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Omelia dell'Arcivescovo per l'Ordinazione presbiterale di dom Sandro Rotili

on 21 Aprile 2013.

Venerati fratelli della Famiglia Camaldolese dell’Ordine di San Benedetto,
figli e figlie della Chiesa:
il Signore ci dia pace!

La santa assemblea si raccoglie quest’oggi attorno all’altare di Dio, per invocare sul nostro fratello dom Sandro Rotili il dono dello Spirito, la grazia del sacerdozio ministeriale.

È la domenica del Buon Pastore, nella quale tutto il popolo di Dio è chiamato a meditare la presenza del Risorto accanto a ciascuno di noi. Gesù ci chiede un rapporto di particolare vicinanza, che nasce dall’ascolto della Parola e si fa esperienza di vita nel riconoscere Lui nella Scrittura e nella storia, fino al particolare rapporto di fiducia, di affidamento, cioè la confidenza che ogni battezzato è chiamato ad acquisire con il Signore: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”[1].

Lui è il solo vero sacerdote. Obbediente al suo comando, “fate questo in memoria di me”[2], la Chiesa rinnova nel tempo il ministero, affidando a un gruppo di fratelli la predicazione, la guida, la santificazione dell’intero corpo ecclesiale, perché dedichiamo la vita intera al servizio degli altri. Su questa verità la liturgia che celebriamo ci invita a meditare, per raccogliere, come manna nel deserto del quotidiano, la misericordia del Signore.

1. La “onerosa” grazia del ministero: “Sacerdos propter populum”[3]

La scelta monastica, come tutti sappiamo, è una radicale conversione della propria vita. Per coloro che scelgono di “nulla anteporre all’amore di Cristo”[4], il rapporto con il Cristo è intenso e forte che è porre la propria esistenza nelle mani del Signore. Il frutto di questa radicalità è la pace: pace dell’anima e “tranquillitas ordinis”.

Il sacerdozio è sacramentale configurazione a Cristo, ci trasforma da uomini in cerca di pace, a strumenti della sua pace per gli uomini e le donne della terra, per il mondo intero. Gesù inaugura un sacerdozio nuovo e a quello ci chiama, con un atto di soprannaturale elezione. Secondo l’insegnamento della Lettera agli Ebrei, l’ordine di Melchisedech, non è radicato sull’ufficio da adempiere gesti, azioni, stile di vita come il sacerdozio di Aronne, ma sul dono di sé, per gli altri[5].   Il modello è Gesù. San Paolo ci ricorda che il Signore “pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo”[6]. Il sacerdozio del nuovo testamento non pone in una condizione di privilegio rispetto agli altri, ma di ministero; non è un onore a cui aspirare ma un privilegio a cui sottomettersi “pro mundi vita”[7]. A imitazione della carità del Cristo, per amore del prossimo, siamo chiamati a mettere in discussione il nostro stesso progetto di vita, la nostra stessa ricerca della pace nel chiostro, perché le moltitudini possano trovare, nella sequela del Signore, la stessa pace.

Il monaco che diventa pastore è chiamato a un ulteriore cambio di vita. Gli è chiesto di sacrificare se stesso fino alla fatica della croce quotidiana del servizio agli altri. Sì, la sequela, diventa imitatio, l’ideale si fa conformatio. Gesù, nella sua vita terrena non badò a se stesso e al suo vantaggio, ma a tutti noi, cominciando dai più poveri e bisognosi. Per giungere a tutti gli uomini e le donne della terra in ogni tempo ha coinvolto alcuni di noi nella sua stessa scelta. Da Betlemme al Calvario ci ha dato l’esempio. Il Risorto presiede questa stessa assemblea. A noi, per ritus et preces, ci è chiesto di riconoscerlo presente e operante in questo coro, dove ancora risuona l’insegnamento di Cipriano Vagaggini e di molti altri maestri di vita interiore. A noi sacerdoti che partecipiamo al nostro fratello Sandro lo stesso sacramento, che è la nostra identità nella Chiesa, il Risorto chiede di promettere ancora quella disponibilità alla costruzione del Regno, che è la nostra vocazione santa.

