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Omelia del Giorno di Pasqua pronunciata dal nostro Vescovo Riccardo nella chiesa Cattedrale

cattedraleFratelli e sorelle amatissimi,
il Signore ci dia pace
in questo giorno di Pasqua!

1. La condizione nuova dei cristiani che vivono la Pasqua

Abbiamo ascoltato l’Apostolo Paolo, che ci chiede di essere nuovi come il pane fresco, non impastato con il vecchio lievito dei nostri luoghi comuni. Il tema è raccolto dalla tradizione ebraica, che, per Pasqua, prescrive di cibarsi degli azimi, il pane della fretta, con cui il popolo uscì dall’Egitto, senza preoccuparsi troppo del cibo.
Si è nuovi anche noi, se abbiamo il gusto della libertà. Nel dialogo con Cristo, resuscitato dal Padre, Gesù modello di uomo nuovo chiede anche a noi cambiamenti, non tanto nella morale, ma nella percezione di noi stessi, sul senso della nostra vita.
Pasqua è un’opportunità che ci è donata, perché Dio ci ha liberati dalla morte eterna, e ha promesso a noi e ai nostri cari di fare la stessa esperienza di Gesù, che il Padre ha resuscitato da morte, perché l’ultima parola non fosse lasciata all’ingiustizia del mondo, ma all’amore di Dio, che non ci ha creati per farci soffrire in quell’inferno, che siamo bravissimi a costruire con le nostre mani: guerra, tradimenti, malattie, sofferenze.
Il nostro pensiero, in questo giorno di Pasqua, va ai cinque ospedali in terra di Arezzo, ma anche alle tragedie, che catturano gli ascolti dei media, quasi ogni giorno, e alle follie dei governanti spregiudicati, all’egoismo di generazioni che mangiano il pane dei figli, alla competizione, insegnata anche ai bambini quasi fosse ineluttabile stile di vita per sopravvivere.
Ci riuscirà di coniugare la fede con la novità della vita?
I Padri della Chiesa, predicando il giorno di Pasqua, invitano a non far prevalere i riti e le tradizioni sul contenuto e il significato dell’evento cristiano. È il discorso di Pietro, in casa di Cornelio, che abbiamo ascoltato proprio oggi dagli Atti degli Apostoli: Gesù di Nazareth «passò beneficando e risanando tutti» 1.

2. Fermarsi per comprendere dove stiamo andando

Nella tradizione liturgica della Chiesa latina, Pasqua è considerato un evento, un kairos, il motivo dominante della nostra esperienza cristiana. La consuetudine vuole che questo giorno sia di festa; si lasci il lavoro quotidiano, si dedichi il tempo ai rapporti interpersonali che danno maggiore significato alla nostra vita.
Viviamo un’epoca di relazioni malate, che sono la causa di gran parte delle sofferenze che sperimentiamo ogni giorno. Innanzitutto, relazioni con se stessi. Si corre, ma non si sa verso che cosa. Gli obiettivi sono fugaci e inconsistenti, non appagano il cuore dell’uomo. Ci sembra di camminare, anzi di correre, ma rischiamo di non trovare noi stessi, di avere sempre minore identità. Siamo plasmati dai prodotti che ci vengono offerti dai media, spesso rincorriamo obiettivi che poi si manifestano essere miraggi. Occorre recuperare il rapporto con la cultura, se siamo interessati ad essere liberi.
Il tempo che stiamo vivendo è segnato, solo in Occidente, da una caduta del rapporto con Dio, del rapporto di coppia e con gli amici, dei rapporti con l’ambiente che devastiamo, senza conoscere la bellezza e il valore dei suoi frutti.
Per i cristiani, Pasqua è il passaggio dai propositi ai fatti. La grazia del Signore risorto si trasformi in entusiasmo, per quanti sono coinvolti in questo evento per comunicarlo, perché la nostra gioia sia piena2, come insegna l’apostolo Giovanni.
Cristiano che mi ascolti, riprendi coraggio: «Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della Vita era morto, ma ora, vivo, trionfa»3.

3. Un tempo per vivere da cristiani

I Vescovi dei primi secoli insegnano che il tempo pasquale sia di accompagnamento a ogni cristiano, perché la sua vita sia segnata dal Vangelo con concretezza. «Pasqua è avvenuta una volta per sempre, la solennità annuale la ripete di volta in volta come se sempre fosse la prima»4, riuscendo così a risanare il cuore dei fedeli. È dunque tempo perché, chi ha più esperienza, come i genitori, metta a disposizione, senza arroganza la propria saggezza acquisita ai figli: ci vuole dialogo.
È anche un tempo bello, perché ogni adulto si faccia illuminare con saggi consigli, e discernimento dal ministro del Signore con cui maggiormente ha familiarità, perché a tutti sia possibile incontrare il Risorto.
In questa nostra Chiesa aretina, che viaggia da secoli sulle orme di San Donato, il tempo pasquale è il momento propizio per avviare una riflessione comunitaria su ciò che i laici ritengono possa essere fatto nella comunità cristiana. A questo cordialmente vi invito, per assomigliare sempre più alla Chiesa degli Apostoli.
L’impegno ad addentrarsi nel cuore della comunità diocesana è immediata preparazione al Sinodo, che il prossimo anno avvieremo, dopo decenni, per ascoltare che cosa pensa la gente, per rispondere ai bisogni del prossimo, per essere vicini a tutti.
A ciascuno voglio chiedere di far giungere ai propri familiari l’augurio pasquale e la benedizione, che su di loro invochiamo dal Signore.

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