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Omelia dell'Arcivescovo per la V domenica di Quaresima

on 14 Marzo 2016.

Arcivescovo-QuaresimaFratelli e sorelle nel Signore,
La quaresima è un itinerario spirituale in preparazione alla Pasqua, modellato sul numero quaranta, che rievoca importanti momenti della storia della salvezza: i giorni del Diluvio, gli anni del cammino dell’Esodo verso la terra promessa, i giorni trascorsi da Mosè sul monte Sinai per ricevere la Legge, i giorni di digiuno di Gesù nel deserto. E’ anche immagine della vita, che dalla nascita si proietta verso la Terra Promessa, e ognuno è chiamato ad attraversare questo mondo, per quanto ci riesce, a imitazione di Gesù che “passò facendo del bene e risanando tutti” .
Il cammino quaresimale è scandito dalle domeniche, che sono concepite quasi fossero tappe verso la Pasqua, in ciascuna delle quali i catecumeni si avvicinano al Battesimo, con una progressiva iniziazione. A tutto il popolo di Dio è offerta la possibilità di recuperare il senso della letizia pasquale.
Questa quinta domenica di quaresima è segnata dal tema della “novità” dell’esistenza cristiana, ottenuta per ogni uomo da Gesù con la sua passione, morte e resurrezione: il passaggio alla vita nuova è assicurata nella fede ad ogni credente. In attesa del passaggio, al di là della morte, verso la Città di Dio, anche a noi viene offerto un itinerario di riflessione, che ci aiuta a recuperare la meta, con grande vantaggio per chi cammina.

1. "D'ora in poi non peccare più"
Non sbagliavano gli scribi e i farisei nella valutazione di quanto sia male l’adulterio. La più antica riflessione cristiana conosce tre peccati che provocano la morte e che escludono dalla Comunità dei credenti: l’omicidio perché uccide la vita, l’adulterio perché uccide la famiglia, l’apostasia perché uccide la fede. Chi se ne fosse macchiato era un tempo chiamato ad una lunghissima penitenza, perché riflettesse sulla salvezza eterna che aveva rifiutato con la sua colpa. Oggi invece appartiene alla cronaca la vicenda di giovani che ne uccidono un altro per provare cosa si provi. Tradire il coniuge per molti è accettabile. Abbandonare la fede è esperienza vissuta da alcuni, senza che gli altri di casa se ne preoccupino più di tanto.
Sbagliavano invece gli scribi e i farisei, attenti sì a non trasgredire il precetto del Pentateuco , ma pronti a deresponsabilizzarsi con la lapidazione dell’adultera.
La novità del Cristo è nella logica della responsabilità, del perdono, del recupero possibile per ogni persona. E’ facile condannare gli altri, emarginare chi sbaglia, come pure minimizzare il peccato: tre atteggiamenti oggi molto praticati, senza coinvolgersi nel recupero della persona, senza riconoscere che tutti abbiamo qualcosa da farci perdonare. Profezia che la Chiesa deve ai nostri contemporanei è “gridare sopra i tetti” che il peccato porta alla morte della società, e alla vanificazione delle coscienze: i profughi lasciati morire in mare, l’economia che determina la vita, aldilà dei valori spirituali e umani, la povertà che avanza, il lavoro che stenta a riprendere sono mali sociali oggettivi.
Gesù che si china a terra a scrivere sulla polvere si tira fuori dalla schiera dei benpensanti del suo tempo, che, in ossequio al precetto mosaico, non vogliono sporcarsi le mani col sangue del condannato, ma gettando sassi ne provocano la morte. Eppure i Profeti lo avevano bene insegnato: Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva .
L’alternativa vera al male è nella parola di Gesù: “Va e d’ora in poi non peccare più” . Dio anche di fronte al vitello d’oro perdona l’offesa ricevuta, ma si preoccupa che il popolo riprenda il cammino dell’esodo . Così anche nella parabola del figliol prodigo: i tre doni del Padre sono orientati al recupero: la veste bella della dignità, l’anello al dito dell’uomo libero, i sandali per riprendere il cammino .
C'è perdono per tutti, purché pentiti. Dio a noi chiede soltanto di essere “azimi di sincerità e di verità” : ci è chiesto di non usare più il vecchio lievito, la vecchia logica dell’uomo caduto nel peccato. Occorre fare uno strappo con la vita precedente e allora sarà Pasqua. L’adultera del Vangelo di oggi esprime la miseria di tutti noi, che siamo stati poco fedeli a Dio. Ci siamo svenduti, rispetto agli ideali giovanili con cui aderimmo al Vangelo.
Anche la Chiesa, talvolta sembra vacillare, essere poco credibile. La giustizia è diversa dalla norma positiva: anche nelle vicende complesse che stiamo vivendo nella vita pubblica del Paese, la proposta cristiana si fonda sul valore non trascurabile delle persone. Se riusciremo a chiamare ancora con i loro nomi le virtù e i vizi, anche la nostra vita personale, oltre che quella associata, riprenderà quota.
Questo cammino che ci è chiesto di fare nel sacrario delle nostre coscienze, nel tratto di strada che ci separa da Pasqua, ci fa contemplare la grandezza dell’Amore di Gesù, crocefisso dagli uomini e resuscitato da Dio. La legge condanna, ma la Grazia ci salva.
L’antica sequenza pasquale ci ricorda che questo cammino interiore non avviene senza fatica. Anche nella nostra esperienza di persone “mors et vita duello conflixere mirando: dux vitae mortuus, regnat vivus - la morte e la vita si sfidarono a un duello mirabile: il Signore della vita, morto, ora regna vivo” . L’Annunzio pasquale è la fonte della nostra speranza.

