terzo millennio noi vogliamo fare nostra la strada dell’obbedienza a Dio, non solo dando adesione al santo Vangelo, ma accogliendolo nella nostra interiorità, fino a lasciarci trasformare dalla Parola. Ci facciamo carico della diversità. Siamo venuti pellegrini alla Verna, perché la Grazia divina ci faccia consapevoli del grande servizio d’amore agli uomini del nostro tempo se sapremo mostrare nella semplicità dei fatti l’autenticità di una scelta davvero umanizzante e nell’umiltà della nostra totale adesione, la testimonianza che sulle orme di Francesco si raggiunge la vera libertà e si assapora la gioia di scoprirci figli di Dio.
Il tributo che il Vangelo ci chiede è di non tenere per noi stessi questa meraviglia, ma di restituirlo agli uomini e alle donne di oggi camminando per le strade del mondo, pronti a dare ragione della speranza che è in noi, evangelizzando attraverso la scelta della minorità, che seguita a confondere i potenti e a minare l’arroganza dei superbi se avremo il cuore rivolto al Signore. Per dirlo ancora con le parole del francescanesimo delle origini, ci è chiesto di “seguire l’insegnamento e le orme del Signore nostro Gesù Cristo” .
Vivendo in umiltà in mezzo ad una generazione che si vanta nella trasgressione e ritiene ideale supremo della propria esistenza la sregolatezza e l’ardire, chiediamo al Signore la grazia di accogliere il Vangelo come “Regola e vita” : chiamati a ripartire dal Vangelo per viverlo nelle diverse e mutevoli condizioni attuali in cui ciascuno si trova.
Siamo venuti alla Verna per ridire il nostro impegno che, insieme con Francesco e come Francesco ce lo ha trasmesso, vogliamo “tenere ferme le parole, la vita e l’insegnamento e il santo Vangelo” di Gesù. Si tratta di accogliere il Vangelo come dono gratuito che ci viene offerto ogni giorno. La via per far nostra tanta ricchezza è accogliere la Parola con l’assidua lettura orante, consapevoli che essa ha l’intrinseca virtù di purificare le nostre azioni, e di tener vivo l’entusiasmo necessario per metterci di nuovo al servizio della Chiesa, raccogliendo dalla parte che ci è toccata in sorte la bellezza della contemplazione e la poesia dell’avventura che ci è proposto di vivere nello stile degli Apostoli, sul modello della comunità delle origini.
Perché la nostra vita possa avere il sapore della profezia è necessario che facciamo spazio alla Grazia e ci lasciamo “liberare dal torpore spirituale, dall’arida abitudine, dalla stanchezza e dalla rassegnazione, per ripartire con Cristo e la sua Parola” .


La lezione di La Verna: dalla sequela
alla imitatio


Il messaggio di Francesco in questo luogo santo ha suscitato nei secoli mirabile riflessione cristiana nei piccoli e nei grandi della terra. Quasi a fissare le tappe di un comune pellegrinaggio interiore, la contemplazione è guidata attorno ai temi più alti dell’amore di Dio per noi. La pietà che sgorga in ogni fedele di Cristo di fronte alla Santissima Annunziata qui ci è partecipata in modo straordinario dalla complessità di messaggi che Luca della Robbia ha voluto fissare nella materia, attingendo alle vette dell’arte nostra del Rinascimento.
Contemplare l’intervento di Dio nella perfezione formale di Gabriele esprime la delicatezza dell’Altissimo e la bellezza del creato incorrotto dal peccato. Dice anche la venerazione che l’universo intero riserba alla Regina degli Angeli. Dice infine nell’asperità dei boschi di La Verna l’eco della dolcezza della Porziuncola, alla quale tutti siamo legati come al luogo delle sante origini dell’Ordine.
Il Volto di Nostra Signora ci narra le infinite risonanze che si riassumono nella Vergine di Sion, motivando e testimoniando la bellezza di ogni vocazione cristiana e la meraviglia di essere coinvolti nel progetto di Dio che ancor oggi arreca la salvezza. Dio fa cose grandi e la sua Parola che già fu creatrice ricrea ancora e rinnova la faccia della terra.
Il presepio e la povertà di Betlemme ci fanno andare col pensiero e la preghiera alla Terra del Signore, ancor oggi martoriata e inspiegabilmente segnata dal dolore delle divisioni. Questa Chiesa diocesana che cresce da secoli all’ombra del Santo Sepolcro fa sua anche questa mattina la preghiera di tutto il popolo cristiano che dove è nato il Principe della Pace possa finalmente regnare la pace, tra tutti i figli di Abramo del Nuovo e del Vecchio Israele e di entrambi con i figli di Agar. Il pensiero va alla coraggiosa ed esemplare opera della Custodia di Terra Santa, che affonda nelle più antiche e belle intuizioni del Francescanesimo.
Il mistero dell’incarnazione non è mai sufficientemente esplorato. Quella povertà che già incantò i Padri del Monachesimo e i Dottori che con Girolamo ci hanno fatto giungere la dovizia della dottrina e la bellezza del Vangelo, trova nella persona di Francesco e di quanti ne seguono le orme la più pura contestazione dello spirito del mondo e delle ingiustizie della terra.
La Verna è il terzo polo. Qua Francesco comprese dalla Grazia divina, nel suo mistico rapporto col Serafino, che non basta contemplare, non è sufficiente provare a percorre la strada dei santi. Occorre passare dalla sequela del Cristo alla imitazione di Lui. Nel luogo delle stimmate, chiediamo anche noi d’essere segnati dalla esperienza di Gesù. Si è pienamente cristiani quando incontrando noi si vedrà Lui. I segni della gloriosa passione restano il trofeo della vittoria anche nel Cristo resuscitato. Se non sapremo far nostro il messaggio che a La Verna Francesco seguita a darci, la stessa avventura cristiana resta un fatto di cultura, una proposta di vita, una modalità dell’essere. Qui invece vogliamo la salvezza. Anche noi chiediamo il dono della conversione più profonda, della liberazione dal male fino alla imitatio Christi.


