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Messa Crismale: omelia dell’Arcivescovo

on 13 Aprile 2017.

Omelia-Messa-Crismale2Fratelli beneamati,
che con me condividete il sacro ministero,
sorelle che con i carismi che Dio vi ha dato,
di vita consacrata o di impegno familiare,
siete grande risorsa per la nostra comunità ecclesiale:
il Signore ci sostenga con la sua Grazia e ci dia pace!

1. Contemplare i doni dello Spirito

Chi ha lo sguardo limpido e il cuore puro riesce a scorgere quest’oggi la bellezza della Chiesa, che è il più gran dono che Dio ci ha fatto. Lo Spirito del Cristo Risorto si fa spazio dentro di noi, perché nessuno si perda la dimensione soprannaturale di questo evento, che è un vero kairos.
Almeno nelle intenzioni, siamo un popolo che aspira a divenire poveri di Jawè, fidandoci completamente di Lui: “Dio è la mia salvezza io confiderò, non avrò mai timore, perché mia forza e mio canto è il Signore”. Nessuno può vantare diritti o rivendicare privilegi: la fede è un dono, il servizio ai fratelli una grazia.
Insegna l’Apostolo che il Popolo che Dio si è scelto è articolato come il corpo umano: ognuno ha il suo ruolo, ciascuno è chiamato a fare la parte che gli è propria: “Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo”. Solo agendo uniti si manifesta la qualità che Dio ha fatto a ciascuno, chiamandoci ad essere corresponsabili del suo progetto nella sua preghiera sacerdotale, prima della passione: “che siano tutti una cosa sola: come tu, Padre, sei in me e io sono in te, siano anch'essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato”. Questa è la missione dei cristiani: essere segno levato sulle nazioni, tutti popolo sacerdotale, “voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce”.
Su questa assemblea adunata aleggia lo Spirito di Gesù Risorto. Oggi si manifesta il capolavoro non ancora compiuto di Dio. Siamo la sua famiglia. Tocca a noi realizzare ciò che Dio ci ha affidato: per regnare insieme con lui, occorre realizzare ciò che ancora manca perché il Vangelo giunga a tutti e lo Spirito risuoni nella nostra interiorità.
Questa assise che è tenuta insieme dallo Spirito di Gesù, mentre va con la memoria alla sinagoga di Nazareth, torna a promettere fedeltà a Dio per raggiungere le periferie esistenziali della terra d’Arezzo e coinvolgere tutti: “uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo”. Con un cammino di consapevolezza, nella certezza che Dio non abbandona il suo popolo.
Questa meta alta e bella si realizza scegliendo ancora questa mattina di praticare la vita secondo lo Spirito. Ci si rinnova se cresce la qualità della nostra vita spirituale, non nel devozionalismo, ma nella linea del magistero conciliare e dell’insegnamento dei Papi.
La maniera per realizzare in terra d’Arezzo questo ideale è una spiritualità inclusiva, facendo delle differenze altrettante ricchezze, senza mitizzare una certa uniformità del passato: come la tovaglia apparsa a Pietro all’inizio della sua missione fuori dei confini d’Israele. Un mosaico è tanto più bello quanto migliori sono le tessere che lo compongono. Siamo qui convenuti per ridirci l’un l’altro che occorre, nei tempi che ci aspettano, essere tutti responsabili. Il risultato di questa scelta sarà tanto migliore, quanto migliori saranno le singole parti di quel concerto che è la nostra Chiesa. Il mondo ecclesiale si cambia se ciascuno prova a migliorare se stesso. In sostanza ci promettiamo ogni impegno non tanto nell’ordine del fare, ma in quello dell’essere.


2. La scelta del servizio come risposta alla vocazione cristiana

Gesù si è fatto nostro modello. Il secondo cantico del servo di Javè che abbiamo meditato in questi giorni torna a ripeterci che non c’è altro modo che farci consapevoli della nostra vocazione: “disse il Signore che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e riunire Israele… io ti renderò luce delle nazioni perché tu porti la mia salvezza fino all'estremità della terra”. Per cambiare il mondo complesso della nostra realtà anche aretina non ci è chiesto altro che spendere i talenti che Dio ha dato a ciascuno di noi, attenti ai segni dei tempi, come le vergini prudenti che vegliarono in attesa della festa di nozze.
Qual è il nostro servizio? In fedeltà alla Liturgia della Messa crismale, insieme con il presbiterio, rinnoverò stamani le tre promesse del giorno dell’ordinazione sacerdotale. I Diaconi, rivestiti della dalmatica che è l’abito del servizio, proveranno a rivisitare la loro vocazione d’essere pronti a collaborare a servizio della gente.

