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Santa Margherita, l'omelia dell'Arcivescovo

La diocesi ha celebrato una delle sue copatrone, Santa Margherita.

A Cortona, nella basilica dedicata alla penitente, la Messa Pontificale delle 11 è stata presieduta dall’arcivescovo Riccardo Fontana e animata dalla corale Zefferini. 

Queste le parole pronunciate dal Pastore nella sua omelia:

 

Reverendissimo e caro ministro provinciale dell’ordine dei frati minori,

miei fratelli nel sacerdozio,

figli e figlie della nostra Chiesa qua convenuti per far festa accanto a Santa Margherita:

il Signore ci dia pace e ci dia quello sguardo interiore e quella capacità di far nostro il tesoro che ci viene dal cuore del XIII secolo, dall’Ordine francescano nascente.

 

  1. 1.La dimensione dell’utopia da recuperare

 

Abbiamo bisogno di quel tesoro, abbiamo bisogno di confrontarci ancora tutti con l’Evangelo di Gesù che è innanzi tutto l’annunzio del perdono. Siamo tutti a far festa perché Dio vuole perdonare ciascuno di noi e ci accoglie. Ci accoglie provvido, attento, come quel pastore che non trova pace finché quella pecorella smarrita non è ritornata all’ovile.

Come mi piacerebbe poter contemplare la maternità della Chiesa, sollecita come la donna del Vangelo che avendo perduto il suo soldo, butta per aria la casa intera finché non l’ha ritrovata!

Noi valiamo più di un soldo, siamo ben più che una pecora smarrita: siamo l’immagine di Dio, il suo capolavoro.

La vicenda umana di Santa Margherita ci è ancora di esempio per l’attualità delle sue vicende. La generazione precedente la nostra, quanti edificarono questo tempio, la tradizione, ebbe modo di meravigliarsi intorno alla vicenda di Margherita da Laviano, una fanciulla che va a convivere con un uomo. Anche i tuoi genitori, certamente i tuoi nonni, avrebbero preso le distanze da un comportamento di coppia che purtroppo si è andato moltiplicando nel tempo.

Con questa caduta vertiginosa delle apparenze, del perbenismo di maniera, non sono venuti meno in molti ragazzi che ci crescono accanto il desiderio di conoscere e vivere i principi morali.

La generazione più giovane non sa più ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, almeno che non si presuma un’illuminazione per grazia delle coscienze. La legge morale naturale è fragile, nel frastuono delle parole che connotano il nostro tempo.

Per avere coscienze libere occorrono itinerari di formazione che sono imprescindibili, perché i più giovani -ma anche gli adulti- sappiano scegliere ciò che è bene, distinguendolo da ciò che è male. Questo è vero non solo per quanti aderiscono al Vangelo. È l’umano che ci chiede di recuperare il senso delle cose e imparare a scegliere.

Le istituzioni tacciono. Contravvenendo al proprio dovere identitario ricercano consenso e plauso. Talvolta insegnano il rovescio di quella che è l’identità cristiana del popolo italiano, la nostra identità certa.

Per grazia di Dio altri linguaggi portano contenuti: la musica, l’arte, lo studio.

 

  1. 2.La superficialità è la vera eresia del nostro tempo

 

Troppe volte anche la Chiesa ha timore di disturbare qualcuno e tace. Così il messaggio, che è la ragione della sua esistenza, si capisce poco.

Al popolo di Dio è affidato il Vangelo di Gesù, che è liberazione, pace, recupero di quella dimensione umana, senza la quale uomini e donne, anche nel nostro tempo, sono infelici.

Io non so se i ragazzini e i bimbi di Cortona sanno ancora di quel piccolo cane che conduce Margherita a incontrare la sua storia di amore andata in rovina. Troppe volte la gente del mio tempo, i ragazzi e le ragazze del mio tempo, si fanno condurre da altro che la Sapienza. Occorre ritrovare la voce. Qual è il segno di Dio?

Ragionando con i miei frati, qualche tempo fa, dicevo la mia forte meraviglia: l’Ordine francescano nascente riesce ad ascoltare la piccola Margherita disperata, riesce a consigliarla, a farsi strumento di Dio, perché la giovane derelitta che è andata per vie sbagliate, ritrovi la via di Dio.

La via della conversione, miei fratelli, è ancora possibile. La conversione, che è opera della Grazia di Dio, va predicata e praticata. Non avviene comunemente con quelle penitenze spettacolari di cui la cultura seicentesca ha caricato S. Margherita.

È un cammino! C’è un prima e un poi, c’è l’intervento della Grazia che si serve rigorosamente della sua Chiesa.

