Stampa
PDF

Corpus Domini: omelia del nostro Arcivescovo Riccardo

on 26 Maggio 2016.

Corpus-Domini1. Rallegriamoci della presenza del Signore in mezzo a noi

Siamo venuti nella Chiesa madre per rallegraci della presenza del Signore in mezzo a noi. Sì, Gesù è con noi: nel popolo adunato, nella Parola che ci salva, nel Sacerdozio che ci conduce in paradiso, nell’Eucarestia che sostenta il nostro “pellegrinaggio tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio”[1].

Il recupero del soprannaturale non è compiacimento riservato a noi che siamo qui, ma un’esperienza che questa Chiesa vuole condividere con la città dell’uomo. Siamo convinti che la fede, e anche l’appartenenza al Signore, sono tuttora vive in mezzo al nostro popolo, magari come brace che arde sotto la cenere, come un’aspirazione mai cancellata, anche se repressa dalle durezze della vita.

So bene che per molti non è facile identificarsi con l’organizzazione della Chiesa come appare in questa città o come è raccontata in genere dal sistema mediatico.

Questa sera oso chiedere a tutti di ritrovare la semplicità del fanciullino che è dentro di noi e di tornare a misurarci col Vangelo, di perdonare se noi ministri del Signore non siamo stati sempre adeguati, se talvolta siamo apparsi più come una struttura che difende il proprio ruolo, che come la “compagnia degli apostoli" che vuole donare la vita per aiutare il prossimo. Mi piacerebbe se qualche volta nel girotondo degli anni l’immagine del popolo di Dio recuperasse nell’immaginario collettivo la centralità di Gesù crocifisso e risorto e dei tanti Santi che gli hanno fatto corona nel tempo, piuttosto che soffermarci prevalentemente sulle inadeguatezze di qualcuno: siamo un popolo di peccatori, ma Dio si è affascinato delle nostre risorse possibili e non cessa di metterci alla prova con la sua generosità e il dono dello Spirito Santo.

A me stesso, ma anche a tutti voi che come me credete che Gesù è realmente in mezzo a noi chiedo stasera di tornare a misurarci con la possibilità di calare l’utopia nella storia contemporanea, attraverso la fede operosa e la Grazia.

La città di Dio, la Santa Gerusalemme del Cielo verso la quale comminiamo, e la città dell’uomo che vive in questo tempo complicato ma bellissimo, possono tornare a convergere: Melchisedek Re di Salem e la benedizione di Abramo, estesa a tutti i credenti, possono incontrarsi ancora nella persona di Gesù.

Salem, antico nome di Gerusalemme, di cui la Scrittura dice che Melchisedek, fu Re è l’immagine di ogni città dell’uomo, ispirata a giustizia.

Abbiamo molto da condividere con la gente del nostro tempo, laddove si abbia il coraggio di portare il nostro contributo per tornare a discutere della città, della convivenza tra le persone, del senso dell’essere cittadini della terra, oltre che di questa bellissima Arezzo, che un celebre viaggiatore romantico chiama “città di pietra e di ferro”, forse cogliendo profonde identità della cultura di questo popolo[2].

Come far diventare il tratto di storia che ci è dato di vivere non solo segnato dalla giustizia ma anche dalla pace? La Lettera agli Ebrei ci dice che il punto di incontro tra giustizia e pace è la persona fisica di Gesù[3], che dà il modo di ravvivare il sogno del pensiero umano che la società sia costruita sulla prudenza, sulla giustizia, sulla fortezza e sulla temperanza.

Desidero ringraziare i miei fratelli sacerdoti che, recando a tutte le famiglie la Benedizione pasquale, si sono fatti carico di portare in dono in ogni casa il Santo Vangelo, ripubblicato assieme alla lettera che il Papa ha rivolto ai cristiani di Arezzo, invitandoci a metterci di nuovo in ascolto della Parola di Dio e a praticarla nei giorni della vita.

Mentre ci rallegriamo in questa sera del Corpus Domini per la presenza del Signore in mezzo a noi, la nostra gioia avrà costrutto se saprà radicarsi, con una continua ricerca di gesti concreti, nella storia aretina del nostro tempo, seguendo l’esempio di Gesù.

