L’inizio del ministero episcopale dell'Arcivescovo Riccardo Fontana

1.
Il Signore guida la storia
Si avvia oggi, in questo luogo santo, un sogno collettivo. Come Pietro a Giaffa , anche a noi è chiesto di fare spazio allo Spirito, nella consapevolezza della nostra identità, nell’ascolto delle sofferenze con le quali la società ci interpella, nella missione che ci attende . Chiesa è bello, anche in questo tempo. La Parola ci insegna a non dimenticare il Gesù storico; ma neppure a comportarci come se il Vivente dell’Apocalisse non fosse in mezzo a noi.
La vicenda che oggi mi congiunge con questa Chiesa diocesana, per quanti vi sono coinvolti con fede, è il “momento favorevole”, l’occasione propizia dell’Evangelo . Disponibili alla Grazia, torniamo a mediare l’utopia nella storia. Questa Chiesa, con la sua santità e i suoi limiti, è la via d’uscita, per tutti noi, dai mali che incombono; è la porta, a partire dalla quale, riprendere il cammino verso la Gerusalemme del Cielo. Riusciremo a riavviare il percorso e a coinvolgere gli altri se, da questa sera, metteremo al primo posto l’impegno a vivere il rapporto tra di noi come esperienza di comunione, che ci è donata. La Chiesa non nasce dal rapporto intimista con Dio, ma dall’appartenenza al popolo, che egli si è scelto. Non siamo stati noi a compiere il primo passo: è il Signore che ci ha chiamato alla fede e alle opere della carità vicendevole perché fossimo “un popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” . La sfida, ancor prima che dal mondo, ci è data all’interno della nostra comunità ecclesiale. Siamo chiamati a fare di tre antiche tradizioni una realtà sola, come i tre giovani di Babilonia che, per aver cantato le lodi di Dio a una sola voce, furono liberati dalla fornace ardente e dal pericolo . Ex tribus una: non con procedimenti giuridici, né con azioni verticistiche; ma attraverso la conversione al Signore, che ci farà scorgere quale tesoro ciascuna storia può apportare al bene comune della Chiesa. Questo è il nome della fatica che ci è richiesta: il servizio, sul modello del Terzo Cantico del Servo di Jawhè: “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro” . Le fatiche dell’unità, preludono alla difficoltà della missione. La comunione è per la missione. “Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome dà gloria” .

2.
L’ascolto della Parola di Dio per edificare la Chiesa
L’incanto di costruire la Chiesa attraverso la Parola e di dargli spessore sacramentale con l’impegno caritativo, fanno bella la nostra comune avventura, articolata sul modello del Battesimo e dell’Eucaristia: “Se a questo elemento si unisce la parola, si forma il sacramento, che è, a sua volta, come una parola visibile”. L’elemento siamo noi; anche a noi è chiesto dai Padri di essere come una parola visibile. Il primato da dare all’ascolto della Scrittura e alla interiorizzazione ci mette di nuovo in marcia nel percorso dei secoli, umilmente imitando quanti, a partire da San Donato, attraverso le generazioni, in questa Chiesa hanno dato lode a Dio, con la loro vita santa. Come non si fa l’Eucaristia senza la Parola, neppure si fa il sacramento primordiale che è la Chiesa, senza la continua ruminatio del Verbo, come la componente monastica della nostra comunità ecclesiale torna a proporci ogni giorno . Metteremo ancora le mani all’aratro, privilegiando in ogni modo la formazione delle coscienze, per favorire la crescita di adulti nella fede, illuminati dal Vangelo e sostenuti dalla Grazia: il primato del soprannaturale incarnato è obiettivo irrinunziabile delle nostre fatiche apostoliche. Come insegna l’Apostolo Giacomo: ”Con le mie opere ti mostrerò la mia fede” .
L’approccio alla Parola non è un atto intellettuale né intimista: è l’incontro vero ed efficace con Gesù. Come gli Apostoli a Cesarea di Filippo, anche noi andiamo alla ricerca della sorgente: non a quella del Giordano, ma a quella della nostra identità collettiva. Il nome santo di Gesù è l’unica fonte che toglie la sete di giustizia e di pace, tanto diffusa nel nostro mondo.
La visitazione della Scrittura è la risposta che oggi ancora è possibile dare al quesito di Cristo agli Apostoli: “e voi chi dite che io sia?” . E’ la fonte della vita secondo lo Spirito; è la strada per incontrare il Signore, la scala di Giacobbe per salire dalla terra al Cielo .

