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Prima domenica di Avvento Omelia dell’Arcivescovo nella Collegiata di Castiglioni

on 28 Novembre 2016.

Figlie e figli carissimi: il Signore ci dia pace.


1. Gli amici di Gesù sono un popolo in cammino.
Si apre l’Avvento, che è il rinnovato inizio dell’anno liturgico, cioè del girotondo di settimane, che ci avvicina alla Gerusalemme del Cielo, ancora una volta. È anche il ciclo di quattro settimane, nelle quali ci si mette in cammino verso la Grotta di Betlemme, come quando Francesco d’Assisi convinse i poveri dell’Umbria ad andare a piedi incontro al Signore, a Greccio, “tre anni prima della sua morte”, per sperimentare, anche fisicamente, la fatica di stare in mezzo alla gente, la poesia del Natale, l’occasione di una fraternità da ritrovare, semmai avessimo voglia di percepire la vita come un cammino insieme, come, per esempio, la storia d’amore di un uomo e una donna, come quei due che ho incontrato a Cortona, l’altro giorno, con 65 anni di matrimonio e ancora felici. Avvento è infine l’occasione di un cammino personale offerto a ciascuno di noi per recuperare consapevolezza, dominio di sé, umiltà e libertà dalle cose.


Si apre il Libro di Isaia profeta con un tema alto e una profezia, e, infine, un appello alla “casa di Giacobbe”, che siamo anche noi, perché recuperiamo la responsabilità, come nota caratteristica di chi, nell’esercizio della libertà, mostra d’essere figlio di Dio. Il tema alto è il richiamo all’umiltà. Non siamo padroni di Dio. C’è una convergenza verso Gerusalemme, verso la Città di Dio, dove tutti gli uomini e le donne della Terra sono attesi. Quando nel 310 Alarico, re dei Visigoti, mise a sacco Roma, i pagani in tutto l’impero si disperarono, perché era caduto il mito. Agostino d’Ippona avviò il De Civitate Dei, iniziando la prima lettura teologica della storia, in epoca cristiana. Miti ed eroi si succedono nel tempo, che è il luogo della pazienza di Dio, a noi tocca guardare avanti. Siamo amici di Gesù – mi piace raccogliere il linguaggio arcaico di Isaia, – se sappiamo puntare sul lavoro “le spade si trasformano in aratri”, se ci impegniamo per la pace “le lance diventino falci”, falci da mietere il grano: pane per tutti, come accoglienza per tutti dice la logica del lavoro. Tocca alla “casa di Giacobbe”, noi siamo il “nuovo Israele”, se assumiamo la responsabilità di incarnare l’ideale nel reale, il sogno di Dio, farlo diventare storia dell’uomo.


2. Con gioia incontro al Signore.
Dopo un lavoro duro di molti mesi, dal sud-est asiatico dove la Santa Sede giovanissimo mi aveva inviato, tornai verso Roma. Il mio aereo, a quel tempo un 727 era un grande aviogetto, era pieno di persone. Dal cappello calato sul capo degli uomini, giovani e vecchi, mi resi conto di essere in compagnia di un pellegrinaggio di ebrei verso la Terra Santa. Appena, dagli oblò, si cominciò a vedere il colle di Gerusalemme, tutti intonarono il Salmo 121, che abbiamo pregato anche noi, tra le Letture quest’oggi. “Quale gioia, quando mi dissero: Andremo alla Casa del Signore e, ora, stanno i nostri piedi sono alle tue porte, Gerusalemme!”.
Il tempo che stiamo vivendo si incanta sull’attimo fuggente, ha difficoltà a trovare una meta; ci pare di essere onnipotenti, ma stringiamo in mano un pugno di mosche. Il Novecento ci ha drogato, il mito del Superuomo ha moltiplicato i tiranni. Abbiamo disprezzato perfino la programmazione di tradizione marxiana, e rischiamo di non avere più obiettivi da raggiungere, di appagarci di autoreferenzialità. Gli uomini e le donne, anche del nostro tempo, possono ritrovare il gusto del cammino, il piacere di non accontentarsi delle cose, il gusto dell’amore e della libertà. Sulla vecchia cetra di Davide, questo stesso Salmo canta proprio così. Vale la pena camminare verso il progetto di Dio, che è il nuovo Umanesimo, per sua natura inclusivo. Papa Francesco ci sta insegnando a coinvolgere tutti, a non giudicare nessuno, ad offrire, anche a chi non ne è consapevole, la possibilità di rimettersi in marcia. E troppo poco saziarci di benessere.


