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Omelia dell'Arcivescovo nella prima Domenica di Quaresima

on 24 Febbraio 2015.

Stazione_Quaresimale_Valdarno4Tre parole per avviare il nostro personale esodo verso la Pasqua: “lo Spirito che ci muove a rimetterci in cammino”, “il deserto”, “i 40 giorni che sono immagine del tempo della prova”, che è l’esercizio della libertà. Ci poniamo sotto la guida dello Spirito Santo, l’amore di Dio che ci sospinge a recuperare la dignità e la qualità della vita, uscendo dalla banalità di esperienze non sufficientemente impegnate, per camminare incontro al Signore, cioè verso la Pasqua ormai vicina.
All’inizio del cammino quaresimale, gli occhi rivolti a Gesù Maestro, ci piace sentirci mossi anche noi dal divino Spirito.
La conversione è appunto un cambiamento di strada, una diversa prospettiva di considerare le cose di sempre. E’ metterci in discussione per verificare noi stessi e le scelte fatte.
Il deserto nel linguaggio marciano è un luogo teologico, ancor prima che un elemento geografico. L‘Evangelo ci invita ad avere il coraggio di misurarci con quella categoria biblica, il deserto appunto, che ad un tempo indica sì le desolate valli prive di mèssi come tra Paran , Sin e Kades , ma ancor più la condizione di silenzio esistenziale dove ti trovi inevitabilmente al bivio tra la desolazione della solitudine e la sfida della introspezione. La prima realtà esprime la condizione da cui uscire, la seconda è la fruttuosa ricerca del senso della vita e la ricerca della propria identità, come in Osea Profeta, camminando, alla maniera dei Santi Patriarchi, alla ricerca di Dio, con un rapporto d’amore che parte dall’Altissimo e recupera la creatura. “Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acòr in porta di speranza. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal Paese d’Egitto”.
Il tempo è il luogo della pazienza in cui il cammino di ogni persona umana è reso difficile dalle prove; ma è anche misura della misericordia divina, che attende ogni figlio e della perseveranza di ogni uomo nella sequela di Cristo.  La prove della vita possono essere affrontate quasi fossero i mostri di cartone di una foresta incantata, sicuri che dopo il buio viene la luce, perché Dio non abbandona. Oppure possono essere vissute come il crollo delle proprie illusioni di onnipotenza. 
Quaranta furono gli anni che Israele antico spese attraversando il deserto; quaranta i giorni di Gesù nel deserto che sono l’avvio del nuovo e definitivo esodo, non già verso la terra della promessa, dove infedeltà e morte scandirono la storia di Israele, ma verso la Gerusalemme del Cielo, la città di Dio, patria dei Santi, dove ognuno di noi è atteso, insieme con quella magnifica rete di amicizie e di amori che ogni uomo giusto e ogni donna proba riesce a realizzare nell’arco di sua vita.
Quaranta giorni ti sono ora offerti per prepararti alla Pasqua nel tempo, per guadagnare il tempo perduto:” Tardi ti amai, Bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai! Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo; deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature.”  
Ad ogni persona sono date meno Pasque nella vita di quante spighe di grano maturo il forte mietitore riesce ad abbrancare con la sua mano, prima che con la falce stretta nella destra, ottenga il frutto della sua fatica. Non temere cristiano se le prove della vita possono sembrarti difficili. Ricorda nel momento del dubbio e della fragilità come Cristo nel deserto, tentato dal Satana, stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano . Anche la sapienza umana, nella ricerca del vero, sa che domare la propria sensualità non è meno facile che tenere a bada l’orgoglio e l’ira.
