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San Donato, l'omelia del vescovo Riccardo

vescovo-fontana-san-donatoFigli e Figlie di questa nostra Chiesa

Il Santo Patrono ci ottenga dal Signore tutte le Grazie necessarie
Nell’anno in cui avviamo l’applicazione del Santo Sinodo!

1. Il calice infranto
San Donato è ricordato fin dall’antichità per via di quel calice infranto dai pagani, che egli riuscì a rimettere insieme, con la preghiera e con l’impegno.

Fece il suo servizio di Vescovo, anche se non gli riuscì proprio trovare quel piccolo pezzo mancante, perché il calice potesse essere completo. La soddisfazione del Vescovo aretino fu di riuscire ugualmente a fare la propria parte. La narrazione della Passio ha un valore simbolico che credo vada raccolto ancora oggi. Il calice è la città, la comunità aretina, che, per le discordie ricorrenti, tende sempre a infrangersi in molti pezzi.
Alla Chiesa, e al Vescovo che la rappresenta, toccano le medesime tre iniziative attribuite a San Donato. Occorre puntare sul bene comune, favorire la collaborazione tra le parti, che pur restano diverse, evitando che le rotture danneggino la città intera, soprattutto i più poveri.
Bisogna sostenere con la preghiera, cioè con la dimensione soprannaturale, questo servizio in favore del bene di tutti. Non bastano le devozioni, occorre la fede praticata nell’ascolto quotidiano, meditato della Parola di Dio. Non siamo cultori delle forme di un tempo, ma abbiamo il compito di motivare le generazioni nuove con la sfida interiore, che fa riconoscere nella sequela di Cristo il senso più profondo della vita.
La terza virtù attribuita a San Donato è quella di non cedere di fronte alle difficoltà: se anche manca un pezzo nella ricostruzione del calice simbolico, si dà lode ugualmente a Dio e si prosegue negli impegni assunti. L’Eucarestia più vera è quella di ringraziare Dio per questa bellissima comunità aretina, che, come un corpo vivente, si trasforma continuamente.
Occorre anche oggi promuovere il dialogo, perché le fratture non danneggino il bene di tutti. È nostro dovere dare anima al popolo che ci è affidato sono antichi compiti della Chiesa, come già afferma il Discorso a Diogneto: “Come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani”. È necessario resistere anche quando pare difficile il nostro compito, perché manca sempre qualcosa.
Gli ultimi momenti di difficoltà provocati dagli agenti atmosferici hanno fatto sobbalzare la città, che ha però ritrovato il gusto di essere solidale e collaborativa tra le sue parti. Certo, non basta la buona volontà di molti a risolvere tutto. Occorre mettere mano alle questioni di fondo, che rischiano di essere troppo volte lasciate a tempi migliori, che non arrivano mai.
In tutte le parti della nostra società c’è qualcosa di buono. La tendenza ad assolutizzare la propria visione, senza chiedere collaborazione agli altri, rischia di emarginarci nel contesto regionale, giacché vediamo affievolirsi le presenze istituzionali nel nostro territorio. Sempre con buone ragioni di tutti, meno che quelle degli aretini.

2. La cieca Siranna
Un’antica matrona, dal nome oggi inusitato di Siranna, vedova e ricca, non vedeva altro che se stessa, i suoi interessi, gli zirri pieni d’olio nelle sue cantine.
L’inquietudine di non vedere l’aveva spinta a cercare soluzioni nella conoscenza e nell’arte, senza molto rimedio. Il giovane suo figlio la convinse a riaprire un capitolo chiuso da anni. La accompagnò sull’Alpe di Poti, dove il monaco Ilariano aveva accolto prete Donato. Ascoltare, parlare, intessere rapporti fecero recuperare la fede a Siranna, che finalmente si rese conto di non esistere lei sola al mondo. Vide che molti aretini stavano peggio di lei e potevano essere aiutati.
Credo che da questa narrazione antica possiamo cogliere alcuni elementi significativi per la Chiesa in questa città. Innanzitutto la questione educativa: fu un giovane che provocò sua madre sulla questione della fede. Ancor oggi, con i loro linguaggi, i nostri giovani fanno riscoprire a chi, per natura, dovrebbe essere capace di educare che esistono altri valori, rispetto al benessere, alla ricchezza, al potere. Il giovane senza nome, figlio di Siranna, rappresenta ancora oggi i ragazzi aretini, che interpellano noi tutti, perché non sono soddisfatti del vuoto che offriamo loro, della fuga all’estero, che svuota le nostre istituzioni anche accademiche.
Alla Chiesa compete formare le coscienze. Il Vangelo ci impegna in questa opera, che con il linguaggio ecclesiale noi soliamo chiamare “missione”. Occorre fare appello al mondo giovane, perché seguiti a inquietarci. Soprattutto bisogna motivare gli adulti a riassumere i loro propri ruoli educativi, non già con la saccenza di chi crede di sapere tutto, ma con la testimonianza di chi, di fronte alle domande della generazione nuova, prova a cercare insieme risposte umanizzanti e significative.
Siamo arrivati al punto che alla Caritas accorrono più gli aretini, che gli stranieri. I media titolano “La città che chiede aiuto”. Occorre dare risposta alle nuove povertà.
Non basta l’ordine del fare. Occorre pensare e far pensare. La nostra testimonianza passa ancora una volta attraverso il motto originario dell’Azione Cattolica: “preghiera, azione, sacrificio”. Questa antica sintesi dell’impegno cristiano orientò nei momenti difficili la nostra nazione.

