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Messa Crismale 2016 Omelia dell’Arcivescovo in Cattedrale

on 25 Marzo 2016.

Messa-Crismale-2013Fratelli miei nel Sacerdozio,
Diaconi, Religiosi e Religiose,
Figli e figlie della nostra Chiesa,
Il Signore ci dia pace in questo anno di Grazia e di misericordia!

1. La Chiesa segno sacramentale della misericordia di Dio
Siamo riuniti nella Chiesa Cattedrale, alla presenza di Dio e del suo popolo, per contemplare la misericordia del Signore, che si manifesta innanzitutto nel segno primordiale che è la Chiesa, dono di Dio per la salvezza del mondo.
Siamo a ringraziare il Padre di ogni bene per la chiamata fondamentale ad essere cristiani, che è diventare partecipi della stessa missione di Gesù di far giungere il vangelo ad ogni creatura. Di fronte al dono che ci ha fatti diventare familiari di Dio, suoi amici, vogliamo contemplare, nel silenzio interiore, la bellezza della nostra condizione di cristiani.
Questa esperienza è di grande conforto al popolo di Dio attraverso i secoli. Non c’è prova dura, persecuzione, tribolazione che riesca ad oscurare la Grazia. Il Beato Paolo VI avviò il suo ministero petrino ricordando che la Chiesa è di Cristo -Ecclesiam suam - e il Risorto la conduce nel tempo, “nel suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio”. .
La tradizione della Chiesa assegna a questa liturgia il compito di aiutarci a fare una sorta di bilancio interiore, perché scopriamo quante volte il Signore ci ha aiutato in quest’anno e troviamo il coraggio di ripartire ancora una volta, affascinati dal profumo soprannaturale del Crisma, per un altro tempo che ci è donato . Affidiamoci a Gesù, miei cari fratelli e amate sorelle, e mai saremo delusi.

2 Ministerialità diffusa: ciascuno al servizio degli altri
La nostra Chiesa diocesana attraversa ancora il mare rosso dell’esodo avendo davanti agli occhi la speranza, gli occhi fissi sulla Gerusalemme del Cielo. Tocca però a noi fare l’obbedienza di venire fuori dalla Torre di Babele -le terribili cronache di questi giorni- sicuri che attraverso la purificazione operata dalle prove della vita ci guadagniamo di avvicinarci al Crocifisso, che è il Signore vittorioso: “Regnavit a ligno Deus” .
La vita cristiana è percorrere il deserto dell’essenzialità per fare a meno del superfluo che con il suo peso ci affatica, e ritrovare nell’Eucarestia che ora stiamo celebrando la forza di andare dove Dio ci chiama. Dobbiamo liberarci dall’impianto clericale che tradizioni remote ci hanno tramandato, per fare spazio al nuovo che cinquanta anni fa il Concilio Vaticano II ci ha illustrato e il magistero dei Papi, da ultimo, l’Esortazione Apostolica “Evangelii gaudium” di Papa Francesco ci hanno disegnato e prefigurato.
Accanto al ruolo imprescindibile del presbitero occorre lasciare spazio in ogni comunità ai ministeri laicali, a cominciare da quello bellissimo del patto coniugale, che è in sé immagine dell’amore di Cristo per la sua Chiesa . In ogni unità pastorale tocca ai laici assicurare animatori per la formazione cristiana dei giovani, ministri della carità, che si aggregano nelle “caritas parrocchiali”, cristiani solleciti dei malati e degli infermi, animatori culturali, formatori di comunità e responsabili delle pur piccole aggregazioni come delle chiese dove si riuniscono. Abbiamo bisogno di adulti che si rendano disponibili per la catechesi alle giovani coppie, all’accoglienza dei bambini e al loro battesimo fino all’iniziazione cristiana completa. Fedeli all’insegnamento dei Papi, dobbiamo trovare laici disposti a impegnarsi nella cosa pubblica secondo la dottrina sociale della Chiesa e a vivere come servizio questo delicato ministero di carità .
Ci conforta essere dentro quel piccolo rivolo che esce ad oriente del tempio santo di Dio , s’ingrossa ad ogni generazione e dove arriva risana, facendo germogliare alberi preziosi di civiltà e frutti dolcissimi d’amore e di pace. Siamo il popolo di Dio dove nessuno è spettatore, nessuno è superfluo, siamo chiamati a rispondere ciascuno del dialogo esistenziale con Cristo a quella chiamata che responsabilizza e salva noi e quanti incontreremo.
Di fronte al combinato di civiltà e di culture diverse che si intrecciano vicendevolmente anche in Terra d’Arezzo, a noi tocca offrire agli altri risposte di senso e proposte di verso, per uscire fuori dal deserto dove non sono estranee serpi e scorpioni velenosi.
Mi piace ricordare che il metodo cristiano per rimediare il male è la via dell’illuminazione e la risorsa della formazione delle coscienze. Non c’è uomo o donna che almeno in qualche recondita piega della sua esistenza non abbia semi di positività da far crescere e la speranza in un futuro migliore. L’Evangelo della passione che stiamo meditando in questi giorni ci ricorda che il primo a entrare in paradiso fu il buon ladrone. A Dio non interessa tanto da dove vieni, ma dove intendi andare e a tutti assicura perdono e misericordia. Il padre della parabola del figliol prodigo seguita ad offrire anche a noi, come possibili, il vestito bello della dignità umana, l’anello prezioso della libertà, ma soprattutto i sandali con cui riprendere il cammino . In ascolto della parola di Dio ci è chiesto di essere tutti coinvolti nel processo di vicendevole educazione al Vangelo, a partire dai genitori, dagli insegnanti, dai pastori della chiesa, dagli animatori della comunità, qualunque sia il contesto nel quale operare. E’ questa scelta che stamani torniamo a promettere che ci fa responsabili della edificazione del Regno.

