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Stazione quaresimale della zona Valtiberina: l’omelia di mons. Fabrizio Vantini

In questa settimana Santa per ritrovare noi stessi e per evitare di vivere un ritualismo vuoto, è necessario che ci interroghiamo, ci poniamo qualche problema e proviamo a crescere nella fede. Ma a crescere anche di conseguenza in umanità. Riuscire a guardare la realtà, a guardare la vita nella consapevolezza di coloro che hanno incontrato una persona nuova: il Cristo Signore.

WhatsApp_Image_2019-04-13_at_21.30.03La prima lettura ci presenta il testo del proto-Isaia nel quale è rappresentata la figura di questo servo che offre la sua vita per gli altri. In questo servo noi nella tradizione abbiamo sempre visto il Signore Gesù, ma attraverso le parole di questo servo noi possiamo anche trarre delle preghiere da vivere abitualmente nei momenti complicati della vita. In definitiva questo testo del servo di Jahvè ci dà un’espressione molto importante: il Signore mi sta accanto, il Signore mi sostiene, il Signore mi rende forte.

Anche noi se prendiamo sul serio Cristo, se viviamo fortemente questa relazione col Signore, riusciamo a sentire e a vivere questa forza nei momenti difficili della vita. Non è soltanto un’illusione. Vivere con Gesù è una realtà concreta che ci dà questa forza di affrontare le difficoltà e le prove della vita. E questo lo possiamo fare perché come ci insegna la lettera ai Filippesi il Signore ha scelto di condividere la nostra vita, di condividere la nostra natura umana.

Il Cristo che scende in mezzo agli uomini, il Christo che soffre come uomo è l’espressione più concreta di un Dio che si fa accanto all’umanità sofferente, che si fa accanto a coloro che in lui credono e che vogliono vivere la vita interrogandosi circa la presenza di Dio nella loro esistenza. Questa celebrazione, questi brani della scrittura ci servono allora in definitiva per recuperare questa vicinanza di Dio, per recuperare la consapevolezza della forza dell’aiuto e della vicinanza che il Signore dà a ciascuno di noi. Lo so, non è facile vivere la fede nella storia, nel nostro presente, anche nel presente gli altri uomini. Ma ognuno di noi vive il suo presente e molte volte noi diciamo: “non è più come prima”, “non è facile vivere la fede oggi”. Viviamo in un contesto molto complicato. Questo è vero.

Noi non possiamo negarlo, viviamo in un contesto abbastanza secolarizzato. Quante volte si parla di secolarizzazione. In definitiva la secolarizzazione non è una realtà, un modo di pensare, un modo di vivere. E’ un vuoto assoluto che sta investendo la vita degli uomini. Non c’è un qualche cosa di oggettivo come in altre epoche passate contro cui possiamo anche scagliarci. Dobbiamo fare i conti con questo vuoto quotidiano che rischia di svuotare non soltanto la vita religiosa degli uomini, la vita cristiana degli uomini, tanti gesti che i padri compivano con attenzione, con amore oggi sono dai figli vissuti con fatica e a volte non vissuti.

Molte volte rischiamo anche di perdere quella attenzione alle pratiche tradizionali, ma in realtà dietro questo, prima ancora di questo, è avvenuto un nostro graduale allontanamento da Gesù Cristo. Molte volte questa situazione attuale è semplicemente la conseguenza ormai di un modo di pensare che forse è sempre stato un problema per gli uomini, ma che nel nostro secolo è diventato un problema ancora più grande, che è quello di non prendere sul serio questo brano della passione.

Quante volte leggendo questi testi non ci rendiamo più conto di Cristo in mezzo a noi, di essere cristiani e di poter avere una forza e uno stile di vita diverso con il quale riempire il vuoto che ci circonda, con il quale trasformare la secolarizzazione in una nuova umanizzazione. E’ questo il motivo per cui noi siamo qui stasera per chiedere al Signore che soffre e muore per dimostrarci il suo amore di aiutarci nuovamente a riempire l’umanità di quella che è la ricchezza più grande, e cioè il proprio essere persone che amano con il cuore di Dio, essere persone vere. Viviamo in una grande indifferenza, ma Cristo ci può aiutare a pensarla diversamente.

Oggi non ci fa più effetto sentire parlare di milioni di aborti, non ci fa più effetto sentire parlare di navi che affondano con persone che muoiono così come se niente fosse, di bambini che muoiono durante le guerre, di persone violentate nella loro dignità. Purtroppo ormai fra la televisione, fra il sistema culturale, non facciamo più caso a niente. Dovremmo perlomeno recuperare la sofferenza davanti a queste cose.

Forse siamo così indifesi almeno noi qui presenti stasera da non poter risolvere questi grandi drammi dell’umanità. Forse soltanto la vicinanza di lui che muore per questa umanità diventa la sola speranza. Però, ecco, se intanto recuperiamo la nostra umanità nel soffrire per quello che succede, nel non essere indifferenti, nel provare a muovere almeno un dito per colui che soffre per le cose ingiuste che accadono, già questo significa che non ci siamo fatti ingoiare dalla secolarizzazione, ma abbiamo recuperato la nostra umanità. E’ questo l’obiettivo della settimana Santa.

E’ questo ciò che Gesù chiede a ognuno di noi stasera e in questi giorni che seguiranno. Proviamo nuovamente a interrogarci davanti al Cristo sofferente, davanti al Cristo che ci ama, su come noi viviamo, su quali sono i nostri modi di vivere e di pensare, se veramente ci commuoviamo, ci arrabbiamo, a volte anche ci disperiamo davanti alle ferite dell’umanità, oppure se rimaniamo indifferenti. Già non essere indifferenti, già riempire il nostro cuore di un’amarezza che vuole diventare speranza è un segno importante per dire a noi stessi: abbiamo recuperato la nostra umanità.

Gesù ci vuole aiutare a fare questo attraverso il Vangelo della Passione, attraverso la settimana Santa. A recuperare la consapevolezza piena della nostra umanità, a non essere indifferenti davanti all’uomo che soffre, a non vivere questi giorni come se dovessero passarci senza fare niente di significativo, ma volerli vivere invece con il desiderio di lasciare un po’ d’amore in questo mondo. Quell’amore cristiano, quell’amore che viene dalla verità del Vangelo, e a sentire nostre queste parole del Signore al ladrone pentito: “Oggi sarai con me in paradiso”. Non è mai troppo tardi per ritrovare la consapevolezza della nostra umanità, e quando l’abbiamo ritrovata sentiremo nel cuore queste parole di forza e di consolazione: “Oggi sarai con me in paradiso”. E già in questo vivere quotidiano sperimenteremo la sua vicinanza e quando diremo: “quest’uomo è veramente il figlio di Dio, che mi chiama a vivere in questo presente in un modo diverso”, avremo ritrovato la nostra piena fede cristiana. Che gesù ci aiuti e che ognuno di noi in questa Santa Pasqua possa crescere nella consapevolezza del suo amore.

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