È tradizione a Cortona, che il giorno di Santa Margherita tutti si confessino e si comunichino: questa è la tradizione dei padri. Quando ti sei messo davanti al ministro del Signore, dopo aver detto le tue colpe, il confessore ha ripetuto su di te “mediante il ministero della Chiesa” e questa mediazione, la Chiesa vuole farla con maternità.

La nostra Chiesa vuole ritrovare la dolcezza e la tenerezza di stare accanto ai nostri ragazzi, qualunque sia la loro età, anche se hanno i capelli bianchi. La Chiesa deve essere ancora capace di considerare con tenerezza, dolcezza e affezione, quanti incontra. Salire sul monte ha un alto valore simbolico già in sé.

Venire da Santa Margherita e andare nella casa dei santi, vuol dire ritrovare la nostra voglia di uscire dalla palude quotidiana di compromessi, di peccato, di ingiustizia, di cattiveria, di miseria in cui ci siamo rassegnati a vivere.

Troppe volte ai cristiani è capitato di servire la nazione intera ridando i principi e riaffermando con personale sacrificio, la via della giustizia e della pace. Anche nel tempo presente, invocando Margherita, la Chiesa vuole ritrovare la perla preziosa della fedeltà a Cristo, la dolcezza del perdono possibile. Si vuole uscire tutti insieme da quella condizione un po’estranea alle cose di Dio, per cui ci si chiede: “Potrà il Signore accogliermi così come sono?! Con i limiti che ho, con il peccato che mi porto dietro, con le contraddizioni, con la poca chiarezza, con la doppiezza che ci portiamo dietro tutti, amici?! Siamo venuti dalla Santa penitente, per ridirci, guardandoci in faccia, che crediamo nel perdono di Dio.

Margherita guidata dai frati: questa è la mediazione imprescindibile della Chiesa. Non basta il gesto liturgico per la conversione, occorre l’impegno, faticoso, amorevole, di far ritrovare alla persona la via del Cielo.

 

  1. 3.Saremmo capaci noi, sacerdoti del nostro tempo, in questa terra di Cortona e di Arezzo, di portare la gente al Signore?

 

         Con l’austerità della vita, con l’esempio ancor prima che con le parole, con la santità dei comportamenti, con la giustizia della nostra storia personale? A noi tocca di prendere per mano ciascuno, cominciando dagli ultimi, da chi bussa alla nostra porta, dai piccoli, dai poveri, dai disperati. A noi tocca di riportare la gente al Signore. Oggi, in questa fase complicata della nostra storia collettiva in cui ci sono incertezze sulla giustizia. I nostri ragazzi non sanno più qual è la via del Signore, la via della libertà e della pace! Tocca far il proposito di essere, come quei frati francescani antichi, gli strumenti della sua pace.

Il cammino di fede vissuta portò Margherita a essere modello e strumento della carità.

Di quale conversione stiamo parlando? Basta una scelta ideologica? È sufficiente fare un bel proposito salendo sul monte di Santa Margherita? Ci possiamo accontentare di pii sentimenti? Santa Margherita da Cortona ci insegna, miei amici, la concretezza della carità. Il fascino di vedere Gesù nei piccoli, nei poveri e nei malati. A cominciare dai malati.

Voglio andare col pensiero a delle piaghe del nostro tempo particolarmente dolorose. Voglio pensare ai malati che ancor oggi nei cinque ospedali della nostra Chiesa diocesana hanno ben poca speranza di guarire. Vado col pensiero al numero crescente dei malati psichiatrici, per i quali non c’è più provvidenza.

Di fronte alla Santa, che ha insegnato la solidarietà all’Umbria e alla Toscana insieme, qui siamo sul crinale, c’è da chiederci se siamo ancora capaci di essere solidali. Se i cristiani ancora vogliono lo Stato sociale, se la nostra scelta è a favore di chi è meno fortunato, se sappiamo aprire gli occhi non solo sul nostro cammino interiore dello spirito, ma anche sulla concretezza della carità. Allora, la Santa di Cortona, che ha fatto celeberrimo il nome di questa città per il mondo, riprende la sua luce naturale. La luce di maestra per le vie dello Spirito, nell’unità con Dio, nel dominio di sé, nell’uscire dal male per costruire il bene, dandogli al contempo la prospettiva e il profumo di Dio.

Con questi sentimenti, accanto ai resti mortali di Santa Margherita, vogliamo guardare con occhi nuovi il suo popolo, guardare in mezzo a noi ai bisogni della gente e ritrovare quell’amore per Gesù crocifisso, che diventa amore per il prossimo; unità con Dio sulle orme del serafico padre Francesco che diventa accoglienza e delicatezza verso le sofferenze del mondo.

Sì, siamo tornati sul monte per tornare a sognare. Chiediamo il dono della conversione del cuore, perché, con occhi nuovi, torniamo alle occupazioni di ogni giorno e recuperiamo il fascino di essere cristiani.    

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