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Omelia dell'Arcivescovo per le Esequie del Vescovo Emerito Giovanni D’Ascenzi

on 28 Febbraio 2013.

Venerati fratelli nell’Episcopato,

cari sacerdoti, figli e figlie della nostra Chiesa diocesana:

il Signore ci dia pace, in questo momento in cui la santa assemblea

dà il commiato cristiano al nostro Vescovo Giovanni.

 

         Questa celebrazione  è l’avvio della pasqua personale del Vescovo che per 13 anni ha retto questa Chiesa diocesana. E’ anche l’ultimo dono che egli in terra fa al popolo che ha amato e servito nel suo ministero.

         Il suo episcopato in terra aretina si caratterizzò per la grande attenzione alla promozione delle vocazioni sacerdotali e la ripresa della voce della Chiesa  nel  contesto culturale del territorio.Si trovò ad affrontare il complesso passaggio dalle tre vecchie diocesi alla nuova, provvedendo a darle un'adeguata fisionomia istituzionale. Dà attuazione al Concilio, costituendo i nuovi organismi di partecipazione.      Nel corso del suo episcopato, memorabili sono le visite di Giovanni Paolo II nel 1993 ad Arezzo e Cortona, e a La Verna e Camaldoli, e la Peregrinatio Mariae svoltasi nel 1995-1996 nelle parrocchie più popolose, per celebrare il secondo centenario della Madonna del Conforto.

         Alla maniera della Scrittura ci piace fare memoria del bene che per suo tramite il Signore ci ha elargito; ringraziare Iddio per il servizio reso dal Vescovo Giovanni a questa Chiesa e intercedere a favore del  fratello defunto, perché il Signore distolga lo sguardo dalle fragilità da cui è appesantito ogni uomo che si presenta al cospetto dell’altissimo.

         Raccogliamo dalla Parola di Dio qualche seme di meditazione, ispirandoci alla vicenda umana del Vescovo che salutiamo insieme.

1.     “E’ bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore” (Lam 3,26). Il libro delle lamentazioni ci offre una chiave di lettura per gli anni in cui il successore degli Apostoli che ora salutiamo è rimasto incapace di comunicare con il mondo esterno: un grande silenzio nel quale una vita che sembrava “assenzio e veleno”[1] si è comunque svolta al cospetto di Dio. La tradizione dell’Occidente cristiano vuole che il Ministro del Signore sia ad un tempo sacerdos et hostia. Dopo una vita intensa, piena di attività, un ministero svolto prima nella chiesa viterbese poi a Roma, a Pitigliano e infine da noi per un disegno imperscrutabile che Dio ha comunque permesso il suo servo è rimasto come offerta sull’altare non raccolta per anni, come un’oliva lasciata sull’albero, quasi dimenticata dagli uomini. Nessuno di noi riesce a cogliere una motivazione umana per l’immane silenzio di questi anni. Solo la fede ci conforta alla luce della Parola di Dio: “le grazie del Signore non sono finite, non sono esaurite le sue misericordie”[2]. La lunga attesa del vescovo Giovanni durata più di quella delle sentinelle all’aurora, sappiamo che è giunta al suo esito “perché con il Signore è la misericordia e grande è con Lui la redenzione”[3]. L’offerta di una vita spesa per la Chiesa, oggi dinanzi al popolo, diventa il segno della speranza. Il lungo peso di tanto dolore sopportato dal Vescovo prende senso solo nella contemplazione del Crocifisso che -“propiziatorio sospeso in Croce”- ha una straordinaria efficacia, perché ci fa passare dall’ordine delle cose pensate, all’esperienza vissuta; dalla salvezza sperata, alla patria beata. “Colui che guarda attentamente [il Crocifisso] compie con lui la Pasqua, cioè il  passaggio, affinché con la verga della croce attraversi il Mar Rosso, dall’Egitto passando al deserto, dove possa gustare la manna nascosta, e con Cristo riposi nel Sepolcro come morto alle preoccupazioni di questo mondo, sperimentando però… ciò che Cristo in croce promise al buon ladrone: oggi sarai con me in paradiso”[4]. Tanto ci insegna  Bonaventura, indicando alla Chiesa universale,  in questa esperienza,  la dimensione interiore  di San Francesco a La Verna.