2. "Ecco io faccio una cosa nuova"
Venendo in Chiesa, portiamo nel cuore la certezza di trovare una via d’uscita ai mali che ci affliggono: siamo sicuri che il Signore non ci abbandona.
Nei media, qualche volta pare di dover assistere a uno spettacolo già visto e poco piacevole. Sentiamo disagio nei meandri della vita sociale, nelle disfunzioni della politica, nella crisi dei valori sui quali abbiamo costruito la nostra vita. Alcuni vengono provati nella famiglia stessa; vi sono difficoltà nei rapporti tra i coniugi e con i figli. Occorre andare molto indietro con la memoria per ritrovare momenti difficili come quelli attuali. Molti faticano a trovare il senso di questo difficile passaggio della storia. La voglia di concretezza e l'uggia di fronte alla banalità che dilaga, alle indebite semplificazioni che mortificano il vivere comune inducono a riflettere sui temi fondamentali, hanno di per sé valore in ordine alla ricerca di Dio e al significato della nostra esistenza.
Già Isaia Profeta, anticipando la logica del nuovo Testamento, pur rievocando le meraviglie dell’Esodo, invita a guardare avanti. Non basta gloriarsi del passato, che pure è il modo di professare la fede ebraica; occorre aspettarsi meraviglie ancora inespresse nella comunione con Dio. Come altre volte, quando il tono si alza, il Profeta ricorre alla lirica poetica e alle iperboli, che adombrano in qualche modo il tema della meraviglia, caro poi agli evangelisti, nella descrizione dei miracoli di Gesù. Occorre chiederci stasera cosa significhi veramente “Ecco io faccio una cosa nuova” , una sorta di nuovo esodo, che trova realizzazione in Apocalisse: “Ecco io faccio nuove tutte le cose” : siamo di fronte alla nuova promessa, alla Gerusalemme del Cielo.
A noi cristiani è chiesto di provare a fare una lettura teologica di questi sentimenti, prendendo le distanze dalla superficialità che dilaga, cercando nella Parola di Dio la via d’uscita da questo inospitale deserto dell’anima, che abbrutisce e condanna a non avere spessore, a non sapere più che cosa rispondere agli interrogativi di senso della migliore tradizione antica: “quis, quid, ubi, quibus auxiliis, cur, quomodo, quando” ; ossia chi, cosa, quando, dove, perché si vuole nel nostro mondo.
San Paolo in Filippesi oggi ci tramette il senso di questa novità. La pericope che è stata letta si compone di tre unità, l’una propedeutica all’altra. Dopo la sua celebre autodifesa, San Paolo ai vv. 8-11 descrive il suo cammino illuminato dalla fede e professa il suo riferimento a Cristo, come la priorità assoluta della sua esistenza, con due riferimenti al verbo ‘conoscere’ per significare l’intimità della sua trasformazione, fino a quella “conformatio” poi sperimentata da Francesco d’Assisi ed esaltata da Bonaventura come culmine della vita cristiana, nella speranza della resurrezione.
Al v.12, l’Apostolo descrive la dinamicità del percorso cristiano, dove la perfezione è progresso e l’impegno a conseguirlo è una corsa. Nel versetto successivo, con riferimento forse all’inizio della pagina, dove si esorta ad essere “lieti nel Signore”, si descrive l’avventura cristiana come una vera gara atletica, dove la “meta” è intesa, sia in senso metaforico come l’escaton, sia come il luogo fisico dell’arrivo dei corridori nello stadio romano. E appunto Paolo parla ancora di “corsa”.
Il "nuovo" è sempre divino: sia perché è il Signore che creò l'esistente, facendo per primo cose nuove; sia perché lo "Spirito Creatore" è lo spirito di Dio: non c'è arte, intuizione, ricerca del bene che non abbia una partecipazione all'opera di Dio. Tutto ciò che è nuovo, in qualche modo è “opera Dei”, senza di Lui non c’è avanzamento nella storia né progresso umano.
Vecchio è solo il peccato. Nel male non si riesce a essere mai originali. Il male è quindi classificabile, prevedibile, conosciuto. Nel male non c'è avventura, è solo apparenza.