3. Il comune impegno alla sequela, all’imitazione, alla conformazione a Cristo
Sotto le possenti volte della nostra cattedrale gotica siamo chiamati a ravvivare il dibattito dei Padri sul modo più efficace per rispondere alla chiamata battesimale . Ogni essere umano sa per esperienza che ciascuno avanza su una infinita tempesta di sensazioni e di sentimenti, chiamato a contemplare il bello di Dio e la tentazione dell’inaffidabilità di noi stessi.
Il battesimo ci ha offerto il carattere di cristiani, ma sappiamo che c’è un cammino da fare ogni giorno dove non basta il desiderio iniziale dei momenti migliori di voler seguire Cristo, c’è un bisogno fortissimo di imitare lui, di vivere la nostra identità nella consapevolezza d’essere quella Compagnia degli Apostoli, pur con la fragilità che un giorno ti fa essere Pietro e quello successivo Giuda.
Questa è la sfida che ci è lanciata, fino a quando non arriveremo al porto della salvezza, confidando di assomigliare ogni giorno sempre di più a Gesù Signore, modello per ogni uomo e ogni donna raggiunto dal Vangelo.
Tutti siamo chiamati alla santità, ciascuno secondo il proprio modo d’essere e la vocazione che ha ricevuto dal Signore. San Francesco di Sales , mette in guardia dalla tentazione di dimenticare la condizione propria del laicato, che è diversa da quanti praticano una vita di speciale consacrazione. Il nostro tempo ci chiede di elaborare modelli di vita secondo lo Spirito che siano articolati e complementari, anche se gli strumenti sono per tutti la Parola di Dio, la Preghiera e l’impegno a servire il Signore.
La comune chiamata alla santità si articola nelle forme che la Provvidenza ci offre, sostenendoci quotidianamente nel nostro essere Chiesa.

