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Omelia dell’Arcivescovo per la Veglia di Pasqua 2014

on 07 Maggio 2014.

Fratelli e sorelle nel Signore: 
il Signore ci dia pace in questa notte di Pasqua!
La scelta di vegliare al cospetto di Dio esprime la volontà di rinnovare la nostra appartenenza al Signore. Sì, non siamo di noi stessi, siamo di Dio, siamo il popolo di Dio. 
Quattro sono i segni che scandiscono la preghiera di questa notte: il fuoco nuovo, l’ascolto della Parola di Dio, il battesimo con il rinnovo delle nostre promesse e l’Eucaristia, che è il dono che Dio seguita a farci per sostenerci lungo il cammino della vita. 
Il fuoco trasforma ogni cosa. La luce di Cristo illumina le tenebre. C’è una corrispondenza tra questa esperienza primordiale del fuoco e il Vangelo che seguita a stupire la gente anche nel nostro tempo. Dopo millenni è sempre nuovo e riesce perfino a illuminare questo tempo incerto: persino noi che talvolta siamo insicuri e deboli. 
Mentre il canto e la poesia antica del Preconio ci hanno fatto gioire, come il volo delle api annunzia la primavera e il dolce frutto del miele ne è la corrispondenza, così all’annunzio di Pasqua corrisponde la Grazia. Sì, stanotte è la notte del perdono, della bontà del Signore è piena la Terra. Noi vegliamo per raccontarci - con il nostro volto scavato e le nostre esperienze di un anno - come il Signore ci ha aiutato. Nessuno di noi è spettatore in questa notte santa. Abbiamo tutti un contenuto che fa eco all’invito della Scrittura: “Shemà Israel-Ricorda Israele”. Amico che mi sei d’innanzi, sorella cara, che comincio a conoscere in questo popolo, tu con la tua storia personale, sei davvero la testimonianza della Pasqua.
L’ascolto della Parola, libera. È antica intuizione dei cristiani, che far pensare, libera; è entrare dentro un processo: “Formare la coscienza critica - diceva il Servo di Dio Paolo VI – libera”. Siamo un popolo che ascolta la Parola e riflette. Il Dio che ha creato il mondo intero è capace ancora di dare entusiasmo a questo popolo aretino. Abramo che si fidò di Dio non fu deluso nella sua paternità e nella sua storia. Perché te, anziano e patriarca della tua famiglia, non dovresti fidarti di Dio, che sempre è stato provvido? “Ascolta Israele”, questa Parola non ha un valore consolatorio: sarebbe troppo poco. La Parola di Dio - ci insegna Camaldoli - cambia la gente, produce sempre effetti, ridà coraggio, è creativa, fattiva, dinamica. Ha la forza necessaria per rimetterci in moto. Si muore di sonno amici miei, in città! Occorrerà riprendere verso, passo dopo passo. La meta è chiara, è Gerusalemme, la Gerusalemme del Cielo. 
Il mio antico predecessore, il Vescovo Tarlati, cingendo di mura Arezzo nostra, volle che avesse la scansione del capitolo 21 dell’Apocalisse: la città di Dio. Perché non si sogna insieme, non si torna ad avere un progetto? Chi si fida di Dio non resta deluso. Per tutti c’è misericordia. Se per caso non sei stato perfetto, a Domineddio non gli interessa quello che fu, ma quello che vuoi diventare in questa terra evangelizzata dai benedettini. Terra di san Gennaro a Campoleone, Capolona, di Santa Trinita in Alpe, di Santa Maria in Farneta. In questa terra, Benedetto dice ancora all’abate: “Quando arriva un novizio non gli chiedere di dove venga, chiedigli piuttosto dove voglia andare”. Saremo capaci di includere tutte le risorse? Siamo così sicuri di essere bravi solo noi? Le novità vere sono nel cuore, le apparenze etniche non contano. 
Avete ascoltato il profeta Ezechiele? “Vi darò un cuore nuovo. Toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne”. Sì, per essere nuovi, bisogna togliersi qualcosa. Siamo troppo pieni di roba, di cose, non c’è spazio per la libertà, la dignità, la giustizia, la pace. Coraggio Arezzo, tocca a noi. 
