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San Donato: omelia dell’Arcivescovo

1. La festa di San Donato è un dono bellissimo per tutta la Chiesa diocesana, perché ci aiuta a misurarci con il grande evangelizzatore e patrono, per rileggere la nostra identità nel tempo presente.
Il Vescovo Donato è l’esempio di quale misura è chiesta anche a ciascuno di noi per dirsi ed essere riconosciuto cristiano. Il Vescovo lo fece usque ad sanguinis effusionem. Altri nostri aretini hanno fatto come lui nel corso dei secoli.
Esiste, tuttavia, un martirio incruento e non meno doloroso, e per certo altrettanto radicale. Padri e madri di famiglia, che hanno cresciuto figli e nipoti, lasciando nella memoria non solo di casa, ma anche di quanti li conobbero un segno credibile di umanità significativa e di fede intrepida.
Resistere alle difficoltà è proprio del martirio, ma lo è anche ascoltare tutti senza cedere alle contestazioni talvolta malevole. Andare in cerca del consenso e dell’applauso non è la misura di San Donato.
Come nei giorni di festa in famiglia, quando è uso toscano tirar fuori le fotografie per ricordare momenti belli, e appuntamenti significativi per gli effetti che ebbero nel tempo, vi invito, cari aretini, a fare quest’oggi altrettanto, ricordando ciascuno nella propria famiglia, ma anche nella Chiesa aretina, chi ci ha lasciato esempi luminosi, come Don Alcide Lazzeri, il prete di Civitella, che contrattò con le SS, dando la propria vita in cambio di quella del popolo. Ottenne di essere barbaramente ucciso per primo, senza riuscire a salvare gli altri uomini del paese. Tra gli assistenti dei gruppi giovanili, non vorrei che Arezzo dimenticasse Don Tani, che, pur di salvare i propri ragazzi, per ventidue giorni di tortura non rivelò dove fossero, e poi una scarica di mitra lo soppresse nel carcere di San Benedetto di Arezzo, senza che riuscissero a sapere dove erano i ragazzi del gruppo.
Abbiamo avuto religiosi che la gente ricorda ancora dopo decenni, come Padre Caprara che fondò lo scoutismo aretino, i Padri Basilio, Anselmo, Alfonso al Saione, parroci che formarono generazioni.

2. L’esempio di San Donato riguarda tutti. Gesù ha voluto una chiesa tutta ministeriale. Ricordate… la sera dell’Ultima Cena, Gesù si mise la pannuccia in vita, e lavò i piedi dei presenti, dicendo loro di fare altrettanto; lo disse non solo ai preti, ma a quanti erano lì: una chiesa tutta ministeriale. Se ognuno fa il suo, si va lontano. È pagano non porsi la domanda “cosa Cristo vuole da me?”. Noi deviamo i ragazzi, dicendo “cosa ti diverte fare? Cosa vuoi fare da grande?”, e crediamo che basti, per essere cristiano, accogliere il prete per la Benedizione Pasquale: ci vuole altro.
I matrimoni senza vocazione falliscono o diventano una croce pesantissima per chi, dei due, deve sopportare l’altra parte. La bellezza passa, la ricchezza è un mito che non tutti riescono a raggiungere con le mani pulite, il potere non soddisfa come ci hanno mostrato, anche recentemente, quanti ne vogliono sempre di più, sciupando anche quel poco di bene, che hanno fatto finora.
Misurarsi con San Donato vuol dire impegno, anzi misurare il proprio impegno, è chiedersi, all’interno di ogni comunità, quale ruolo e incidenza i nostri laici hanno nei processi che li riguardano come fedeli, nella vita pastorale, che è fatta di Annunzio, Celebrazione e Testimonianza. In tutte e tre queste dimensioni è necessario un pieno coinvolgimento di ciascuno dei fedeli, uomini e donne. Certamente, l’annunzio del Vangelo fatto fai laici deve liberarsi dal clericalismo, e usare lo stile che è proprio delle relazioni nel nostro tempo. Perfino la Divina Liturgia deve rispettare il principio della sussidiarietà, cioè nessuno deve usurpare lo spazio riservato all’altro. Il Vescovo, il prete e il diacono hanno compiti specifici, che vanno rispettati da tutti, ma anche i catechisti, i cantori, i musici, i lettori debbono avere competenza ed esercitare la loro funzione. La testimonianza della carità è materia che raccoglie davvero tutti.
Esiste, tuttavia, un sistema di relazione nuovo, che deve essere orientato alla costruzione di una comunità, che è se stessa, indipendente dal clero che in quel momento la serve. Il campanilismo, il confronto con i vicini sono mali pericolosi, che non appartengono alla Chiesa. Polemiche e invasioni di campo nelle competenze altrui non giovano alla nostra storia cristiana, che viene da lontano, e neppure alla nostra Chiesa, perché danneggiano l’unità, che è una nota caratteristica ribadita nel Credo.
Occorre anche domandarci quale la partecipazione del laicato alla vita diocesana. La Chiesa sussiste attorno al successore degli Apostoli, a San Donato e ai suoi successori. La tentazione di far da sé affligge ogni parrocchia, ogni movimento e ogni associazione, ma San Donato ci insegna a rimettere insieme i cocci di ogni calice infranto dalla malizia del diavolo, che divide. È l’unica cosa che sa fare, e la fa bene.
Occorre riscoprire che la Comunione è per la missione. No dunque al compiacimento estetico dei numeri, e alla ricerca del successo personale.

3. Andare a Sinodo significa avere coraggio di richiedere a tutti di ridarci fiducia. Le devozioni appagano solo una parte della società aretina, ma non coinvolgono la maggioranza della gente di questa città, nel rafforzare la vita di fede. San Donato, che curò la cieca Siranna, ci aiuti a interiorizzare. Meno apparenza, e più scelte cristiane se vogliamo che la generazione nuova, in terra di Arezzo, abbia il senso di Dio e il gusto di fare Chiesa.
La fede non si esprime nel conformismo. La Tradizione è una cosa santa. È quanto ricevemmo, attraverso le generazioni, che ci ricollega a Gesù stesso. È ciò che ci è stato tramandato, e che per ciò stesso è essenziale. Le tradizioni sono usi e costumi, introdotti nel tempo, e che possono variare, e anzi, talvolta, lo devono. Se vogliamo aprire un dialogo serio con chi non frequenta ordinariamente la Chiesa, dobbiamo liberarci dalla paglia perché risplenda l’oro. Sono entrambi gialli, ma di tonalità diversa. E anche di valore diverso.

La verità non è frutto del conto di maggioranza. Il Martire Donato ci insegni a resistere alle mode del tempo, a informarci sugli eventi di Chiesa, attraverso cronache più o meno fedeli degli media, che fanno bene il loro lavoro, se funzionano come specchi, riflettendo la realtà come si manifesta, ma, a volte, ragioni ideologiche, fanno deformare la stessa realtà.
Il ruolo dei fedeli laici nel processo identitario della nostra Chiesa va rivisto; è necessario interpellare le persone, ma anche le parrocchie e le comunità a chiedersi quale sia l’apporto al bene delle parti all’insieme, dei singoli al bene comune.
Sul Sinodo, che è un cammino di ricerca da fare insieme, per ritrovare ciò che ci unisce, e mediare ciò che divide, invochiamo l’intercessione di San Donato, e cerchiamo di imitarne l’esempio.
Gli antichi dicevano Sanctus Donatus seu Arretium. Aretini che mi ascoltate, è ancor vero che la nostra identità nasce dal confronto con San Donato?

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