3. 
Farsi carico degli altri
La questione educativa, ci pone in una comunione operativa con le Chiese d’Italia e la stessa Conferenza Episcopale, che ha scelto questa tematica come la priorità per i prossimi anni. Credo che sarà saggio mettere tutte le nostre forze, per ravvivare negli adulti la consapevolezza del grande tesoro che è l’essere cristiani. Saremo pastori ed educatori solerti -nelle famiglie, nelle parrocchie, dentro la società- se ci impegneremo a passare ai più giovani l’incanto della fede e la meraviglia dell’incontro con Gesù. La questione delle vocazioni e il discernimento che è necessario, si pone ancora con straordinaria attualità. I cristiani spendono la propria vita non ricorrendo all’arbitrio, né inseguendo le mode del tempo, ma in ascolto di Dio, che chiama ciascuno ad assumere il proprio ruolo, nell’unico corpo di Cristo che è la Chiesa. Mi pare che tre vocazioni debbano essere curate con speciale attenzione: quella al Matrimonio, quella all’Ordine Sacro e quella alla responsabilità laicale, senza trascurare le altre, ma nella consapevolezza che ne va della nostra identità di popolo di Dio. La via evangelica non passa per il moralismo, ma attraverso l’esempio della sequela. La famiglia è ancora il “sacramento grande” , che esprime la natura del matrimonio cristiano. Attraverso la formazione delle famiglie i cristiani collaborano alla edificazione della società civile. Non appartiene a noi Chiesa la volontà di contrapporci; ma certamente di affermare la nostra specificità e la diversità, che è il nome più vero della santità. Le vocazioni al sacerdozio sono il segno della vitalità di ogni comunità ecclesiale, giacchè, per volontà di Dio, tocca al presbitero adunare la comunità cristiana, formarla e guidarla nel cammino della storia. Soprattutto in questo tempo, c’è bisogno di buoni maestri: di giovani che si facciano carico degli altri e si spendano per migliorare questa nostra società, dando le motivazioni soprannaturali all’agire umano. Ai cristiani è chiesto di uscire dal disimpegno verso la cosa pubblica, di non lasciarsi irretire dalla spettacolarizzazione nel dibattito sul bene comune, ma a dare il proprio contributo alla res publica con la generosità, che appartiene alla tradizione del migliore laicato cattolico italiano, dall’Opera dei Congressi ad oggi. Il luogo teologico per eccellenza in cui si manifestano le vocazioni è la necessità che la Chiesa ha nel tempo; come in ogni famiglia umana, anche nella Chiesa, il bisogno che incombe non può non interpellare i figli più giovani. Tocca agli educatori rimuovere i pregiudizi e addestrarli a saper decidere con libertà di cuore e a sapersi impegnare, con passione interiore, per il Regno di Dio. La carità verso gli ultimi sarà il sigillo di Dio alle nostre dichiarazioni di buona volontà: “se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro ‘andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi’ ma non date loro il necessario per il corpo, che giova?” .
La carità è il filo d’oro dà continuità alla tradizione cristiana delle nostre terre. I padri, nei secoli, si sono distinti, proprio a partire da questa regione, per le opere di misericordia. Metodologie e strumenti adeguati ci sostengono nell’agire quotidiano, perché la virtù teologale della carità, si esprima nei linguaggi del nostro tempo. Le condizioni della storia che stiamo vivendo segnano il presente con fenomeni che interpellano la Chiesa. Il bisogno di nuovi lavoratori ha fatto affluire da terre lontane molte persone, alle quali la civiltà cristiana dell’Italia vuole offrire accoglienza e dignità. La presenza degli immigrati è un’occasione storica per mostrare nei fatti le radici cristiane dell’Europa. La grande maggioranza delle persone che sono venute da noi sono cristiane come noi. Anche i non cristiani, appartengono comunque alla famiglia di Dio e hanno con noi molto in comune. Dopo secoli di lontananze e di non conoscenza vicendevole, la Santa Ortodossia si è fatta vicina a queste terre romane. Le Chiese lontane si sono fatte prossime. La nostra carità ne valorizzerà le rispettive culture: farà considerare il loro stare non noi, non solo come un’opportunità, ma come un significativo arricchimento vicendevole. Molti cristiani che vengono dall’Est e talvolta dalla persecuzione sono già un grande richiamo ai valori dello spirito e un sostegno alle nostre stesse comunità ecclesiali. Nella patria del Diritto, i nostri cristiani sapranno fare il dovuto, perché, nel rispetto dell’ordinamento, sia garantito anche ai fratelli che vengono da lontano accoglienza, giustizia e valorizzazione.

