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Omelia dell'Arcivescovo nella Messa Crismale

on 28 Marzo 2013.

Messa-CrismaleFratelli beneamati,
che con me condividete il sacro ministero
sorelle che siete una grande risorsa per la nostra comunità ecclesiale:
il Signore ci sostenga con la sua Grazia e ci dia pace!

1.L’ identità della nostra Chiesa

In queste settimane siamo stati coinvolti in eventi ecclesiali fortemente significativi. Papa Benedetto, ha rinunziato all’esercizio del Primato Petrino e Papa Francesco appena eletto, con il nome e i gesti, ha avviato il ministero in semplicità: i suoi gesti sono stati un segno provvidenziale: l’attenzione ritrovata dalle folle per il nuovo Vescovo di Roma, ne è prova eloquente. Tra i titoli della tradizione, Papa Francesco ha voluto usare quello di vescovo e si è rivolto innanzitutto alla Chiesa Romana, ricordando che attraverso la comunione con la Chiesa di Pietro e Paolo si è parte della Chiesa Universale. Anche da questa cattedrale, durante la Messa del Crisma, vogliamo esprimere la nostra unità col Papa e con la Chiesa romana.

In spirito di semplicità il Pontefice ha confermato il calendario della visita ad Limina Apostolorum, che il suo Predecessore aveva fissato: l’8 aprile prossimo sono invitato ad andare da Papa Francesco per raccontargli che la nostra Chiesa è bella come un albero che cresce. Cosa devo dire al Papa? Nel periodico incontro tra le Chiese nel mondo e la Chiesa di Roma vi è una speciale dimensione spirituale, che è fatta di preghiera e di rinnovati legami con gli Apostoli: la vitalità cristiana nelle parrocchie, l’educazione alla fede dei ragazzi e dei giovani, la testimonianza delle famiglie, l’impegno dei laici per la giustizia, le condizioni di vita dei sacerdoti, l’apporto dei Religiosi e delle Religiose alla Chiesa diocesana, la disponibilità ad aiutare i poveri, i malati, gli immigrati, il progetto per promuovere la cultura del territorio, è quanto sembra più utile rappresentare al Papa.

La Visita ad Limina Apostolorum è l’occasione per interrogarci sulla nostra attuale identità. È il momento di chiederci quale sia la vita delle nostre comunità: abbiamo solo una gloriosa tradizione da ricordare, oppure ci riconosciamo parte viva della Chiesa di oggi? Questa vitalità la si esprime dando il proprio contributo condividendo e partecipando alle problematiche complesse di questi tempi difficili, ma anche stimolanti per ogni credente. Quali sono gli argomenti su coi verificarci? Riusciamo a passare la fede ai figli? Come è possibile interessare i più giovani perché siano parte attiva della comunità ecclesiale? Il Concilio, cinquant’anni fa, ci ha chiesto di essere i profeti del nostro tempo, pronti, se necessario, ad andare contro corrente, amici di Dio, allenati a compiere scelte di vita qualificanti. Dobbiamo trovare le forme opportune, che esprimano la coerenza tra il Vangelo che professiamo e quanto si attua nel quotidiano. Di fronte alla diffusione di modi pensare pagani, le famiglie cristiane riescono a nutrirsi della Parola di Dio? Gli anziani hanno ancora il desiderio di essere sapienti custodi del vero, saggi e discreti consiglieri di figli e nipoti? Quanto è presente la preghiera nelle singole persone e nelle nostre famiglie ? Nel progetto di vita dei cristiani aretini, cortonesi e biturgensi c’è la disponibilità di rimettersi in gioco per recuperare, nella rete dei legami virtuosi, amici e conoscenti al rapporto con il Signore, che è poi da noi il nome della nuova evangelizzazione?

2.Una Chiesa incarnata nel presente, intenta a costruire il futuro

Quando il Papa è venuto ad Arezzo e Sansepolcro, c’è stato un lavoro a monte, prezioso; lo sviluppo di quelle fatiche, che è la Benedizione del Signore, è ancora nelle nostre mani.

In preparazione alla visita del Papa si è fatto tutto il possibile perché “Pietro venendo a visitare Donato” lo trovasse e lo riconoscesse. Due frutti mi pare che siano costitutivi di questa bella pagina della nostra storia. In ogni parrocchia si è avviato un processo virtuoso che ha coinvolto tutti nell’attesa del Santo Padre: preghiere, dibattiti, catechesi, un fortissimo impegno di carità. Si è messa insieme la più cospicua raccolta per i nostri poveri che si ricordasse in diocesi. Tutti hanno fatto la loro parte, anche i fedeli delle parrocchie più piccole.