2. Il sangue sparso del Signore è il tesoro con cui siamo riscattati[4] 

Il riferimento alla passione del Signore Non è soltanto un’affermazione della Scrittura riguardante il passato, per il quale dobbiamo essere riconoscenti al Signore Gesù, ma di un impegno che ci coinvolge nei giorni della nostra vita.

Nel chiostro della Cattedrale di Roma, la Basilica di S. Giovanni in Laterano, dove Papa Francesco ha appena finito la stessa celebrazione del Corpus Domini che stiamo facendo anche  noi, c’è un antico monumento chiamato mensura Christi . Nel cuore della Cattedrale i Papi vollero ricordare a se stessi, al clero e ai fedeli che il nostro progetto di vita è di fare come Gesù, di avere Lui come misura del nostro agire.

Dal nord dell’Europa Tommaso da Kempis ci ha lasciato nei secoli il bellissimo testo di vita interiore “Imitazione di Cristo”, nutrimento di spiritualità soprattutto  dei sacerdoti.

Tra breve scenderemo nella Basilica di S. Francesco che, fuori dell’Umbria, è la più antica chiesa dedicata al Poverello d’Assisi e ne conserva preziose memorie. Vi andiamo per ricordarci che non basta dichiararsi cristiani – la sequela - occorre imitare Gesù, avere anche noi il braccio intrecciato con quello di Lui in croce, per essere riconosciuti amici suoi: “non vi chiamo più servi, ma amici”[5].

A La Verna, Francesco stigmatizzato raggiunse il culmine della sua esperienza cristiana, nella radicale conformazione a Cristo Signore, che è il dono totale di sé: “resistere fino al sangue”[6].

Ogni cristiano, ciascuno nella fedeltà alla propria vocazione, è chiamato a fare un dono radicale della propria vita, come ha fatto il Figlio di Dio.

Per esprimere questo concetto di radicalità, i Padri usano la bella espressione latina radicitus per dire che il cammino di vita secondo lo Spirito porta a mutare ogni sia pur piccolo aspetto della nostra esperienza umana per conformarlo al Signore[7]: far scomparire ogni traccia di peccato, perché su tutto prevalga la Grazia fina alle radici della nostra identità.

Alcuni ebbero il dono di farlo in pochi anni di vita, come tanti santi bambini delle nostre famiglie, percepiti nella loro santa semplicità da chi li conobbe; altri impegnarono la vita intera per avvicinarsi all’ideale.

La presenza dei Frati Francescani in mezzo a noi è un continuo richiamo a quel carisma benedetto che è parte identitaria della nostra Chiesa e quindi irrinunziabile.

L’effusione del sangue è certamente l’esperienza dei martiri, perché, laddove il sangue nel linguaggio biblico è sinonimo della vita, esprime la donazione dell’esistenza intera per Cristo. Nella tradizione della Chiesa vi è un martirio quotidiano nel tentativo di ogni cristiano di vincere con il bene il male; vi è una lotta che dura una vita intera e che è ugualmente effusione del sangue, cioè dono della vita a immagine di Gesù. Non c’è un’età in cui siamo dispensati dalle tentazioni.

Nella tradizione paolina, in particolare nella Lettera agli Efesini, il “sacramento grande”[8] di questo dono di sé, immagine costitutiva della Chiesa, è il matrimonio, che con linguaggio plastico riferito all’esperienza terrena del Signore, ne fa sacramento della mutua obbedienza e della ricerca del bene altrui, spendendo la vita intera.

Quando si parla di spendere la vita fino al sangue sarà opportuno riattivare una riflessione sulla identità della Chiesa a partire dal Sacramento del Matrimonio e dalla famiglia. Questa realtà concepita alla maniera cristiana è icone e manifestazione della Chiesa stessa, opera dello Spirito, frutto del Battesimo, Eucarestia quotidiana, nell’offerta e nel ringraziamento a Dio, nella logica del dono.

S. Francesco stesso, dopo aver adunato il Primo e il Secondo Ordine dei frati e delle monache, coinvolge le famiglie chiedendo loro pari radicalità di vita cristiana.

3. Voi stessi date loro da mangiare

Il racconto lucano della moltiplicazione dei pani[9] non riferisce soltanto l’intervento soprannaturale, ma coinvolge gli apostoli e gli amici di Gesù con una forte esortazione, come a dire “siate proprio voi a dare loro da mangiare, cioè, a provvedere ai bisogni della gente”.

