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Omelia dell'Arcivescovo per il giorno di Pasqua

on 08 Aprile 2015.

Arcivescovo-omelia-Pasqua-2015Abbiamo appena ascoltato il Vangelo di Pasqua: Maria di Magdala si reca al sepolcro di prima mattina, vede la pietra che era stata tolta e corre dagli apostoli. Pietro e Giovanni - il più anziano e il più giovane - vanno al sepolcro, vedono la sindone piegata da una parte e quella parte di lino che di solito si metteva sulla faccia dei morti, ripiegato accanto. Entrano dentro il sepolcro, lo trovano vuoto.
Pietro e anche l’altro discepolo, il piccolo Giovanni, “videro e credettero”. Questa vicenda di Pasqua va raccontata tra di noi, perché vera e fonte della nostra pace.
Come Giovanni, anche noi siamo testimoni della resurrezione di Gesù, non già di quei fatti antichi, ma dei loro effetti, che perdurano tutt’oggi. Occorre portare il nostro contributo di cristiani alla gente del nostro tempo, impegnandoci per il conseguimento del bene comune. La Bibbia, con un’immagine a un tempo plastica e poetica, ci insegna a far tesoro di quella colomba del Libro della Genesi, che con un ramoscello di ulivo, dopo il diluvio, annunzia che è tempo di ricostruire.
Leggere i segni del tempo che viviamo non è facile. Chiede l’esercizio maturo della responsabilità, che comporta la virtù cristiana del discernimento, la capacità di riflettere e di decidere quale deve essere il fine che ci prefiggiamo e di intuire qual è il giusto modo per raggiungerlo, secondo l’insegnamento di san Paolo ai Filippesi. Essere testimoni del Risorto vuol dire saper volare alto, fedeli agli ideali della dottrina sociale della Chiesa, alla convivenza pacifica in una società rispettosa di tutti, e a quanti vogliono fare la loro parte al mondo attraverso il loro lavoro. Non ci mancano in questo giorno di Pasqua gli esempi dei Santi che ci hanno preceduto in questa terra di Camaldoli e di La Verna, con la libertà di brindare sempre alla coscienza, per puntare sul bene comune, senza compromessi. 
Ai cristiani è chiesto di essere non solo liberi, ma anche azzimi, secondo la similitudine con il pane adottata da san Paolo per spiegare la Pasqua [1]. L’Apostolo, proprio nella liturgia di Pasqua, ci esorta a non impastare il pane nuovo con il lievito vecchio. Non è lecito mettere insieme logiche contrastanti e antropologie inconciliabili tra loro, come anche in questi giorni ci ha insegnato Papa Francesco. 
Il popolo di Dio che celebra la Pasqua, sceglie di camminare in avanti senza indulgere alle dinamiche che ci hanno portato a una situazione oggettivamente difficile per molti. Pasqua è veramente vissuta se è il passaggio che fa uscire dalla sofferenza di molti in terra di Arezzo, presenti forse anche nell’assemblea liturgica che celebra la Pasqua; la ragione è uscire dalle dipendenze, per andare verso la Terra Promessa che, insegnano i Padri della Chiesa, è sempre la Terra Permessa, invocata e attesa da tutti, ma che si conquista con fede in Dio, stima per la famiglia e amore per la nostra identità. 
Camminare in avanti, per i cristiani, comporta la grande fatica di fare qualcosa per gli altri, che è la pratica della virtù teologale della carità, senza voltare la faccia altrove, quando ci dobbiamo misurare con le difficoltà delle persone più fragili. Occorre promuovere occupazione per tutti, che è una priorità non negoziabile e l’impegno a lottare contro gli inevitabili ostacoli, i pregiudizi, la tentazione che “tutto cambi affinché nulla cambi”. 
Tocca a noi cristiani dare coraggio a tutti, anche a chi non ci è particolarmente vicino, anche agli “sfiduciati di cuore” [2]. Per fare questo servizio, abbiamo bisogno di riappropriarci della dimensione soprannaturale che ci appartiene. “Il Signore è veramente risorto”, abbiamo cantato con la sequenza di Pasqua Victimae paschali laudes
Sì il Signore è veramente risorto e si affida a noi. I messaggi degli angeli hanno punteggiato la vita terrena del Signore. Forse questo giorno di Pasqua è il giorno giusto per ridirlo ai bambini. A Nazareth l’arcangelo Gabriele annunzia a Maria che Dio ha avuto pietà del suo popolo: “E concepì per opera dello Spirito Santo”. Sul Giordano la voce dall’alto disse: “Questo è il mio figlio diletto, ascoltate quello che dice, dategli retta”. Sul monte Tabor la Parola si svela con una rivelazione dall’alto. A Pasqua l’Angelo della pace annunzia che Gesù è resuscitato. Nell’Apocalisse –  ultimo libro della Bibbia - l’Angelo della Chiesa annunzia al popolo, intimorito dalle difficoltà della vita, dalle persecuzioni - come ora: 350 morti al mese tra i cristiani in giro per il mondo – “Cristo risorto è vivo e presente in mezzo alle Chiese”.
Questo ambone della nostra cattedrale, istoriato come gli antichi exultet pasquali, racconta di un angelo bello, fissato nel bianco, che torna a dire alla Chiesa aretina che se è vero che vi fu un paradiso perduto a causa del peccato, vi è un paradiso che si vuol ritrovare nel segno della preghiera. La liturgia è rappresentata dal cero che congiunge le radici di peccato e il verde della speranza; vi è una tomba vuota perché Gesù è risorto. Il vuoto esistenziale del nostro tempo è riempito dalla Parola di Dio che lo sovrasta annunziando che c’è misericordia per tutti. In Chiesa non si giudica, i cristiani non giudicano gli altri, li aiutano. Così vogliamo fare. La pietra del sepolcro ribaltata dall’Angelo della pace con l’ulivo in mano, è divenuta mensa dell’altare; l’angelo dello shalom inseparabilmente connesso con la memoria passionis, seguita a dire a tutti che Gesù ha vinto.
Figli e figlie di questa nostra bellissima Chiesa diocesana, vorremmo essere degni di chi è passato in mezzo a noi facendo del bene: certo Gesù fu il primo, ma quanti ce n’è che siamo capaci di ricordare di uomini giusti, donne probe, che sono le radici sante di questa nostra Chiesa! Li ricordiamo il giorno di Pasqua per darci coraggio, perché siamo figli di quella gente e siamo anche noi capaci di fare altrettanto. È la nostra identità credere nel Signore per portare misericordia a tutti. 
Pasqua ci invita a nuova consapevolezza. Coraggio! si può riprendere il volo, se conterà più il bene di tutti, che non l’interesse dei singoli!
[1] 1Cor 5,6-8
[2] Is 35,4

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