Il frutto spirituale più vistoso che si è tratto dalla visita papale è stata una forte aggregazione all’interno della nostra Chiesa. Ho percepito che voi sacerdoti vi siete stretti intorno a me, collaborando perché ogni fedele potesse essere aiutato e coinvolto. Le comunità si sono unite e responsabilizzate in modo mirabile.

Il primo a farci guardare al futuro, durante la Visita Pontificia, è stato proprio lui, Benedetto XVI. Ad Arezzo, durante la Messa, ci ha chiesto di far rivivere la fede e di dare il primato a Dio nella vita quotidiana, come ai tempi in cui questa Città fu significativa “Patria dei Grandi”, nella vita civile e nell’arte, nella cultura e nelle scienze,  nella meraviglia dello Spirito Santo che sono Camaldoli e La Verna.

A Sansepolcro ha detto ai nostri ragazzi “ora è tempo di osare”, chiamando a raccolta le forze giovani del nostro popolo, perché si riformi la società: per rimettere al centro la persona, capolavoro di Dio Creatore, valorizzando l’impegno umano, nella concordia e nella pace. Se proveremo a dare una risposta interiore a queste domande, la speranza tornerà a distinguere gli amici di Gesù, per aiutare questo nostro mondo aretino, cortonese e biturgense a essere più umano e benedetto dal Signore.

La nostra identità è, dunque, che siamo in movimento, in forte trasformazione. Mi rendo conto che questo processo inevitabile, e praticato da tutta la Chiesa italiana, talvolta genera preoccupazione e sofferenza in alcuni dei più anziani, che sono comprensibilmente abituati ai metodi che conobbero nel passato: temono che, cambiando le metodologie, si rovini l’esistente. È però necessario tener presente anche l’impazienza dei più giovani, che vedono alcune prospettive e vorrebbero poterle realizzare subito.

In concreto, è stato relativamente facile definire le Aree Pastorali, come pure enunciare una pastorale collegiale nel nostro presbiterio. So bene, tuttavia, che altro è definire un progetto, altro è realizzarlo. Soprattutto se si vuole servire il popolo di Dio senza mancare in nessun modo alla carità, senza deludere gli uni, senza irritare gli altri. Affermare, in sintonia con il magistero pontificio, che vogliamo una Chiesa tutta ministeriale è affascinante, realizzare questo progetto richiede la Grazia divina, la fatica di molti, preti, religiosi e laici e la conversione di tutti.

È verità cattolica che lo Spirito Santo è partecipato a tutti i fedeli di Cristo: ai laici, chiamati ad animare il mondo con il Vangelo, a quanti sono chiamati alla vita di speciale consacrazione, come pure nel ministero ordinato. Non si può fare a meno del contributo di tutti, per armonizzare le differenze che esistono in questo vastissimo territorio, con la necessaria sintonia che è valore irrinunciabile della identità comune. Sappiamo bene che il popolo di Dio è il corpus Christi mysticum: nella Chiesa ogni persona ha la sua funzione; vi è concordia se ciascuno fa la propria parte.

È anche vero che veniamo da tradizioni in cui molto, se non quasi tutto, per lungo tempo è stato affidato o delegato al clero. Il principio di sussidiarietà è facile ad essere dichiarato, ma non sarà praticato, se non con una paziente opera di coinvolgimento, sia del laicato che del ministero ordinato, ciascuno secondo le proprie prerogative, nel rispetto dei carismi che arricchiscono la nostra Chiesa con l’insostituibile funzione della vita consacrata, sia maschile che femminile.

Già San Gregorio Magno nella Regula Pastoralis insegna che l’aiuto vicendevole è essenziale perché la Chiesa sia una vera compagnia degli Apostoli.

3.La dimensione che appartiene all’Ordine Sacro

Secondo il mandato di Lc 4,18, a tutta la Chiesa del nostro tempo, anche nella nostra comunità diocesana, è affidato il bellissimo e delicato compito di “Evangelizare pauperibus misit me”.

Altra cosa, tuttavia, è aver parte nella missione della Chiesa, altro è essere costituiti nel sacerdozio ministeriale. 

Non è questione nell’ordine del fare, ma dell’essere. Presbiteri si diventa con una vita di “sequela”, “imitatio”, “conformatio” al Cristo, come insegna Bonaventura, che proprio a La Verna scrisse di questo argomento, cercando di cogliere l’esperienza soprannaturale del Poverello d’Assisi.