Rivisitare le priorità


Raccogliendo la sapienza del carisma, l’Ordine Francescano ci ripete ancor oggi che “non possiamo essere veri discepoli se non siamo nello stesso tempo anche testimoni e missionari di Gesù. Il Vangelo ricevuto e accolto non possiamo tenerlo solo per noi: dobbiamo restituirlo andando per il mondo ad annunciarlo a tutti gli uomini” .
Ne va della dimensione sacramentale della Chiesa se stacchiamo la parola dalla vita. Come insegna il Santo Padre Agostino come nell’Eucaristia occorre che la Parola acceda alla materia perché si abbia il Sacramento, così nella Chiesa. Noi siamo il sacramento parlante solo se ci lasceremo plasmare interiormente dalla Parola. Il Vangelo è la forma vitae. E’ all’origine delle fraternità, ma ad un tempo è la forza carismatica che fa diventare realtà e storia la riscoperta che Dio ha una sola famiglia e che noi comunque siamo tutti fratelli. Il Vangelo va restituito alla gente del nostro tempo con la testimonianza dell’amore reciproco, con l’annuncio esplicito, con le scelte evangeliche coraggiose.
Ci siamo fatti pellegrini a La Verna per riassumere nuovamente l’impegno e la Grazia di vivere radicalmente il Vangelo in spirito di orazione e devozione, fraternità, povertà e minorità, per essere efficaci annunciatori del Vangelo della pace.
E’ tra le priorità da rivisitare, tra i valori fondamentali che il discepolo del Signore si faccia missionario, con vera efficace apertura al mondo e alla Chiesa particolare in cui è grazia di Dio vivere e operare. Proprio il carisma di Francesco ci insegna che la dimensione della fraternità è essenziale: non si tratta di fare un’esperienza religiosa personale ma di recuperare la gioia di essere figli della Santa Madre Chiesa. Ci è chiesto di tornare ad apprezzare l’importanza di contrastare l’autoreferenzialità e l’immobilismo.
Nell’ascolto del santo Vangelo – l’ Hymnum Jubilationis - che la Chiesa ha fissato nella festa di san Francesco, siamo costituiti annunciatori della meraviglia. Ci è chiesto di assumere i linguaggi che renderanno credibile la nostra conversione interiore alla fraternità, promovendo una sensibilità sempre più forte per alleviare le sofferenze del prossimo nella società dove ci è dato di vivere. La via della carità appartiene a tutti i Francescani fin dalle origini. Le opere di misericordia sono la tavolozza su cui il Signore ci invita a dipingere nella creatività esigita da ogni nuova situazione nel tempo, l’amore che ci avvolge e ci salva.
Come nuovo pastore di questa Chiesa particolare, reputo una grazia per me riannodare quest’oggi i legami che sempre ebbi con La Verna. Venendo dall’Umbria chiedo ai miei Frati di avviarci insieme ad una “nuova evangelizzazione condivisa” , che a partire da questo luogo benedetto dalla Stimmate di Frate Francesco, torni ad essere una proposta per il nostro popolo e per quanti salendo per queste montagne vorranno cogliere lo splendore dell’esperienza cristiana che è proposta sull’esempio del Poverello anche a noi, fino a diventare “come un astro mattutino tra le nubi, come la luna nei giorni in cui è piena, come il sole sfolgorante”.


Riccardo Fontana
arcivescovo

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