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Messa in Coena Domini: omelia dell'Arcivescovo

on 19 Aprile 2019.

omelia-coena-DominiFratelli e sorelle qui convenuti, come nel cenacolo di Gerusalemme,
stiamo per essere coinvolti nella rilettura del testamento di Gesù.
Ci manda in missione in questo bellissimo tempo a noi affidato:
Dio ci doni la sua pace!

1.Gesù nella testimonianza essenziale dei Padri del II secondo

Prese su di sé le sofferenze dell’uomo sofferente
Con lo Spirito immortale distrusse la morte omicida
Avviò un Nuovo esodo: ci salvò dal modo di vivere del mondo, che è simile alla schiavitù dell’Egitto antico; dal demonio come dalla mano del Faraone.
Segnò le anime dei suoi amici con il proprio Spirito. I nostri corpi con il suo sangue sparso nella terribile fisicità della passione
Ci propone un passaggio reale dalla schiavitù alla libertà.
Ha fatto di noi un sacerdozio nuovo e un popolo eletto per sempre.
È l’agnello immolato nato da Maria, agnella senza macchia, ha pagato il prezzo del riscatto per tutti noi.[1]

 

2.La funzione esemplare dell’esperienza del Cenacolo

“Prima della festa di Pasqua, Gesù, conoscendo la sua ora, amò i suoi sino alla fine”[2]. L’Ultima cena manifesta le scelte essenziali del Signore Gesù, le ragioni profonde della sua missione.

         La concretezza dell’amore di Dio, che dà consistenza alla Chiesa nella Cena pasquale. È l’esperienza di popolo del Nuovo Testamento: una comunità adunata attorno alla Pasqua, che segna il passaggio dalla memoria collettiva degli Ebrei, a un progetto che ci coinvolge. È l’estrema fiducia nell’uomo e la volontà di Dio di salvarlo. Dio è capace di vanificare persino il male. 

         Il pane e il vino, naturale sostentamento dell’uomo civile, diventano lo segno sacramentale della sua presenza. Nella civiltà contadina di cui tutti siamo figli non era possibile ai figli mancare di rispetto al pane sulla tavola, né sprecare il vino abusandone.

         La Parola, ad opera di Gesù e di chi ne raccoglie il mandato, trasforma il pane nel corpo del Signore, e il vino nel suo sangue: e da quella volta non ha mai più cessato di farlo, non solo nella ritualità celebrativa, ma nella attenzione per la fame del tempo e dello spreco che vanifica anche le risorse di questa società. L’ecologia dello spirito, riproposta da Papa Francesco, si fonda su questa esperienza ci fa riflettere sul rispetto noi cristiani abbiamo per la Santa Eucaristia.

         Gesù “chiamò a sé quelli che egli volle”[3] e seguita a farlo anche oggi. Occorre recuperare la soprannaturalità della vocazione al sacerdozio. Le considerazioni sociologiche della sequela non inficiano il senso dell’intervento divino.

         Nell’evento che celebriamo stasera sta il passaggio dall’economia della Legge a quella della Grazia. Dio può tutto. e la ”passione gloriosa” parla anche a noi. Dio non si ferma né di fronte al tradimento del Sinedrio, né davanti al formalismo superficiale di Picato, che cede di fronte alla pressione dell’opinione pubblica, né allo squallore della crudeltà della croce.

         Gesù lotta come novello Giacobbe. Non fugge. Vince nell’epilogo della croce, beffando il diavolo, che crede di aver sottomesso il Figlio di Dio e non si rende conto che il male diventa strumento del limite. Il deposto dalla croce per la dolce carità degli uomini che lo seppelliscono, è preludio della resurrezione. Le mirofore e la Maddalena donne simboliche, rappresentano con i loro gesti il culto e la forza sconvolgente dell’amore: “Gesù era a Betania, in casa di Simone il lebbroso; mentre egli era a tavola entrò una donna che aveva un vaso di alabastro pieno d'olio profumato, di nardo puro, di gran valore; rotto l'alabastro, gli versò l'olio sul capo. 4 Alcuni, indignatisi, dicevano tra di loro: «Perché si è fatto questo spreco d'olio? 5 Si poteva vendere quest'olio per più di trecento denari, e darli ai poveri». Ed erano irritati contro di lei. 6 Ma Gesù disse: «Lasciatela stare! Perché le date noia? Ha fatto un'azione buona verso di me. 7 Poiché i poveri li avete sempre con voi; quando volete, potete far loro del bene; ma me non mi avete per sempre. 8 Lei ha fatto ciò che poteva; ha anticipato l'unzione del mio corpo per la sepoltura”[4].

 3.L’ultima cena e la chiamata al servizio è l’alternativa alla politica

         Il figlio di Dio si cinge i fianchi e lava i piedi, il gesto antico del sollievo: Dio porta sollievo all’uomo e chiede a questa Chiesa di fare altrettanto: non nel simbolo né nelle promesse, ma nella realtà. Sarà questa Chiesa aretina all’altezza del mandato ricevuto, oggi e nel tempo che da questa Pasqua ancora una volta si riavvia?

         La cena domenicale, che ripete la celebrazione di stasera è dalla più antica esperienza ecclesiale un punto fermo per essere capaci di futuro: “Ite, missa est” e il corrispettivo di “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura” [5]

         La reposizione, l’altare della reposizione, non è il sepolcro ma il luogo del proposito, della contemplazione dell’esistente, che dà lode a Dio, della nostra piccolezza e della fede nel soccorso che non mancherà. Avvaliti del ritmo del Salmo 94: il Vecchio testamento illumina talvolta il nuovo.

         La preghiera è memoriale della nostra storia di salvati: di fronte all’Eucaristia fai scorrere ancora stanotte il ricordo della tua vita e dell’aiuto che hai ricevuto da Dio, ogni volta che non eri capace di fare da solo.

         La logica dello “shemà”: ascolta perché Dio seguita a parlare anche a me. Anche a te. Attraverso la meditazione cerca di capire cosa chiede da te; rispondi e progetta il futuro che ti attende.

Sfrutta il silenzio popolato, dove Gesù seguita a dire a questa Chiesa aretina per quale via andare. Il “pertransit benefaciendo” è affidato a noi: “fate questo in memoria di me”[6].

 

  1. 4.La sera del cambiamento di rotta.

 

La Pasqua, è un passaggio reale; è l’occasione per il cambiamento della nostra vita, come lo fu di quella degli Apostoli.

         Giuda e Pietro misconoscono entrambi il Signore: Giuda non si fida di Lui perché propone il nuovo; Pietro piange perché non vuol perdere il Signore, che anche nella impossibilità d’agire come un condannato a morte, lo riscatta. L’uno si fida di sé, l’altro di Gesù e diventa la pietra su cui si fonda la Chiesa. Nessuno è senza peccato: scegli se vuoi essere come Giuda o come Pietro.

         Questi sono i giorni della verifica personale, ma anche di ogni comunità: occorre chiederci se siamo cristiani, cioè disposti a passare dall’indifferenza del rito al coinvolgimento della carità.


[1] Cfr Melitone di Saldi, Omelia sulla Pasqua

[2] Antifona all’ora terza del Giovedì Santo

[3] Mc 3,13

[4] Mc 14,3-8

[5][5] Mc 16,15

[6] Lc 22,19

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