La sapienza della Chiesa ha voluto che questa Chiesa locale fosse arricchita di catechisti, di lettori, di accoliti e di tutta quella dovizia di ministeri che rendono oggi condivise le speranze del vangelo di Cristo.
L’insegnamento dei Papi ha fatto scoprire la vocazione al matrimonio cristiano come strumento privilegiato per l’edificazione della società e l’apertura alla vita. Il lavoro per i cristiani è la via per cambiare il mondo: pensatori, insegnanti, edificatori dell’ordine pubblico, nei molteplici ruoli vogliamo rispondere al Signore che ci chiama.
La nostra presenza nella Chiesa madre questa mattina, prima di ritornare nelle 246 parrocchie che ci appartengono, vuol rinnovare la promessa di un popolo che aderisce al modello di Gesù che si fa servo per l’utilità di ogni uomo e ogni donna della terra.
Questo cammino richiede che ciascuno di noi si converta e che ritorniamo alle nostre occupazioni rinnovati dal profumo del crisma, che è il segno sacramentale dell’opera dello Spirito Santo.
Fedeli all’impegno battesimale, siamo pronti alla lotta contro il male, come gli antichi gladiatori romani che unti dell’olio sfuggivano alla presa dell’avversario. Facciamo nostra la volontà di chinarci su ogni sofferenza, su ogni infermità che mette alla prova uomini e donne anche nella nostra terra.
L’olio degli infermi che consegniamo, per il vostro tramite ad ogni comunità della nostra Chiesa locale, manifesta la decisione di animare in ogni parrocchia una speciale attenzione di aiuto verso chi è nel bisogno, fino alla invocazione di Dio nel sacramento degli infermi, che va riscoperto come risorsa e aiuto nella prova del male fisico.
Riusciremo in questi impegni se porremo particolare attenzione alla stima vicendevole, riconoscendo il valore del sacerdozio ministeriale, aldilà delle note dei nostri passaporti. Da parte di tutti occorre convertirci alla integrazione in questa Chiesa aretina e liberarci dagli inutili commenti, che manifestano lo spirito del mondo, l’attenzione ai propri interessi e la sfiducia verso questa realtà ecclesiale e il suo futuro. Chi ha - nella sapienza, nella visione culturale aperta, nella ricerca spirituale - sovvenga chi ha meno: non è nel piano di Dio la contrapposizione, ma la collaborazione vicendevole e la carità.
Anche nell’impegno del laicato occorre riconoscere i doni spirituali e umani che sono presenti negli altri, senza occupare per anni posizioni di preminenza all’interno delle comunità, condizionando fortemente l’avvicinarsi di altri alla vita della parrocchia e la pratica delle scelte diocesane.


3. “Oggi si è compiuta questa scrittura”

Il Sinodo che stiamo costruendo, preparandoci a camminare insieme dopo molto tempo, è come trovarci un posto nella vita pubblica di Gesù, accompagnarlo per le vie del mondo, dove la Provvidenza ci conduce, in un esodo nuovo che ci è reso possibile dal divino Spirito, che è il vero protagonista di questa
celebrazione.
Non dobbiamo avere paura del nuovo, perché lo riconosciamo come dono di Dio, sempre autore del nuovo, Iom Yahweh di quella creazione avviata ma non ancora perfezionata fino alla Gerusalemme del Cielo dove vogliamo arrivare tutti.
Chi sa se i ragazzi presenti a questa celebrazione riusciranno a cogliere il segno della presenza di Gesù, nel popolo adunato, nella parola che risuona, nella gioia del ministero, nella Pentecoste che si rinnova e ci attende.
Siamo pronti a cingerci le vesti, a calzare i sandali di un cammino alla sequela di Gesù, che torna a guidarci per le strade del mondo. Tocca a noi ripetere nei gesti della vita rinnovata dalla grazia. Una presenza leggibile del Figlio di Maria. Lei nostra Signora, torna a ripeterci come a Cana di Galilea “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”.
La Pasqua che stiamo avviandoci a celebrare per ritus et preces diventerà storia nella misura che ci sarà possibile passare il Mare Rosso delle nostre indecisioni, delle contraddizioni e del peccato. Da La Verna, insegna San Bonaventura che “Colui che guarda questo «propiziatorio», volgendo a lui interamente lo sguardo, e con fede, speranza, carità, devozione, ammirazione, esultanza, stima, lode e giubilo lo rimira appeso in croce, fa con lui la pasqua, cioè «il transito», per attraversare il Mar Rosso per mezzo della verga della croce e, uscendo dall'Egitto, entrare nel deserto”.
Ci è chiesto di credere finalmente che Dio non ci abbandona ma a ciascuno di noi, pur con vocazioni diverse, chiede d’essere il Buon Samaritano, sulle vie dei nostri percorsi con la gioia nel cuore, e la pace come programma di vita.
Ci è chiesto di rimettere Gesù al centro: non solo come il morto risorto, ma come il vivente. Questa Chiesa è sua. Insegna Melitone di Sardi che “Egli è colui che ci trasse dalla schiavitù alla libertà, dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita, dalla tirannia al regno eterno”.
Il fascino dell’unzione soprannaturale dello Spirito è la nostra risorsa. Non conta cosa facciano gli altri, ma cosa faccio io per rispondere alla vocazione santa che ho ricevuto nel laicato, col sacerdozio comune, nella vita consacrata, nello spendersi fino in fondo per il regno. Il Papa parlando ai Gesuiti spiegava che “giovamento è “quello che maggiormente ci fa bene”. Si tratta del “magis”, di quel plus che porta Ignazio ad iniziare processi, ad accompagnarli e a valutare la loro reale incidenza nella vita delle persone, in materia di fede, o di giustizia, o di misericordia e carità. Il magis è il fuoco, il fervore dell’azione, che scuote gli assonnati.”. La missione verso il mondo che abbiamo intorno è per tutti: illuminare, formare, santificare. Ci sia di augurio per il nostro servizio nella Chiesa la parola dell’Apostolo delle genti : “Noli vinci a malo, sed vince in bono malum”.

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