3. Un’esperienza è veramente alternativa: "Conoscere Lui”
La pagina della Lettera ai Filippesi è un discorso sul metodo: non si può essere cristiani senza Cristo. Il rapporto con il Dio dei cristiani si fonda sulla fede, non soltanto su adempimenti di religione. Già i Profeti avevano messo in guardia Israele antico dalla tentazione di ridurre l’esperienza del popolo di Dio ad azioni da compiere o comportamenti da evitare. Allora essi dissero che non bastano i sacrifici a salvarci, né le consuetudini acquisite fin da bambini.
Quanto il Signore si aspetta da noi, per riconoscerci suo popolo è l’adesione del cuore al Vangelo. Non bastano le labbra. Occorre che la Parola sia interiorizzata e allora lo shemà, l’ascolto, diventa l’avvio di un dialogo costante con il Signore, che ci trasforma. Solo se la Parola è compresa e fatta risuonare nella coscienza diventa l’aiuto di Dio, che si china su di noi e ci salva, ci fa diventare quanto la tradizione liturgica antica chiama famuli Dei, per definire i cristiani, cioè persone di famiglia con Dio. Oggi ti è chiesto di scoprire dentro di te se davvero sei “di famiglia”, di casa con Dio, che è la premessa a quella espressione del Vangelo, bellissima, con cui i discepoli e tutti noi siamo chiamati «oi eautou», i suoi, quelli di Gesù.
Questo rapporto nuovo trasforma la preghiera stessa in una risposta a Dio che per primo ci ha interpellato; esprime confidenza, assicura la comprensione di Dio verso i nostri problemi, cioè ci fa accedere alla misericordia.
La preghiera diventa il sostegno della novità cristiana, a cui tutti aspiriamo, liberati dal male.
La fede è certamente fidarsi di Dio; è anche prendere per vero quanto ci dice. Ma il “conoscere Lui” della Lettera ai Filippesi, ci fa compiere un ulteriore passo: diventa partecipare al progetto di Cristo. L'esperienza di Cristo "spinge" a trasformare il mondo: il servizio che è chiesto a tutti i cristiani.
La "perfezione" che Paolo illustra ai cristiani di Filippi è una continua ricerca del nuovo, una sequela nella logica dell'Esodo: un percorso nel deserto della vita, finché non si è pronti per la "Terra promessa". Credere, in fondo, è un verbo di moto.

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