La stessa “diaconia”, che gli angeli resero a Gesù, occorre prestarci vicendevolmente. Chiediti chi sono gli angeli che ti sono accanto, tra gli amici e gli amori, e chi invece usurpa la parte del Satana tentatore. A noi tocca d’essere tolleranti gli uni verso gli altri: solo alla fine il giudizio, ciascuno mostrandosi nell’identità che avrà scelto. Insegna il Santo Vescovo di Ippona “Chi è buon grano, continui ad esserlo fino al giorno del raccolto; coloro che sono zizzania, si cambino in buon grano. Ora, tra gli uomini e le vere spighe e la zizzania corre questa differenza: quanto alle cose ch'erano nel campo la spiga rimane spiga, la zizzania rimane zizzania; al contrario nel campo del Signore, cioè nella Chiesa, chi era frumento si cambia talora in zizzania, e quelli ch'erano zizzania si cambiano talora in frumento: poiché nessuno sa cosa avverrà domani. Ecco perché agli operai che s'erano irritati col padre di famiglia quando volevano andare ad estirpare la zizzania, ciò non fu permesso; Fecero ciò a cui erano adatti ma riservarono la separazione della zizzania agli angeli” . 
Come la vita, nel seno materno sgorga sempre per l’intervento di Dio creatore, lo stesso Signore ti assiste rendendoti incredibile perfino a te stesso, quando ricreandoti ad opera della Sua Grazia, ti fa meravigliare di te stesso, per la gioia intensa che viene dalla tua unione con Lui e dalla preghiera. 
Gesù in Galilea dopo che Giovanni fu arrestato, il Profeta, inizia il ministero con un annunzio, la bella notizia che è il Vangelo, mettendo davanti ad ogni generazione quattro verbi che sono la sintesi di tutta la proposta cristiana . “Il tempo è compiuto”: cioè oggi per te è l’occasione favorevole per la salvezza. Come a Maria di Nazareth l’angelo reca il buon annunzio, anche a te è chiesta la stessa fede di Maria che concepì il Cristo prima nel cuore con la fede, e poi nel suo seno verginale. Sta a te scegliere se accogliere Dio o perdere anche questa occasione che ti è data.
“Il regno di Dio è vicino”: cioè a portata di mano. Non fare come il paralitico del Vangelo, che pur avendo tutti gli organi di un corpo umano sano, non riusciva muoversi. L’Evangelo ti chiede di fare un passo verso la realizzazione del progetto di Dio, che i Sinottici chiamano “regno”. La pace è possibile, l’amore è eterno, la giustizia alla fine trionferà se ti impegnerai a fare la tua parte.
“Convertitevi”: è diventato un termine usurato, ha perso la forza travolgente di quel metanoeite che il giovane Marco pone sul labbro di Gesù: cioè occorre cambiare modo di ragionare e stile di vita. Siamo vecchi anche nella generazione che sta crescendo su accanto a noi. Abbiamo reso irreformabile il pensiero dominante, che terribilmente non lascia spazio né a Dio né all’uomo.
L’immagine apocalittica del diluvio universale, che abbiamo commemorato nella prima lettura di oggi, assomiglia terribilmente a quell’ansia crescente che viene dalla cronaca quotidiana, dalle paure verso l’altro, dalla ricerca del dominio e della sopraffazione. Un mondo creato di fratelli siamo riusciti a trasformarlo in un covo di vipere pronte a mordersi vicendevolmente. Dio provvede: non avere paura, fai la tua strada anche in mezzo alle difficoltà.  Gesù ci chiede di vivere il Vangelo come fermento che trasforma il mondo. L’arcobaleno che segnò il patto fra Dio e Noè, gran patriarca, non viene meno.
 Quell’arca di Noè è immagine della Chiesa “semper reformanda”, ma certamente capace di condurre al porto della salvezza, perché ha Gesù con sé. Quando ti prende lo sconforto fissa lo sguardo sul crocifisso. Come scrisse il grande Bonaventura nelle solitudini di La Verna, la croce di Gesù è l’unico legno capace di farti passare il Mare Rosso dei tuoi disagi e delle tue imperfezioni e farti giungere al misura di te che sei comunque un capolavoro di Dio : nessuno ti è uguale.
La quarta parola di Gesù è un imperativo del verbo credere: “credete nel Vangelo”. La parola di Dio è il fondamento su cui costruire una vita che sarà beata, non perché mancheranno le difficoltà, ma perché come ad ogni figlio ed erede ti è data la certezza che Dio non abbandona i suoi figli, se ti metterai in cammino con Lui, se vorrai trovare quiete nella Sua amicizia.

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