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Omelia dell'Arcivescovo nella III domenica di Quaresima

on 03 Marzo 2013.

Stazione quaresimale alle Serre di Rapolano per tutto il Senese. Omelia dell’Arcivescovo all’Accolitato di Domenico Vendemmiati

Fratelli e sorelle nel Signore:
pace a voi!

Nel cuore del cammino quaresimale, abbiamo iniziato la divina liturgia chiedendo al Signore di intervenire a nostro favore, in questo tempo difficile, in cui siamo provati dalle nostre inadeguatezze e impauriti dai fatti della cronaca, dovunque giriamo il nostro sguardo. Ci chiediamo l’un l’altro cosa sta succedendo. Nelle nostre case i discorsi e le domande che ci poniamo l’un l’altro sono simili ai commenti sulla disgrazia narrata nel Vangelo, quando la torre di Siloe precipitò uccidendo innocenti. Anche a noi vien fatto di chiederci di chi sia la colpa di tanta confusione attorno; quale la ragione dello stravolgimento anche delle tradizioni più radicate. Come gli ebrei antichi siamo stupiti di “quei galilei il cui sangue Pilato aveva mischiato con quello dei loro sacrifici”.
Ci siamo mossi dalle nostre case e dalle nostre parrocchie per manifestare, anche visibilmente, il nostro affidamento al Signore, la nostra voglia di vivere la vita come un pellegrinaggio verso la Città di Dio, a tener viva la dimensione soprannaturale delle cose, fino a che saremo “in via”, desiderosi di raggiungere “la patria”, che è conoscere Dio ed essere alla sua presenza. Sappiamo bene che Dio non ci abbandona. Siamo qui per dirci ancora “coraggio” e invitarci l’un l’altro a fidarci della Divina Provvidenza.
La Pasqua è un esodo anche per noi, un’uscita dal banale che ci frastorna, per ritornare a Dio che ci conforta e ci sostiene: vogliamo convertire il nostro cuore per trovare la via d’uscita, il deserto che ci permetterà di avvicinarci al Signore; dove rinnovare la nostra fede, perché torni a essere una bella storia d’amore.

1. Il peccato opprime l’uomo

La Parola ci ricorda la vicinanza di Dio: “Ho visto la miseria del mio popolo in Egitto ho udito il suo grido”. Dio si cura di noi, non ci abbandona. San Paolo ci ricorda che anche noi camminiamo sotto la nube, cioè sotto la continua protezione del Signore, come il popolo dell’antica alleanza
La gente sta male: tutti capiscono che per via delle prevaricazioni e delle prepotenze di qualcuno, molti ne patiscono: manca il lavoro, si fanno fragili le istituzioni sotto il peso della polemica e della ricerca dell’interesse privato, anziché del bene comune. Lo stesso è per tutti i peccati. Ancor prima di essere trasgressione della legge di Dio, i peccati sono “amartia-errori”: sbagli che recano danno per l'uomo. La Parola di Dio ci fa capire, ciò che l'uomo ha disimparato a comprendere con le sue forze: a furia di sbagli, si è fatto incomprensibile perfino a se stesso. Abbiamo avallato un mondo senza Dio e ci lamentiamo che sia disumano e spietato. I cristiani affermano che c’è una via d’uscita anche dalla palude in cui ci siamo impantanati. Il nuovo, cercato con umiltà, non è mai contro l’uomo. Gesù risorto seguita a dire ai suoi che ci precede in Galilea, cioè che andando avanti lo ritroveremo, perché non ci abbandona. Questo è il fondamento della speranza cristiana.

Occorre prendere atto che niente è più banale e noioso del peccato: le sofferenze di molti e le facili soluzioni di pochi abili nell’orientare a proprio vantaggio l’opinione pubblica, non hanno nulla di nuovo. Con le nostre sole forze, senza ideali alti e progetti rispettosi di tutti non riusciamo a venirne a capo: non c'è automatismo tra l'impegno a cambiare e i frutti che ne seguono.
Ci siamo riuniti per chiedere insieme aiuto. Dio non solo svela il suo volto ma si coinvolge per salvare. Abbiamo ascoltato: Israele imparò a conoscere Dio proprio come liberatore dalla schiavitù dell’Egitto. L'esperienza della fede è anche oggi la via della liberazione: per sé e per gli altri. Tra breve, nella grande preghiera che Gesù ci ha insegnato torneremo a ripetere: “Liberaci dal male”.