 4. 
Il fascino imperituro della consacrazione a Dio
La nostra Chiesa di San Donato è ancora ricca di un bellissimo e numeroso presbiterio. Il tempo che stiamo vivendo chiede di fare forza sulle risorse maggiori che la Chiesa ha. Ci è chiesto di vivere e di far valere la maturità che appartiene al nostro essere preti, cioè anziani nella fede: senza la sapienza degli anziani non si dà forza ai giovani. Salendo per la prima volta l’altare di questa cattedrale chiedo al Signore la grazia di una sempre più forte coesione nel presbiterio. I tempi richiedono di attenuare i particolarismi e di puntare sul bene comune. Rispettiamo certamente i carismi e le specificità di ciascuno, ma a tutti - sacerdoti diocesani e sacerdoti religiosi - a tutti chiedo di appartenere nei fatti, nel ministero, nella preghiera, all’unico presbiterio. A tutti chiedo di puntare, più sulla chiamata del Signore al servizio della Chiesa, che non alle prospettive, pur legittime, di ciascuno. A noi insieme ci è chiesto di provvedere al popolo di Dio: insieme sentire, per insieme operare, per insieme rispondere a Dio che ci chiede conto della santità di questo popolo. Questa è la nostra comune dedicazione, la consacrazione che ci fa essere ministri di Dio in mezzo al popolo dei battezzati: lo è per tutti i fedeli, specialmente per chi ha abbracciato la via della speciale consacrazione; sommamente lo è per il vescovo. Assumendo il servizio di CVIII successore di San Donato, al mio venerato Predecessore, l’Arcivescovo Gualtiero, che con incessante carità si è fatto strumento di comunione in mezzo a noi, va la nostra profonda gratitudine mentre gli chiedo di benedirmi.

 5.
La Chiesa e la città
Il laicato cristiano è chiamato, con specifica vocazione, a edificare la società. E’ nostro impegno farlo anche in Toscana, al pari di tutte le altre componenti della nostra storia civile. Giovine studente mi affascinò l’opera del Beato Giordano da Rivalto, che fu, nella mia Chiesa pisana, il primo a valorizzare l’opera del laicato nella società del Medioevo. La nostra terra -insieme guelfa e ghibellina, bianca e nera - è arrivata all’era contemporanea con l’effervescenza delle diversità, che ci appartengono per carattere e per storia condivisa. Le differenze arricchiscono il patrimonio comune e sono dono dello Spirito: solo le divisioni vengono dal maligno. Tutti voglio assicurare, fin dal primo inizio del mio ministero aretino, che sarò il vescovo di tutti, a tutti offrendo il mio ministero di Successore degli Apostoli. La Chiesa si pone nella società non come altro da sé, ma come una componente irrinunciabile della nostra identità comune. A tutti è offerta la partecipazione; a nessuno è rifiutata la condivisione. Solo se la nostra Chiesa saprà cogliere la ministerialità, che il Signore le affida dentro la società umana di cui facciamo parte, saremo la compagnia degli Apostoli, la santa qahal che il Signore convoca “per portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri… agli afflitti la gioia” . Come insegna il Papa “Si succedono le stagioni della storia, cambiano i contesti sociali, ma non muta e non passa di moda la vocazione dei cristiani a vivere il Vangelo in solidarietà con la famiglia umana, al passo con i tempi. Ecco l’impegno sociale, ecco il servizio proprio dell’azione politica, ecco lo sviluppo umano integrale”.
A Santa Maria, da noi invocata col bellissimo nome di Madonna del Conforto, affido il mio ministero: come un navigante che, prendendo il largo, cerca la stella che gli sia di riferimento sicuro. Ai Santi Donato, Marco, Margherita e Giovanni Evangelista e a tutti i nostri Patroni chiedo di ottenermi dal Signore che i propositi diventino fatti, e le intenzioni gesti di operosa carità.

+ Riccardo Fontana
Arcivescovo

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