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Omelia dell'Arcivescovo nella IV domenica di Quaresima

on 10 Marzo 2013.

Domenica Laetare: Quarta di Quaresima
Stazione quaresimale della Zona di Cortona-Castiglion Fiorentino +++Concattedrale di Cortona
  
Cari sacerdoti,
figlie e figli della nostra Chiesa:
il Signore ci dia pace, in questa tappa del cammino quaresimale!
  
         Nel mondo intero la liturgia di oggi si avvia con la parola del Profeta: “Laetare Jerusalem - Rallegrati Gerusalemme e voi tutti che l’amate, riunitevi. Esultate e gioite… saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione”[1].


1. Laetare Jerusalem

In questa Domenica la Chiesa prova a farsi consapevole del perdono che Dio è pronto a dare a ciascuno di noi: è questo il tema pasquale per eccellenza; a metà della Quaresima ci è chiesto di non dimenticare la misericordia del Signore, fonte della nostra speranza.        
Abbiamo ascoltato la parabola del Figliol Prodigo: è come un paradigma, uno schema fisso e sicuro, su cui coniugare le nostre vicende personali: anche la nostra è una storia di peccato, ma Dio ha misericordia di noi. Aspetta solo che gli andiamo incontro, interiorizzando la Parola che abbiamo ascoltato.
Ognuno cerchi di ritrovarsi nella parabola, ricercando nella memoria i particolari che sono la narrazione di come abbiamo percepito l’intervento di Dio nel nostro vissuto, il “quinto evangelo”, che ogni adulto è in grado di rammentare a se stesso, come segno dell’incontro personale con la Divina Provvidenza.
Come nei prodotti di antica fabbrica, le “stecche dell'ombrello” di ogni storia di peccato sono sempre le stesse.
La presunzione di volere far da soli, quisque fortunae suae faber, come dicevano i latini, è il nome della sufficienza, in cui i giganti delle nostre fantasie si manifestano come nani del vissuto quotidiano.
La pretesa del figlio più giovane della parabola è esperienza diffusa; a molti capita di  volere la propria “parte di eredità”, di pretendere tutto e subito, senza aver prima meritato la stima e acquisito l’esperienza necessaria per agire con consapevolezza. È un male che arreca grandi sofferenze nelle vicende del nostro tempo, in cui si brandiscono i diritti, dimenticando i doveri.
La tentazione giustificata dal pensiero comune rende lecite molte trasgressioni. In nome dell’arbitrio personale si giustificano palesi fughe dal reale. Nell’opinione di molti, andare per vie ignote, andare altrove rispetto al proprio percorso personale, pare la soluzione dei problemi che affliggono il nostro tempo. Invece di combattere il male e l’ingiustizia, si tende a sognare che l’innovazione giovi al cambiamento: siamo tentati dalla leggerezza, con la quale non si cambia il mondo.
Poi a tutti capita di confrontarci con la durezza del reale, la “carestia” del Vangelo, che è sinonimo del dolore che con la maturità ci fa rimpiangere il bene perduto. Allora usa ricorrere, per addolcire le nostre inadeguatezze, trovare espedienti, si sperimenta la falsità per giustificarci, si monta una storia per convincere persino Dio.       
Ma Dio ci confonde; prende l'iniziativa e ci viene incontro, con i segni pasquali del perdono; fa festa per il nostro ritorno, ci fa gustare la sua misericordia. Dio anche questa sera non sta a guardare: anche a te che mi ascolti, viene incontro, con le stigmate delle sue sette piaghe. Anche verso di noi non recrimina sulle nostre presunte giustificazioni, ma con la sua grazia ci accoglie come siamo. Ci libera dalla logica dell'assurdo, che ci umilia.
La sua grandezza si manifesta particolarmente nell'accogliere anche il primo fratello della parabola, quello che protesta i suoi diritti, senza misericordia per chi ha sbagliato: anche lui ha bisogno di perdono per la sua meschinità.
  