Stanotte vogliamo scegliere il duplice messaggio degli angeli al Sepolcro. Accanto alla memoria della Passione nell’ambone della cattedrale l’angelo di Pasqua seguita a dire, anche al giapponesino che l’altra mattina è venuto in Duomo, “Shalom”. Ma l’angelo vero sei te. Il tuo stile, il tuo modo di fare affari, la tua qualità di animare lavoro, la tua voglia di non stare a guardare e basta e di piangerti addosso. 
Lo vedrete come vi ha promesso, lo troverete in Galilea. Ma dov’è la Galilea? È casa tua! Ritorna alla tua identità e lo incontri Gesù, il risorto. 
Appartenere al popolo dell’Esodo, che vuol dire? Vuol dire “una Chiesa in uscita”, dice papa Francesco. Il battesimo non è un semplice gesto! È di più: ti coinvolge; antico verbo di uso quotidiano. Vuol dire immergersi: i ragazzi direbbero essere taggati. Siamo coinvolti e tocca quindi al popolo dei battezzati prendere posizione. 
Rinunzio al peccato, al compromesso, all’ingiustizia, non mi ci colloco dentro. Rinunzio alle seduzioni del male. Chi è che non è tentato dalle comodità che ci sono intorno, dalla promessa di chi sa quali profitti? La città affoga mentre qualcuno ti racconta che si sono moltiplicate le risorse utili ai lavori. Ma dove? Rinunzio alla causa di ogni peccato che è quell’egoismo di fondo di pensare solo a te. Dove li vogliamo mettere i nostri bambini, in un mondo avvelenato? C’è un’ecologia dello Spirito che è la nostra risorsa. Sì, credo in Dio che è un padre buono e provvido. E come me, se Dio vuole, ci credete tutti. Credo in Gesù Cristo, che è figlio di Dio, che per amore, non è solo risorto: sarebbe poco, dice l’Apocalisse. Il Vivente, lo è tutt’ora ed è qui presente in mezzo a questa grande assemblea. Credo nello Spirito Santo che è la storia d’amore che ad ogni primavera della vita, le ragazze e i ragazzi del nostro popolo sentono nel cuore. E scioglie le durezze interiori più che la neve al sole: dà futuro.
Il calice dell’Alleanza che noi alziamo stasera è davvero Dio che si compromette con noi. Il grande Agostino nel Sermo Guelferbitano VII, dice: “Cristiani, voi mangiate quello che volete diventare”. È inutile dire: “Come è bravo il Papa” e poi non dargli retta. Solidale vuol dire fare ponti. Tu vuoi fare l’eucaristia? Coraggio fatti strumento della sua pace: “Dove è odio che io porti amore, dove c’è disperazione, che io porti speranza”. 
C’è una creatività dentro il popolo di Dio che è frutto della Grazia. Ecco l’opera dell’Eucaristia. Un popolo eucaristico è un popolo che vive di carità e che la mette al primo posto. Un piccolo segno come il dormitorio di San Domenico ha scatenato in città centotrentasette volontari, che si sono fatti avanti senza inviti speciali. L’altra sera si diceva con loro: “Vedete gli aretini? Sul concreto rispondono!”. Forse se volassimo di meno su parole inutili e scendessimo sulla concretezza di Dio che si fa pane per noi, ecco che avremmo il nutrimento e la forza per camminare. Ma anche quel sangue sparso, che non si raccoglie più, è il segno della generosità con cui veramente diamo un futuro ai nuovi battezzati. 
Stasera ci capita una vicenda inaudita: abbiamo molti battesimi. Abbiamo anche dei ragazzi aretini che hanno pensato, nei loro vent’anni, di diventare cristiani. Non ci credete? Ora li vedrete. Abbiamo anche i piccoli che sono il seme della speranza. Accogliamo i nuovi cristiani ora con l’aiuto di Dio benedetto, invocando i Santi del cielo, perché a cose grandi ci facciano essere umili e alle nostre miserie sopperisca la Divina Grazia.

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