Al pastore è chiesto di incarnarsi nella concretezza della storia che gli è dato di vivere. La Santa Madre Chiesa diventa il riferimento di ogni sacerdote. La Chiesa Universale, con la sua dimensione di cattolicità e di santità e la Chiesa particolare, dove la Provvidenza ci chiama a vivere, con le sue note esigentissime di unità e di apostolicità. Al monaco che assume il sacro ministero nel sacerdozio, in virtù della stabilitas è chiesto di “incarnarsi” nella porzione del popolo di Dio a cui appartiene. Di farlo innanzitutto con la preghiera; ma a partire dalla Sacra Ordinazione, di farlo anche con il suo personale servizio. L’antica tradizione dell’Ordine di San Benedetto, viva ancor oggi in molte Chiese nel mondo, fa dei monaci esemplari riferimenti per il popolo di Dio in mezzo al quale vivono.

Al pastore è chiesto di sacrificarsi. Gli antichi monaci percepirono con molta chiarezza il peso del ministero, che inevitabilmente interferisce con la pace del chiostro. La tradizione cattolica ricorda che non pochi abbiano tentato di sottrarsi, con la fuga, al ministero. Le ragioni della carità, il bene altrui, anche a discapito del proprio, convinsero santi monaci ad assumere, con il sacerdozio ministeriale, i sacrifici che esso comporta. Papa Gregorio Magno rammenta questa non lieve questione di coscienza. Ad essa, come noto, dedicarono la propria riflessione anche Gregorio Nazianzeno e Giovanni Crisostomo. La via della santità proposta a ogni pastore è diversa da quella di chi nel silenzio e nel nascondimento si studia di conseguire la perfezione della propria anima. L’esempio dei santi monaci ci conforta sulla possibilità di ottenere, obbedendo alla divina vocazione, frutti ancor più copiosi che quelli che si meritano nell’esercizio del progresso personale.

Il Sacerdozio per il monaco è un’ulteriore rinunzia. Gli è chiesto di “assumere le responsabilità del ministero pastorale… che non sono lievi… perché chi è libero non vi aspiri in modo incauto, e chi le assume in modo sconsiderato provi timore per il passo compiuto”[8].

Chi assume l’onere del sacerdozio deve ricordare ogni giorno che adempirà la sua missione, sull’esempio di Cristo, ripetendo nella vita, ancor prima che nella liturgia la “oblatio sui”, che fa di ogni sacerdote cattolico, l’icona di Cristo, che è ad un tempo “sacerdos et hostia”[9].

2. La trasformazione della persona in pastore del gregge di Cristo

La liturgia, nell’Antico Testamento si esauriva nell’atto di culto da rendere a Dio. Sull’esempio di Gesù, la Nuova Alleanza ci coinvolge, ci assimila alla persona del Redentore quanti egli stessi seguita a chiamare al servizio della Parola, alla guida del popolo alla santificazione del gregge di Cristo. Si è parte del popolo di Dio solo acquisendo una familiarità con Gesù, che viene resa possibile a tutti attraverso il nostro ministero. La dimensione sacramentale del nostro sacerdozio si completa si esprime nella cura animarum. La sacramentalità della Chiesa intera si manifesta nei sette sacramenti, la cui fonte e culmine è l’eucaristia, che a noi sacerdoti è affidato di celebrare nel tempo.

Divenuti pastori, alla misura del Cristo, ci è chiesto di presentarci ogni giorno davanti a Dio per intercedere per il suo popolo: “Vuoi insieme con noi implorare la divina misericordia per il popolo a te affidato, dedicandoti assiduamente alla preghiera, come ha comandato il Signore?”[10].

Il nostro servizio sarà compiuto solo se, accanto all’orazione, vi sarà la carità; se il nostro stesso pregare sarà fatto assieme e a vantaggio della Chiesa intera: “Infine, i presbiteri si trovano in mezzo ai laici per condurre tutti all'unità della carità, ‘amandosi l'un l'altro con la carità fraterna, prevenendosi a vicenda nella deferenza’ (Rm 12,10). A loro spetta quindi di armonizzare le diverse mentalità in modo che nessuno, nella comunità dei fedeli, possa sentirsi estraneo”[11].

“Agere in persona Christi capitis” è una trasformazione ontologica, non un mero assumere funzioni e ruoli. Come insegna tuttavia il grande Agostino: “Se mi spaventa l'essere per voi, mi rassicura l'essere con voi. Perché per voi sono Vescovo, con voi sono cristiano. Quello è nome di ufficio, questo di grazia; quello è nome di pericolo, questo di salvezza”[12].