3. Il discorso sul metodo.
L’esortazione finale della principale lettera di Paolo insegna come fare per essere significativi. Ci è chiesto di riappropriarci della vita interiore, del buono, del bello e del giusto. Con il dinamismo, che la tradizione cristiana, assegna alla persona, Paolo ci chiede di svegliarci, cioè di farci consapevoli, che corrisponde a una visione di ogni persona che sappia guardarsi dentro, rendersi conto delle possibilità che ha, di una sorta di slancio vitale, che chi si sveglia riconosce in quelle armi della luce di Romani 13. Il comportamento che l’apostolo ci chiede non è la pedissequa applicazione di una legge esterna a noi, ma fare cultura nella frequentazione di tutto ciò che è positivo. L’arte, la musica, la poesia, il bello sono dimensioni soggettive di elevazione dello spirito. Seguita a meravigliarmi che il linguaggio neotestamentario, con i suoi avverbi torni, ciclicamente, a essere obiettivo di politica nel nostro Paese: “onestamente”, cioè il recupero dell’onestà, ancor prima che come dimensione comportamentale, è riconoscere nell’onestà un valore. Lo è per tutti, anche per chi, ordinariamente, lo trasgredisce. Quando Papa Giovanni Paolo II dette coraggio di libertà ai suoi polacchi, facendo girare per il mondo glasnost, cioè trasparenza, non era forse l’eco dell’espressione paolina “come in pieno giorno”; quella trasparenza, che è divenuta una bandiera per alcuni, ma non è contestata da nessuno, anche se assai poco praticata. Il pentagramma paolino di “orge, ubriachezze, lussuria, litigi e gelosie” seguita ad essere la musica nefasta, che banalizza le risorse di una generazione verso la quale sono pieno di simpatica, e anche di stima. Il “rivestitevi, invece, del Signore Gesù Cristo”, dice l’essere alternativi, ma anche il dominio di sé, l’essere signori di se stessi, che seguita ad affascinare chi pensa, o chi è allenato a pensare.


4. “Tenetevi pronti” qualità degli uomini liberi.
Pronti, svegli, vigilanti sono i modi d’essere di chi attende, attivamente, la fine dell’ingiustizia e il riconoscimento della qualità umana. La pagina di Matteo 24, con cui ci approcciamo dopo tre anni a Primo Vangelo, dice essenzialmente tre cose. La prima comunità cristiana vive tra l’esperienza gioiosa della Resurrezione del Signore, che ha visto, e la tribolazione dell’impatto del Vangelo con una società che lo rifiuta, perché non lo conosce. Come gli uomini vestiti di bianco dell’Apocalisse, anche i nostri antenati nella fede confidano molto che il “basta”, che viene loro dal cuore, sia ascoltato da Dio. Il cammino in avanti della storia porta a una costatazione: come il mondo è cominciato, così avrà fine. Matteo usa tre similitudini: il diluvio, con l’arca di Noè, che assicura salvezza a chi ci vuole entrare, la sorte dei distratti, come le due donne alla mola, e, infine, il ladro che entra e ti guasta quello che tu credevi fosse il tuo tesoro.
Credo che nessuno abbia difficoltà a leggere la cronaca alla luce di queste provocazioni evangeliche, che anche la trasgressione giovanile può essere letta come la ricerca di un’arca, di una barca su cui traversare il mare dell’apparentemente impossibile. La caduta di attenzione nella sensibilità di molti verso la cosa pubblica è una contestazione del rifiuto di farsi imbonire dal particolare, senza cogliere l’insieme, abilmente catturato da chi può. Tutta l’assemblea che mi ascolta potrebbe comporre una litania delle speranze perdute, dei beni defraudati, che già erano stai conquistati con fatica da generazioni precedenti, e da un bisogno di alternativa.
L’Avvento si avvia con quel fortissimo consiglio evangelico, vegliate dunque, svegliatevi perché ciascuno a suo modo sappia riconoscere il Signore che viene. Nella tradizione cristiana la Santità risana il mondo. Se metti apposto te stesso ci sarà meno male nel mondo.

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