L’Evangelista introduce in questo modo il tema della Misericordia. E’ necessario accorgersi dei bisogni degli altri, ma anche provvedere in prima persona. È esattamente il rovescio della ‘carità fatta per delega’ o della abusata denunzia dei mali della società senza altro personale coinvolgimento che l’alzar la voce, spesso nell’anonimato.

Come si fa allora? Qual è la Misericordia, cioè avere a cuore i miseri? Mi è facile col pensiero andare a Tabka, nella piccola oasi verde a nord del lago di Tiberiade, presso le risorgive d’acqua fresca e gustosa, dove la tradizione vuole che sia avvenuta la moltiplicazione dei pani.

I due versetti che seguono all’avvio della narrazione, sono dedicati alla la fame del popolo e alla difficoltà di provvedere. Si tratta di tematiche ancora vive nella Chiesa dei nostri giorni: si parli di parola che sfama il bisogno di senso della gente o di mense, di dormitori, di immigrati, ma anche di senza dimora, di malati complicati. Una bella, recente riflessione in Civiltà Cattolica ripropone il tema del perdono di chi ha fatto trasgressioni gravi ed è in carcere[10]. Come si fa?

La prima risposta che anche molti cristiani usano dare è: “Non siamo in grado, abbiamo solo due pani e cinque pesci. Per cinquemila uomini non bastano… Sono troppo gli immigrati: si dovrebbe… si potrebbe… perché non… se anche andassimo a comprare, quanto costerebbe…”.

La risposta di Gesù, cioè la mensura Christi, è duplice. La prima è l’accoglienza: “fateli accomodare…” La seconda è la condivisione. Se si divide quello che c’è, ce n’è assai per tutti! “sul monte sta scritto Dio provvede”, o meglio, se ti comprometti, se dici a Dio col cuore e ai vicini con le labbra: “puoi contare su di me”, si ripete quello che da venti secoli la Chiesa fa con le sue opere e la scelta della misericordia.

I Ministeri che affidiamo stasera ad alcuni fratelli e sorelle in questa Chiesa Cattedrale hanno un duplice effetto: provvedono alle necessità del prossimo, ma ricordano anche a tutti noi la logica del servizio con la quale tocca a noi rispondere ai bisogni dell’uomo del nostro tempo.

Papa Urbano IV avviando nel 1264 la Festa del Corpus Domini con la Bolla Transiturus Dominus, provocò i cristiani del suo tempo, insegnando che quando si porta per le vie della città il Santissimo Sacramento, Gesù riceverà tanto onore dal popolo quanto più sarà chiaro che il rapporto con Cristo è la fonte della misericordia verso i bisognosi, insegnataci dal pane spezzato e dal sangue sparso per gli altri. Questa è la nostra identità. Se durante l’anno saremo stati poco caritatevoli, non serviranno a niente fiori e lumi, abiti liturgici pomposi e infinite litanie. Se saremo riconosciuti parrocchia per parrocchia, comunità e movimenti come il popolo del Dio della Misericordia, saremo anche noi, almeno un poco, Vangelo vivente.

Andare per le vie della città è un bell’esame di coscienza; un gesto per metterci in discussione piuttosto rischioso. A chi ci incontra siamo davvero in grado di comunicare: “Ci siamo per voi”?

È anche un modo per prendere coscienza dei nostri limiti. Quella carità che non s’è fatta finora, possiamo impegnarci a farla, tornando alle nostre parrocchie e alle nostre case.

 

 



[1] Sant’Agostino, La Città di Dio, XVIII,51

[2] François-René de Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem (1811);

[3] Ebr 5,1-10

[4] Cfr I Pt 1,18-19

[5] Gv 15,15

[6] Ebr 12,

[7]  S. Cypriani, De Unitate Ecclesiae, 14

[8] Ef 5,32

[9] Lc 9,13

[10] Occhetta, F., S.J.,Le vittime dei reati e il loro dolore, in Civiltà Cattolica 3981. 14 maggio 2016

I cookie ci aiutano ad erogare servizi di qualità. Utilizzando i nostri servizi, l'utente accetta le nostre modalità d'uso dei cookie. To find out more about the cookies we use and how to delete them, see our privacy policy.

I accept cookies from this site.

EU Cookie Directive Module Information