Prima viene il popolo di Dio, poi noi. La rappresentazione sacrale del sacerdozio ci fa dimenticare che Gesù stesso non fu della tribù sacerdotale. Noi, come lui, siamo sacerdoti nel sacrificio delle nostre esigenze, nell’offerta di noi stessi, nell’ascolto dei bisogni, nella risposta alla voce dei poveri, nella guida degli smarriti di cuore, nella continua riproposta della santità, come medicina del mondo, perché “la gioia sia piena”[13], il progetto di Dio per l’uomo si realizzi.

3. La cura pastoralis: pastore e pescatore, guida e missionario

La preoccupazione per la salvezza del mondo comincia con l’attenzione per chi ci è vicino. Si arriva al servizio della Chiesa universale, praticando la cura alla Chiesa particolare, si è membri del presbiterio dedicandoci con speciale impegno di carità verso la propria comunità, nella logica apostolica del “vieni e vedi” di Filippo, nell’evangelo di Giovanni[14].

La tua scelta, caro Sandro, ci fa misurare ancora con gli impegni che assumemmo quanti siamo sacerdoti. L’attenzione del popolo qui accorso stamane ci responsabilizza e ci attiva a cercare in Dio rinnovato entusiasmo per servire il suo corpo che è la Chiesa.

Il ministero della consolazione che è del presbitero chiede la costruzione della pace degli altri, attraverso la vicinanza e la condivisione, nella ricerca di una profezia quotidiana, perché sminuisca il nostro ruolo e si riconosca sempre più la presenza di Gesù. A noi tocca caro fratello, la parte bellissima di Giovanni Battista. Noi poco contiamo. Importante è che i cercatori di Dio, con il nostro aiuto, siano facilitati a trovarlo.

Come Paolo e Barnaba ad Antiochia anche a noi è dato di contemplare lo straordinario prodigio che la Parola riesce a produrre ogni volta che è annunziata e interiorizzata[15].

Neanche a noi sono risparmiate le persecuzioni: la Chiesa nel tempo conosce le gelosie e le rivalità, le divisioni e le manovre di chi confonde il ministero con il potere, la facoltà di liberare le coscienze dal male con il gusto di dominare le coscienze e di primeggiare.

Anche a noi il Signore ha dato lo stesso ordine che agli Apostoli: “Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza fino all’estremità della terra”[16].

Caro Sandro la tua catechesi, il tuo ministero di riconciliare, la tua cura per i figli di Dio faranno meraviglie: faranno ancora rallegrare i pagani del nostro tempo, raggiunti dal Vangelo e dalla Grazia. Non ti spaventare mai se, al dialogo con tutti, alcuni proveranno a sostituire strategie umane e logiche mondane. Il Signore ha vinto e noi ne siamo testimoni volendoci bene e sacrificandoci per gli altri. Al resto, cioè all’efficacia del nostro ministero, provvedere il Signore stesso.

La nostra parte è bellissima, se riusciremo a rimanere fedeli al mandato ricevuto, se anche noi saremo in grado di appartenere, oltre che alla famiglia dei bianchi monaci di San Romualdo, alla “bianca schiera” dell’Apocalisse[17], superate le tribolazioni del mondo, lavate le vesti col sangue dell’Agnello, per partecipare un giorno alla liturgia del Cielo, nella Gerusalemme nuova.



[1] Gv 10,27

[2] Lc 22,19

[3] S.Th.Aquin. S.Th. III, q.82, a.3  «sacerdos constituitur medius inter Deum et populum. Unde, sicut ad eum pertinet dona populi Deo offerre, ita ad eum pertinet dona sanctificata divinitus populo tradere».

[4] RB, 4,21

[5] Cfr Ebr 7,11ss

[6] Fil 2,6-7

[7] Gv 6,51

[8] Gregorio Magno, A Giovanni Arcivescovo di Ravenna, prologo

[9] Cfr Sant’Agostino, De Trinitate, I,IV

[10] Pontificale Romano, Rito della ordinazione di un presbitero, n.168

[11] Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto Presbyterorum Ordinis, 6 e 9

[12] Sant’Agostino, Sermone 340,1

[13] Gv 15,11

[14] Gv 1,46

[15] Cfr Atti 13,14ss

[16] Is 49,6

[17] Cfr Apoc 7,9

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