2. Fides ex auditu
 
Il Signore è vicino a chi lo cerca: ci rispetta fino ad attendere che sia io a cercarlo. Il passato conosceva il travaglio dell'uomo senza fede, alla ricerca di Dio. Il nostro tempo non ha tempo per i travagli, liquida lo stesso rapporto con Dio, con superficialità e disinteresse, e gli resta la solitudine e il rimpianto.
È legittimo chiedersi il perché della “non presenza” di molti nostri amici e conoscenti. Noi stessi, evidentemente, con il pretesto della tolleranza, passiamo talvolta il messaggio che il rapporto con Dio non si colloca nell'ambito del necessario. Nella nostra funzione di educatori della generazione nuova, questo buonismo che tutto lascia passare è una mancanza grave verso i più giovani. A un cristiano non è mai lecito nella trasmissione dei valori non impegnarsi alla amorevole rispettosa testimonianza. È il tema di fides ex auditu. La fede nasce dall’ascolto. Dio a tutti dona la capacità di riconoscerlo: è quanto San Tommaso insegnava come interior instinctus[2], cioè la capacità di discernimento interiore, che rende possibile la fede. La Parola ci interpella in Seconda ai Corinzi con un triplice movimento:

a) La pratica cristiana è per sua natura un portentoso segno di novità, rispetto alla visione pagana della vita: “Se uno è in Cristo è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ne sono nate di nuove”[3]. Dobbiamo chiederci stasera se noi siamo disposti a essere alternativi, cioè santi. È molto facile denunziare la perversità del mondo, indicare veri o presunti nemici della Chiesa, denunziare le difficoltà che il sistema legislativo e la cultura corrente ci impongono, rendendo ardua la nostra opera, anche quando ci disponiamo a fare del bene oggettivo agli altri. Credo che sia doveroso invertire l’approccio consueto che noi abbiamo con questa problematica. Forse è giunta l’ora, in umiltà, di chiederci quanto noi stessi siamo credibili. È raro che qualcuno metta in discussione il Vangelo. Spesso la nostra poca coerenza fa insinuare ad altri che siano sentenze astratte e teoriche, mentre la realtà è lontana dalle premesse. Questi sono i tempi giusti per chiederci quanto noi, magari inconsapevolmente abbiamo annacquato il buon vino del Vangelo, fino a renderlo irriconoscibile. Le nostre buone prassi sono il rimedio naturale alle difficoltà del presente. Non si può però pensare che da soli ci sia possibile anche solo migliorare comportamenti ormai stereotipi. Occorre la Divina Grazia, da impetrare con la preghiera e i sacramenti e una formazione cristiana permanente, che ci facci avvicinare al Signore. C’è bisogno di recuperare la santità di vita, che fu il tesoro di molte generazioni cristiane del passato anche recente. Alla visita del Papa in diocesi gli abbiamo offerto un primo volume per rammentare i testimoni che hanno educato gli adulti attuali del nostro popolo, con dottrina e buon esempio.

b) Siamo affetti da mentalità pagana: ci è difficile prendere le distanze nella pratica quotidiana dal costume diffuso nella gente tra la quale viviamo. Il fatto, forse vero che molti nella nostra società si comportino in modo non conciliabile con il Vangelo non ci autorizza per niente a fare altrettanto. Nella patria di Santa Margherita i costumi furono talmente corrotti che anch’essa giovanissima andò a convivere con un giovane signore. Il suo cammino di santità si avviò riconoscendo il male del suo comportamento e rimediando con infinita carità a quanto giovanissima aveva sperimentato. Oggi siamo pigri nel praticare una vita alternativa al mondo, cioè una vita cristiana. Perfino ci asteniamo dall’esprimerci, quando qualche giovane accanto a noi lascia la fede, per vivere in modo pagano. Erasmo da Rotterdam argomentava: “Se i turchi si comportano da turchi, non è una buona ragione perché i cristiani si comportino da turchi”. Questi comportamenti qualunquisti offuscano lo splendore del Vangelo e ci fanno responsabili della difficoltà a credere in Gesù risorto, sperimentata da molti. Soprattutto ci è chiesto di puntare sull’identità cristiana che è la via del perdono. Ci è chiesto dalla Parola di Dio di avere fede nel cambiamento possibile in ogni persona umana. La fede ci insegna che da peccatori possiamo diventare santi, con la pazienza di Dio e un po’del nostro impegno. Essere testimoni del perdono nella vita quotidiana, significa credere nel possibile recupero di ogni persona. Dio è stato il primo a credere in noi: “Non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione”.[4]