3. I laici e i loro Ministeri nella Chiesa
Tommaso Condello, tra breve, sarai ordinato Diacono. È molto opportuno che il giorno del Patrono avviamo ancora una volta un giovane laico, padre di famiglia, ad assumere il Ministero diaconale, che non è assolutamente sostitutivo di quello del prete, ma ha uno specifico ruolo di servizio dentro la Chiesa diocesana. Tommaso riceve l’Ordine Sacro, ma resta pienamente laico, con i suoi impegni di coppia, di famiglia, di professione.
A questa scelta significativa sei giunto in comunione con tua moglie e i tuoi familiari. Da stasera ti rendi disponibile ad esercitare il Ministero della Parola per il quale ti sei con sacrificio preparato. Il Signore ti chiama al Ministero della Carità che hai, da molti anni, già praticato. La sua stessa scelta professionale corrisponde alla volontà di essere vicino in modo efficace a chi ha bisogno di aiuto. Già la Teologia della Riforma fissò, per i laici, nel lavoro quotidiano il modo di professare la fede. Abbiamo anche un grande bisogno di Lettori, Accoliti, Ministri Straordinari della Comunione. Ugualmente c’è viva necessità di “Catechisti, animatori della Pastorale giovanile, animatori della Pastorale familiare, animatori della Carità, animatori missionari e incaricati degli edifici di culto”. Tutti siamo chiamati a fare la nostra parte: tra i cristiani non ci sono spettatori. Proprio in questo giorno la Chiesa aretina deve far riecheggiare quanto ha deciso in Sinodo e a rendersi disponibile al servizio alla città dell’uomo. È vero che “siamo nel mondo, ma non siamo del mondo”; è tuttavia compito dei laici essere promotori del bene comune, nella salvaguardia dei diritti della persona e nell’adempimento dei propri doveri e a diffondere la luce della vita con ogni fiducia e fortezza apostolica. È sommamente necessario che la ricerca del bene comune sia praticata nella formazione delle coscienze, nel ministero dell’insegnamento. Quanto mai urgente appare che i cristiani laici si impegnino nell’ambito della cultura e della comunicazione, nello spirito indicato da Papa Francesco. Occorre tornare ad avere voce autorevole nel dibattito del territorio, in dialogo con tutti i centri di cultura esistenti. A tutta la Chiesa, ma in modo particolare ai laici, è chiesto di essere custodi del Creato, volontari accanto alle persone malate e con particolari fragilità. Il nuovo stile della nostra Pastorale deve potersi avvalere in modo consistente della ministerialità laicale non già soltanto come aiuto, ma perché i laici sono capaci di svolgere ruoli in virtù del Vangelo, che hanno scelto come ideale di vita. Caro Tommaso, che stai per ricevere il Sacramento dell’Ordine, fai in modo che la tua vita sia costantemente animata dalla preghiera e dedicata al servizio della Parola di Dio, di cui tra breve sarai Ministro. Come recita il rito dell’Ordinazione: “Credi sempre a ciò che proclami, insegna ciò che hai appreso nella fede, vivi ciò che insegni”.

Il Signore confermi con la sua Grazia il percorso, che ad un tempo avvii te e questa nostra Chiesa diocesana, che si affida, questa sera, all’intercessione del Vescovo Donato, Suo grande Patrono.

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