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Omelia dell'Arcivescovo per la prima domenica di Quaresima

on 17 Febbraio 2013.

Fratelli e sorelle nel Signore:
pace a voi!
Inizia il cammino quaresimale, che serve a liberarci dal male. La Chiesa ci guida in questo percorso proponendoci l'icona di Gesù che, guidato dallo Spirito, tentato dal demonio, per quaranta giorni digiunava nel deserto.
 
1. La vita come pellegrinaggio
I Padri insegnano che la vita stessa è come una traversata del deserto. Quella antica dell’Israele di Dio, un esodo dall’Egitto della schiavitù, in cammino verso la terra della promessa, ne fu la “figura”, l’immagine simbolica. Il Sacramento Pasquale, di cui queste settimane sono il preludio, anticipa nella vittoria di Gesù sul male e sulla morte la nostra stessa vittoria e dà efficacia al nostro impegno.
Il cammino in questo mondo è finalizzato all’acquisto della libertà: la verità sull’uomo, su noi stessi ci farà liberi[1]. Dio ha voluto, nella sua provvidenza, che fossimo partecipi della libertà, che è la sua identità più vera: manifesta la sua sovranità sulle cose. Ha voluto che imparassimo nel percorso della vita a fare corretto uso delle cose. Non è libertà fare quello che vuoi, ma decidere quello che vuoi fare. Ha voluto che questa identità che ci fa figli nel figlio[2] venga maturata nella responsabilità e nel contrasto. Si diventa grandi solo facendo nostre le esperienze migliori e scegliendo di preferire l’amore al meccanicismo delle cose. Dio ci chiede di imparare la libertà attraverso una costante educazione al bivio. Ci manifesteremo come “figli nel Figlio”, imparando a preferire il buono, il giusto e il bello. Gli anni che ci sono dati sono per imparare a far nostra la libertà. Gesù è andato in croce perché noi imparassimo a scegliere: siamo stati liberati. La Chiesa greca descrive la vita con l’icona delle due torri. È un pellegrinaggio dalla torre di Babele della nostra sufficienza, del nostro orgoglio, della nostra presunzione, alla Gerusalemme del Cielo, la città di Dio.
L’esperienza del rapporto col mondo il Santo Padre Agostino la raffigura a quella del viaggiatore con la locanda dove prende alloggio: “Ama Dio… Usa del mondo senza diventarne schiavo. Ci sei venuto per compiere il tuo viaggio: ci sei entrato per uscirne, non per restarvi. Sei un viandante. Questa vita è soltanto una locanda. Serviti del danaro come il viandante si serve, alla locanda, della tavola, del bicchiere, del piatto, del letto, con animo distaccato da tutto”[3].
 