4. Identità del Ministero Ordinato
In questa messa crismale si fa particolare menzione del ministero ordinato, per chiedere, gli uni per gli altri, la freschezza e l’entusiasmo della nostra identità di ministri del Signore. Non c’è niente di più bello al mondo di dedicare la vita intera pro mundi vita, a imitazione di Gesù, unico sacerdote della nuova alleanza. Uno dei nostri fratelli, al quale la malattia gli impedisce d’essere in presbiterio stamani, ha scritto in questi giorni ai suoi parrocchiani “nella messa ho cercato di diventare con Gesù un’offerta, un dono per tutti voi che mi siete stati affidati…non mi appartengo più, sono di tutti”.
La formazione permanente del clero e la santificazione del presbiterio sono compiti irrinunziabili del ministero episcopale. Papa Francesco ha ripetuto che un vescovo non dovrebbe mai stancarsi di ascoltare i suoi preti, “di assicurare loro vicinanza e comprensione, in maniera tale che possano sempre sentirsi a casa nel suo cuore di padre” . Ogni gesto di attenzione fa più breccia di molti discorsi. Il vescovo quanto più sarà consapevole che alla paternità si accompagna sempre la fraternità, pronto a riconoscere chi lo assedia come a cercare chi gli gira alla larga. E’ compito del vescovo, come dice il Papa, accompagnare il passaggio da “un immagine del prete declinata al singolare a un esercizio del ministero segnato da una forma plurale” .
La fraternità sacerdotale è, infatti, il primo e più incisivo segno di credibilità dell’animazione pastorale. Tutti, cari sacerdoti, siamo chiamati alla comune missione: non serve a nulla evocare le provenienze culturali diverse, le formazioni particolari che ci accompagnarono al Sacramento dell’Ordine.
Questa, per tutti, a partire da me, è la porzione di popolo di Dio a cui prestare il nostro servizio. Dobbiamo impegnarci a cancellare le considerazioni speciose sulle differenze, che diventano forme di discriminazione vicendevole, sono peccato e infiacchiscono il servizio che stamani torniamo a promettere a Dio.
Se un radicato senso di appartenenza al presbiterio è “l’ambiente vitale” in cui “ravvivare il dono di Dio ricevuto mediante l’imposizione delle mani” (cfr. 2Tm 1,6), la “manifestazione della comunione dei presbiteri con il loro vescovo”, che ha in questa Messa Crismale il suo “luogo teologico”, ha bisogno dei “riti esplicativi” che sono una vita fraterna, capace di recuperare il valore dei “gesti feriali”. L’abbraccio di pace che, il giorno dell’ordinazione, i novelli presbiteri ricevono dal vescovo e scambiano con i confratelli non è un gesto rituale, ma il segno visibile di “un nuovo stato di famiglia”. Un presbitero cresce “in sapienza, età e grazia” nella misura in cui si lascia scortare dai confratelli e sostenere dal popolo di Dio a lui affidato. Dice il Papa che “la solitudine più insidiosa per un prete non sta tanto nel fatto che, chiusa la porta della canonica, “non ha nessuno con lui”, quanto piuttosto nella mancanza di comunicazione con i confratelli, che induce a moltiplicare le connessioni e a lasciarsi fagocitare da internet”.
Il dovere di “ricentrarsi” sulla vita fraterna non risponde soltanto ad una necessità aggregativa o gestionale, imposta dalle unità o comunità pastorali, ma ad una logica sinodale e missionaria che ha bisogno di tradursi in esercizi di comunione (come la cura vicendevole, comunicazione edificante, correzione fraterna), di condivisione (mensa, preghiera, casa) e di corresponsabilità pastorale (luogo di fraternità concreta e di santificazione).
Questo mutamento di mentalità stenta ad attecchire, e tuttavia vanno affermandosi esperienze di vita fraterna - contraddistinte non da uno stile monastico, ma per così dire canonicale, formate da piccoli gruppi di presbiteri scelti in base ad una compatibilità di tipo relazionale - favorite dalle unità o comunità pastorali, che contribuiscono “a scrivere non tanto un’altra pagina di geografia ecclesiastica, ma un capitolo nuovo di storia della “spiritualità del presbitero diocesano”. E’ necessaria una profonda revisione della procedura delle destinazioni, che non può fare a meno di considerare l’attitudine a un ministero condiviso, “a due a due” .

5. Alcune conclusioni
La messa del Crisma è il luogo proprio per rinnovare l’impegno a rinnovare la nostra disponibilità a Dio e rinnovare il servizio vicendevole, la ministerialità della Chiesa diocesana.
Ci assista la Santa Madre di Dio che invochiamo con il bellissimo titolo di Madonna del Conforto, sicuri che sarà in mezzo a noi, come lo fu a Pentecoste al centro della Chiesa nascente.

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