Vi sono al mondo alcuni che ritengono che il sacerdozio sia una principalmente una funzione, un fare una parte da gestire: avere un ruolo nella Chiesa e nella società. Ma non è solo questo; anzi fare il prete presuppone, oggi specialmente, curare la nostra continua trasformazione interiore sul modello di Gesù.

Mentre ci avviamo a rinnovare le promesse sacerdotali, giova riflettere sull’insegnamento dei Padri. Già nel Medioevo, grande era la disputa se bastasse la scelta di una vita per essere gli amici di Gesù. Francesco d’Assisi, in un lungo e delicato percorso interiore, si prefisse di assomigliare a Gesù e la sua scelta per i poveri, la sua umiltà, il recupero della fraternità fanno certamente parte di quei preziosi frutti, per cui anche il solo suo nome evoca ancor oggi meraviglie e Vangelo, come da ultimo ha potuto sperimentare anche il nostro nuovo Papa.

A la Verna tuttavia il Poverello di Assisi si rese conto che occorreva molto di più: era necessario anche avere la forma di vita del Cristo, la conformatio Christo: fu il sigillo soprannaturale alla sua missione e alla sua profezia.

Bonaventura insegna che la contemplazione del Crocifisso ci fa passare il Mare Rosso delle nostre indecisioni e infedeltà. La Chiesa del nostro tempo, più che mai ha bisogno di sacerdoti interiormente maturi, avviati in un processo di vita secondo lo Spirito che ci faccia radicalmente alternativi alla mentalità del secolo, al paganesimo dilagante, alla superficialità che tutto rende banale, anche le cose di Dio. Oggi convenuti nella Chiesa madre vogliamo ridirci che l’utopia è possibile: vogliamo testimoniarci l’un l’altro la nostra voglia di appartenenza a Cristo, per recuperare la soprannaturalità del ministero, uscire dalla logica del fare ad ogni costo, per recuperare il primato dell’essere.

La frequentazione assidua e ordinata della Parola di Dio e la preghiera virile e sostanziosa sono gli elementi che fanno procedere nel cammino sacerdotale. Uomini dell’Eucaristia quali ci definiamo, essere di fronte al Signore della gloria, contemplato nel silenzio e nella semplicità, fuori da pompe esteriori è un cammino interiore che ci dà identità: sono i gradini che portano in alto ed esprimono il munus sanctificandi.

La direzione spirituale è uno strumento impareggiabile per il progresso spirituale nostro e dei fedeli. Abbiamo tutti bisogno di oggettivare le nostre scelte nel confronto positivo con chi è più maturo e saggio. La Chiesa si edifica  con l’aiuto di guide sagge e sapienti: questa dimensione è parte essenziale del il munus gubernandi. La scelta del e spirituale è materia delicata per chi vi ricorre e “dulce lignum, dulci clavo dulce pondus sustinens” per chi la offre agli altri. Alla base della sua efficacia, vi è l’umiltà di non presumere di sé e di non avviare quanto poi non si è in grado di portare a buon fine.

Le difficoltà della vita presbiterale sono la croce che ci è chiesto di portare in unione con il Signore Gesù. Abbiamo scelto giovanissimi di essere gli amici di Gesù, partecipi del suo stesso ministero sacerdotale, che è d’essere ad un tempo sacerdos et hostia. Abbiamo ricevuto il dono dell’ordinazione, le grazie e le consolazioni dello Spirito, dobbiamo al popolo cristiano il buon esempio di una vita che non disprezza il sacrificio e le difficoltà: anche questo è parte del munus docendi: “Cessino, ve ne prego, le parole, parlino le opere”[1]. Molti nel popolo che ci è affidato hanno carichi pesantissimi: le nostre fatiche apostoliche sono il primo dialogo con loro, nella serena condivisione che in Cielo si va solo facendo del bene sulla terra. Negli inevitabili momenti di prova, giova ricordare il Salmo 15 “Il Signore è mia parte di eredità e mio calice”.

Siamo gli amici del Crocifisso: non è da lamentarci se ci tocca qualche volta di fare la parte del Cireneo, o quella di Giuseppe d’Arimatea, perché i tanti Nicodemo del nostro tempo sappiano, dall’esempio che daremo, riconoscerci apostoli.

Una vita alternativa è la via per quella santità che predichiamo, perché solo praticandola aiuteremo il nostro popolo. Così Dio ci aiuti con la sua Grazia e, in questo giorno santo, con la fraternità ecclesiale, che è già anticipo del Paradiso.



[1] Sant’Antonio di Padova, Discorsi I,226

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