2. Il modo di pensare comune non salva: Il fico e la misericordia

La Chiesa vive la quaresima nel ciclo dell’anno liturgico come la più radicale esperienza di cambiamento e di ricerca della novità, che è Cristo. Per rimanere fedeli occorre cambiare: cambiare la nostra pigrizia, rinunziare alla nostra intolleranza, cancellare il nostro peccato, porci di nuovo in ascolto vicendevole e tutti insieme in ascolto dello Spirito Santo: Il mos può diventare jus, ma non diventa fas. Ciò che fanno tutti non è di per se stesso giusto. Anche i cristiani hanno paura a prendere la distanza dalle idee dominanti. Si manca di profezia.
Non basta una generica scelta di campo, essere “di cultura cristiana”: essere del gregge. Occorre anche oggi essere amici di Cristo, discepoli dell’unico Maestro che parla con autorevolezza ancor oggi nella Chiesa attraverso il ministero degli apostoli.
Siano qua a chiederci con umiltà, ma anche con verità se siamo seguaci di Cristo, che andò in croce per noi, o di Pilato, che se ne lavò le mani? Non c’è niente di umano che non debba essere fatto oggetto di amorosa cura da parte dei cristiani. A immagine di Cristo, che “pertransit benefaciendo”, ci è chiesto di costruire (la casa, la torre, ecc.), trasformare (i servi che lavorano nella casa comune), operare (operai a giornata nel campo).
Questa grande impresa, che gli antichi chiamavano “opera Dei”, non solo va compiuta all'esterno, nel mondo dove la Provvidenza ci ha fatto vivere, ma anche all'interno di noi stessi. L’umiltà ci invita alla vigilanza: a "stare attenti" a non cadere; la carità vicendevole ci sprona ad aiutarci con vicendevole amabilità a migliorare. Tutti i peccati possono essere perdonati. Tutte le nostre lacune possono essere colmate. Neppure i vizi restano senza rimedio. Facciamoci la carità del dialogo e saremo riconosciuti figli di Dio.
Siamo tentati a mettere questi propositi tra le buone intenzioni. La Parola di Dio ci chiede serietà e coerenza. Il giudizio è oggettivo: “Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”: perirete, no “sarete sterminati”: occorrere togliere a Dio l'odiosità della condanna. “Dio giustifica”, dice San Paolo. Solo noi possiamo condannarci ad essere squallidi.
Di fronte alla consapevolezza del nostro limite, che non è solo il peccato, ma anche la poca capacità di venirne fuori con le nostre forze, ci solleva l'esperienza di Dio, che è liberatore anche per noi, come lo fu per i Padri.
La misericordia, per Tommaso d'Aquino è la nota più caratteristica di Dio. È l'estrema conseguenza dell'amore del Padre, che “inventa” il tempo come “variabile”, nella staticità del peccato che infanga l’uomo, per dar modo, proprio attraverso il volgersi del tempo, che “omnes homines salvos fieri”. Il tempo di quaresima è una occasione propizia, un kairos per convertirci. Questa grande preghiera è per rinnovare la nostra fede “nella remissione dei peccati”. Chiediamo insieme al Signore di toccarci il cuore. Di liberarci dai pregiudizi, come pure dai giudizi scontati e inutili: di convertirci. Beati i costruttori della pace. Torniamo a costruire insieme la pace. La misericordia agli occhi dell'uomo è una specie di follia: non è consequenziale. È più facile la condanna; è più semplice il giudizio. È più forte la voglia di far male a chi riteniamo nostro avversario o - Dio ce ne liberi - nemico. Ma la croce del Signore, ci insegna il contrario. La via della riconciliazione e del perdono cancella la moltitudine dei peccati. La bontà disinteressata è il “nome” di Dio, di fronte al quale anche gli uomini del nostro tempo si inchinano. Saremo riconosciuti Figli di Dio dall’amore che ci portiamo vicendevolmente. Da come ci amiamo. Tutto passa inosservato fuorché la misericordia.


3. Gli amici del Signore

L’esperienza di Mosè di fronte al roveto, non farà di Lui un uomo senza peccato. Lo farà tuttavia amico di Dio. La fede non ti libera dal limite naturale, ma ti mette in cammino per diventare membro della famiglia di Dio. L’antica liturgia carolingia usava chiamare i cristiani “famuli Dei”, ossia persone di casa con il Signore. È la condizione di ogni uomo fedele a Cristo. Non entra principalmente nell’ordine del fare ma in quello dell’essere.
Il nostro giovane amico Domenico, questa sera assume il ministero di accolito. La liturgia gli raccomanda di conformare la vita al servizio che esercita. Non si cura tanto dei vasi sacri, ma dell’uomo che li prepara e li custodisce. A differenza del sacro pagano, che era il recinto ideologico riservato al culto, la sacralità cristiana esige dalle persone la santità di vita.
Tutti noi, attorno al giovane che si prepara al sacerdozio cristiano, siamo chiamati a vivere la dimensione della santa qaal, l’Assemblea degli amici di Dio, che non temono il peccato del mondo, ma si sforzano con la divina grazia a tenersene lontani. La nostra identità di amici di Dio sta nella diversità dallo spirito del mondo. In questa ricerca dell’autenticità evangelica, si è costituiti testimoni di quell’Amore grande, per cui Dio ha dato il suo proprio figlio. Di fronte ai giovani che si preparano a divenire ministri dell’altare la Chiesa ci chiede di riscoprire la nostra propria vocazione e di viverla con serena coerenza.
Come ci insegna l’Apostolo, è il senso di responsabilità degli uomini liberi che rende testimonianza al Signore. Dio peraltro si manifesta “vicino”, in mezzo a noi, lasciandosi coinvolgere nelle nostre vicende, con paternità e misericordia. Questa singolare disponibilità del Signore verso il suo popolo ci costituisce “famuli Dei”, cioè famiglia di Dio, persone che sono di casa con il Signore. È la nostra condizione nuova, che ci assicura il coraggio e la libertà dei “figli nel Figlio”.

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