2. Il cammino interiore come la traversata del deserto
La Quaresima è un tempo di cammino, di progresso nella libertà, di lotta su se stessi e di liberazione dal male: “La nostra vita in questo pellegrinaggio non può essere esente da prove e il nostro progresso si compie attraverso la tentazione. Nessuno può conoscere se stesso se non è messo alla prova, né può essere coronato senza aver vinto, né può vincere senza combattere; ma il combattimento suppone un nemico, una prova”[4].
Il nemico ha molte facce: anzi questa è la malizia con cui tenta l'uomo. Vi sono difficoltà che provengono dalla vita e dalla cattiveria degli altri: la miseria, il lavoro che manca, la malattia, il tradimento degli affetti più cari, come quando scoppia un matrimonio o si perde l'amicizia di una persona cara. Sono prove dure, ma estranee al tuo cuore. Vi sono poi delle difficoltà che nascono dentro di te: quando ti ripieghi su te stesso, quando scorgi la cattiveria che hai dentro, l'ira, la menzogna con cui pasticci tutte le tue cose, l'odio per qualcuno, la incapacità di dominare te stesso che ti fa schiavo dei sensi.
Per chi vorrebbe lasciarsi andare la fede è una grande “tentazione”: come vorresti tornare bambino, ritrovare la semplicità e l'umiltà, ricominciare da capo.
Ascolta il Vangelo: Gesù non si sottrae al combattimento col principe di questo mondo. Non ci lascia soli. Nella sua natura umana tentata c’eravamo anche noi. Nella sua vittoria sul maligno anche noi vincemmo.
Gesù, si lasciò guidare dallo Spirito: per trovar forza contro il male ti è chiesto di essere docile allo Spirito di Dio, pronto a imparare dal Maestro interiore, e avrai assicurata la vittoria. “Impara dunque anche tu a vincere il diavolo. Lo Spirito ti conduce, segui lo Spirito. Non ti trascini l'attrattiva della carne: ricolmo di Spirito non cercare i piaceri del corpo; digiuna se vuoi vincere”[5].
Gesù fu condotto nel deserto: che è il luogo della tentazione, quando ti manca tutto, anche il necessario; quando ti rendi conto della difficoltà in cui sei, quando, nel silenzio, trovi il modo di scrutare la tua vita e non ti piace, quando ti senti deluso e inadeguato, bisognoso d'amore e terribilmente solo: il deserto indica il momento della prova.
Quando l'uomo è privato delle consolazioni sensibili o spirituali è esposto alla tentazione di dubitare dell'amore di Dio. È il momento in cui ti perdi di coraggio e ti chiedi se pure vale la pena di fidarti di Dio. È il momento in cui sei tentato di lasciar andare le cose come vanno; è il momento della rassegnazione e della ribellione. Soprattutto quella interiore, per cui non ti lasci più mettere in discussione dalla speranza.
Ma il deserto - insegnano i Santi Padri - è anche il luogo della vittoria: “Luogo dell'astinenza, per cui la sensualità è sottomessa in tutto, con retto ordine alla ragione, perché la ragione turbata non sia più indotta a peccare”[6].
Il deserto è la ricerca della essenzialità delle cose e della semplicità della vita. Vi è un silenzio che non è l'assenza degli uomini, ma la presenza di Dio. Allora "il deserto fiorirà" [7], come insegna la Scrittura. E i frutti di quel deserto sono la salvezza, il recupero di umanità nel tuo cuore e la conquista della verità su te stesso. Il deserto può diventare la via della pace.
Essere messi alla prova è l'esperienza dell'uomo, di ogni uomo. Ma attraverso le prove della vita sperimenti la qualità del tuo cuore e migliori te stesso: è la via attraverso la quale acquisti dignità. Perché Gesù fu tentato? Sant'Agostino dice: “Per mostrarci che si può resistere alle tentazioni e vincere il maligno"[8]: nessuno sa di essere di valore se non lo prova. Le prove sono un modo attraverso il quale diventare punto di riferimento per gli altri e strumento attraverso il quale il Signore ci fa progredire nel percorso verso Gerusalemme.
Vi è anche un'altra ragione per capire perché Gesù fu tentato nel deserto: volle confondere il diavolo con le sue stesse armi: “Cristo permise pazientemente al diavolo di tentarlo perché il nemico cadesse lui stesso vittima della propria insidia e fosse imprigionato lì dove pensava di imprigionare, e venisse così consegnato vinto da Cristo ai cristiani”[9].
Vi è un combattimento interiore che è ben più grande di quello che appare. Vi è un nemico invidioso e subdolo. Noi sappiamo che l'angelo ribelle si è fatto tentatore dell'uomo: a volte si manifesta nella sua nequizia e ci atterrisce; altre volte, più insidioso, si nasconde. Vi sono dei mali che appaiono chiaramente superiori alle forze dell'uomo. Di fronte a tanta cattiveria ci sentiamo impari, incapaci di resistere con le nostre sole forze.