c) In questi giorni così importanti per la vita della Chiesa Universale, ci è chiesto di interrogarci sull’identità stessa della comunità dei credenti. Mentre il mondo dello spettacolo va dietro ad ogni minuzia che accompagna il passaggio dal Pontificato di Benedetto XVI a quello del suo successore, per noi cristiani questo è un “kairos”, un’occasione propizia per ritornare agli ideali. C’è decisamente bisogno di riformare il nostro modo d’essere, per rispondere al Signore che ha fiducia in noi: “In nome di Cristo, siamo, dunque, ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta”. Non vanifichiamo la sofferta scelta di Papa Benedetto e disponiamoci a che la novità di vita inizi da ciascuno di noi: dal nostro modo di vivere, dallo spazio che sapremo dare alla Parola di Dio, dalla speranza che sapremo testimoniare. Dio ha avuto fede nell’uomo, non capiti che con le nostre lamentele e il senso di frustrazione di molti mostriamo noi stessi di non credere che ogni uomo può ritornare a Dio. È segno pasquale una Chiesa che annunzia il perdono: “Non abbiate dunque paura; quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce e quello che ascoltate all’orecchio ditelo sopra i tetti”.[5]
  
3. Il realismo della Pasqua
 
Dalla Parola in Giosuè ci viene una forte provocazione su questioni di straordinaria attualità: “Oggi ho allontanato da voi l'infamia d'Egitto... mangiarono i frutti del loro lavoro”.[6] La condizione del popolo di Dio in Egitto fu di schiavitù. Il frutto della liberazione è la possibilità del lavoro. In quel tempo antico, appena fu possibile mangiare i frutti della terra, venne meno la manna dal cielo. Oggi se vogliamo che i molti riescano a cogliere la funzione profetica della Chiesa è necessario mettere ogni impegno perché la generazione nuova possa esprimersi con il lavoro.
I provvedimenti caritativi devono esistere finché non ci sarà pane per tutti. Ma il primo impegno è a riavviare i percorsi virtuosi, che consentano con il pane di assaporare anche la dignità, che nella Dottrina Sociale della Chiesa, viene dal lavoro. Dobbiamo trovare il coraggio di dire una parola forte di fronte ai tentativi di speculazione e al riflusso del sistema sociale. I cristiani non sono quelli che hanno paura del futuro. Sappiamo bene che la benedizione del Signore non è venuta meno. Sappiamo anche che dobbiamo trovare i modi per non ostacolare la sollecita ripresa della vita sociale, in quella componente essenziale che è il lavoro.
Il “memoriale” di Pasqua come si attualizzò nel Vecchio Testamento fu un percorso a termine. Nella Gerusalemme del Cielo non si entrerà se non dopo aver fatto del bene sulla terra. Questo è il tempo del deserto, ma non verrà meno la fede pasquale nel cammino verso la promessa di Dio. Tocca anche a noi contribuire a un mondo più giusto e più onesto, dove gli sprechi siano cancellati e il bene comune affermato con coraggio.
Pasqua non è un'avventura eterea, intellettuale, teorica. È una provocazione a convertirci, perché se ogni persona farà del proprio meglio, vi sarà il bene per tutti.
Tocca a noi attualizzare la gioia pasquale con un impegno costruttivo a dare speranza e a operare perché alle parole corrisponda l’impegno concreto della Chiesa: una lezione perenne, contemplare attualizzando.

[1] Is 66,10-11

[2] San Tommaso d’Aquino, Quaestiones Quodlibetales, Q. IV, art.1: “inter illa opera quae Christus in hominibus fecit, annumerari etiam debet interior instintus quo quosdam attrfaxit”.

[3] 2Cor 5,15

[4]2Cor 5,19

[5] Mt 10,27

[6] Gios 5,9

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