2.     “Il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria”[5]. Con la medesima trepidazione di Israele antico al passaggio del Mare Rosso, questa Chiesa accompagna il vescovo Giovanni al suo passaggio di liberazione, verso la Santa Gerusalemme del Cielo. Pur obnubilata nel dolore della separazione e nei ricordi che si affollano nella mente di molti, ormai prossima è la Pasquadel nostro fratello vescovo; siamo infatti “convinti che Colui che ha risuscitato il Signore Gesù, resusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a Lui, insieme con voi”[6].

              Sull’insegnamento dell’Apostolo sappiamo leggere l’austera lezione delle spoglie mortali ormai prossime a essere deposte nella terra: “noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili…che sono eterne”[7]. Il nostro corpo infatti è come una tenda, la nostra dimora terrena: quando sarà distrutta riceveremo da Dio una dimora non costruita da mano d’uomo. Il nostro fratello vescovo ha dedicato gran parte del suo magistero nel predicare la fede nella resurrezione e le gioie che ci aspettano in Cielo. Ci piace ricordare in questo momento supremo i legami fortissimi che egli ebbe con la Madonna. Tra breve deporremo le spoglie mortali del vescovoad pedes Dominae nostrae e a Lei affidiamo il nostro fratello e la sua sofferenza 

3.     “Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. E’ risorto, non è qui”[8]. La croce gloriosa del Cristo riassume le sofferenze del mondo intero, ma è soprattutto segno tangibile dell’amore, misura della pietà di Dio per l’uomo che, al di là del peccato, mai è abbandonato dal suo Creatore. Anche noi, con il salmista, qua ci sentiamo sollevati dal peso della storia: ”perché le genti sono in tumulto/ e i popoli cospirano,invano?... Ride Colui che sta nei cieli,/il Signore si fa beffe di loro”[9]. Da queste riflessioni  si innalza la scala di Giacobbe[10]; noi tutti siamo chiamati a recuperare la dimensione soprannaturale delle cose, a liberarci dal peso del contingente, a tornare ad affidarci completamente al Signore, con cuore libero e perfetta letizia.  

              Vorremmo che questa Eucaristia nel cuore della Quaresima ci aiutasse a contemplare il volto del Signore risorto che è fonte della nostra speranza. La vicenda umana del vescovo Giovanni va letta alla luce della narrazione marciana della morte e risurrezione del Signore, che abbiamo appena ascoltato.       Nella casa di Santa Maria Maddalena presso il Castello di Gargonza, abbiamo visto la passione di un uomo e la carità di chi ha saputo stare provvida ai piedi di quella croce, nella preghiera come Maria e nel servizio come Marta.          Ora ci affidiamo alla fede di questa Chiesa diocesana e assieme ai congiunti del vescovo defunto e a quanti lo conoscemmo vivo e operoso, vogliamo ascoltare la voce degli Angeli che tornano a ripeterci questa mattina: “non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. E’ risorto, non è qui”[11].

              Assieme al Signore amiamo pensare il suo servo fedele e a Lui lo affidiamo. Con le parole del Papa vogliamo interpretare questo momento, questa vicenda che stiamo vivendo nel ricordo del vescovo che ha servito questo popolo: “il suo andare via è al contempo un venire, un nuovo modo di vicinanza a tutti noi”[12]



[1] Lam 3, 19

[2] Lam 3, 22

[3] Sal 130, 7

[4] Idem, Itinerarium mentis in Deum, Cap VII, 2

[5] II Cor 4,17

[6] II Cor 4, 14

[7] II Cor 4, 17

[8] Mc 16,6

[9] Sal 2, 1.4

[10] Cfr. Gen 28, 10-22

[11] Mc 16, 6

[12] J. Ratzinger, Gesù di Nazareth, 2, 315

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