3. Non ci indurre in tentazione
I contenuti della tentazione di Gesù hanno valore emblematico e riassumono ogni possibile tentazione dell’uomo.
Ci giovi, per recuperare la dignità, la certezza che Egli è il Cristo e vince la battaglia in cui l'uomo era stato sconfitto. Gregorio Magno insegna che Gesù vinse dove Adamo era caduto: gola, ambizione, avarizia, piacere, possedere, potere.
Ogni cristiano deve misurarsi con la prova dei sensi: la tentazione della fame e della sensualità. Con la nostra visione intellettualista non teniamo conto della capacità di condizionamento della nostra corporeità. Dando troppo spazio ai bisogni del corpo, secondo la sensibilità del nostro tempo, finiamo per soggiogare l'anima. Secondo l’insegnamento dei Santi Padri è necessario, invece, essere radicali nel rifiutare fin dall'inizio la tentazione: “Non devi far niente per secondare il diavolo”[10]. “Per vincerlo egli non impiega la sua potenza divina - di quale vantaggio sarebbe stato per me? - ma in quanto uomo si procura un rimedio accessibile a tutti”[11]. Per costruire la nostra libertà è necessario nutrire l'anima con la Parola di Dio: “Non di solo pane vivrà l'uomo”[12]. Così ci insegna il Vangelo; così la Chiesa ritiene contemplando l’icona di Gesù tentato nel deserto. Per attualizzare il Vangelo nella nostra concreta situazione di persone occorre demitizzare il peso dei sensi: la Parola ha la forza di creare in noi una mentalità alternativa.
Il nostro tempo è segnato dal sottile tarlo della competizione, che è divenuto come uno strumento culturale che identifica l’Occidente. Con questa consapevolezza ci poniamo di fronte all’icona della seconda tentazione di Gesù nel deserto. La prova dell'ambizione di successo è come chiedersi fino a che punto osare pur di avere successo. La questione è certamente urticante, perché è di straordinaria attualità. Il diavolo, poiché avverte la presenza di un forte, mette in opera la seduzione della vanità, che inganna anche i forti. La nostra cultura occidentale è fortemente provata dalla tentazione dell’onnipotenza: "What you dream you can". Al cristiano è chiesto di rifiutare la sfida dell'assurdo. Risuona ancora il linguaggio di sapienza che viene dai Santi Padri come antidoto a sottile veleno: “Che c'è di più diabolico che consigliare agli altri di gettarsi in basso?”[13]. La parola del Vangelo, la parola stessa di Gesù ci aiuta a fermarci di fronte al male: “Non tenterai il Signore Dio tuo”[14].
Tre prove come numero simbolico ma già l’Evangelo di Luca dice “dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato”[15]. In cima alla congerie delle tentazioni o, per dirlo con termini che ci sono più vicini, alla lotta a cui ogni persona è tenuta per essere davvero uomo, sta la prova dell'avarizia o dell’ambizione del potere. S. Ambrogio insegna che “il mondo è in mano al maligno... il potere viene da Dio ma l'ambizione del potere viene dal maligno”[16]. Ciascuno di noi sappia ancora scegliere per il Dio vivente e rifiutare tutti i falsi Dei: l’Olimpo e il Parnaso. Questa nostra civiltà è segnata da una sottile avarizia che è idolatria.
Questa tentazione del sublime si presenta come doverosa considerazione di se stessi. L’egoismo si maschera di dignità, si nutre di paure del futuro, si afferma nel mito di sé. Ancora la Parola è luce ai nostri passi per resistere al male. Gesù, anche a te che mi ascolti, ripete: “solo al Signore tuo Dio ti prostrerai, lui solo adorerai”[17].
 
4. La fede provata è preziosa agli occhi di Dio
Dall’Apostolo Paolo abbiamo imparato che il Signore custodisce chi gli rimane fedele: chiunque crede in Lui non sarà deluso[18]. La Parola evangelica fa riecheggiare la poesia di Isaia profeta[19], che descrive come storia d’amore il rapporto tra Dio e ciascuno di noi: un amore provvido, concreto, efficace fino alla salvezza. All’uomo, capolavoro del creato, Dio dona il domino sulle cose e pone al suo servizio le creature del cielo e della terra. Resistere alla prova allontana il maligno e ti fa servito dagli angeli.
L’offerta pasquale delle primizie nel Deuteronomio è il segno durevole della vittoria che ogni cristiano può conseguire: ci è chiesto di essere anche noi agnelli immolati, come Gesù. Offerta gradita al Signore è ancora un “cuore affranto e umiliato, che Dio mai disprezza”[20]. La pagina del ventiseiesimo capitolo del Deuteronomio fa parte del cerimoniale di Pasqua. Ogni pio israelita nei secoli così ha avviato la Pasqua. Il più piccolo di casa chiede al più anziano perché convenga far festa. È così, dal passaggio del Mar Rosso fino ad oggi. Chieditelo anche te se vi è ragione di festa al mondo e avrai trovato il senso cristiano della vita.
Anche al Cenacolo di Gerusalemme fu rivolta la stessa domanda a Gesù. Nell’amore, la sua risposta. La carità alla quale informiamo la nostra esistenza è il segno della sua vittoria, il sigillo di Dio sulla nostra vita di figli nel Figlio.

[1] Cfr Gv 8, 32

[2] Cfr. Rom 8, 14-17

[3] S. Agostino, Commento a S. Giovanni, 40, 10

[4] S. Agostino, Esposizione sul Salmo, 60, 3

[5] S. Ambrogio, Esposizione del Vangelo secondo Luca, 4, 24

[6] S. Bonaventura, Sermoni Domenicali, Sermo 15, 6

[7] “Allora il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva” Is. 32, 15

[8] S. Agostino, Esposizione sul Salmo, 60

[9] S. Pier Crisologo, Omelia XI sulla Quaresima

[10] S. Ambrogio, Esposizione del Vangelo secondo Luca, 4, 19

[11] S. Ambrogio, Esposizione del Vangelo secondo Luca, 4, 20

[12] Cfr Mt 4, 4

[13] S. Ambrogio, Esposizione del Vangelo secondo Luca, 4, 23

[14] Cfr. Lc 4,12

[15] Cfr. Lc, 4,13

[16] S. Ambrogio, Esposizione del Vangelo secondo Luca, 4, 29

[17] Cfr Lc. 4, 8

[18] Cfr Rm. 10, 11

[19] Cfr Is 28,16

[20] Cfr Ps. 51, 19

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