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Festa di San Benedetto, l'omelia del vescovo Riccardo a Camaldoli

on 11 Luglio 2019.

Cari Fratelli miei Camaldolesi

e voi tutti che partecipate a questa Divina Liturgia:

Laeta dies magni ducis, dona ferens novae lucis, hódie recólitur!

 

     1. La vita eterna

L’antico copista della Sancta Regula annotava al testo “facienti haec, vita erit æterna – a chi farà quel che è scritto in questo libro, è assicurata la vita eterna”. San Benedetto riesce a dare risposta a chi abbia il gusto di interrogarsi sul senso della vita, ricavandolo dal “verso” che si intende dargli, cioè dall’obiettivo che ci poniamo, anziché dalle deduzioni di chi riflette sulla propria storia ed è insoddisfatto.

Il Patriarca di Norcia insegna a far diventare vissuto quotidiano ciò che con gli occhi della mente e con l’aspirazione del cuore si contempla. Insegna Gregorio Magno che Benedetto è l’uomo capace di far andare d’accordo l’ideale con la pratica quotidiana. Due questioni fanno attuale la proposta benedettina: la ricerca del senso delle cose e l’ecologia dello Spirito.

Anche il pensiero contemporaneo è affascinato dalla ricerca del senso.  "L'uomo d'oggi, l'uomo veramente indipendente vuol governare gli avvenimenti a modo suo; la sua situazione non è mai quella che si augurava; vuole cambiarla. Allo stesso modo rimette in questione ogni certezza, pretende di rimettere  in questione la propria situazione. Perché? Perché non crede più in un Dio che lo ama personalmente”. Da qui nasce un quesito fondamentale: quale evangelizzazione, ossia come possiamo aiutare chi è alla ricerca pur inconsapevole di Dio? È l’attualità del carisma che oggi celebriamo.

Mi piace oggi cogliere, tra le possibili chiavi di lettura della Sancta Regula, due verbi che ricorrono: “ædificare” e “festinare”. La vita interiore va “costruita” con un lavoro paziente e continuo. La Patria Beata è un terminus ad quem, un obiettivo da raggiungere mai dimenticato. Il peso dei giorni costruisce il futuro; a ciascuno è dato di affrettarsi verso la Patria Beata, obiettivo finale.

Il tempo che stiamo vivendo si perde nella illusione di Narciso, nel vano compiacimento di sé. L’Occidente ci insegna che il vanto per gli obiettivi raggiunti conduce verso l’ignoto, come il mito di Ulisse. San Benedetto ci insegna che non arriverai a muovere veloce il tuo passo, “festinare”, senza attraversare la realtà delle cose, dentro le quali sei chiamato ad “ædificare” il futuro.

Occorre recuperare, il valore del giorno, manifestazione del progetto di Dio. Con il girotondo delle ore, riesce a incantarti ogni mattina, a farti incontrare le persone come dono del Creatore, a riassumere nella preghiera della sera le opere fatte e le persone incontrate. Così sulla porta medievale della Pieve di Santa Maria[4]: questo è il senso dei mesi effigiati dal lapicida medievale. Ma noi quale senso diamo al tempo che corre? “Se vogliamo abitare nei padiglioni del suo regno, persuadiamoci che non ci potremo arrivare, se non affrettandoci con le buone opere”

Opus Justitiae Pax” risponde ad una intrinseca aspirazione dell’uomo. Cos’è la pace? Ma soprattutto come si arriva alla pace? Il nostro tempo si chiede perfino a che cosa serva la giustizia. Nessuno si sente pago di contemplare un ordine esterno corrispondente alla logica, non bastano le costituzioni, se sono disattese nel quotidiano esercizio della cosa pubblica. Le consuetudini divulgate dal sistema mediatico travolgono talvolta i fondamenti e fanno diventare vero il mos pur trasgressivo di alcuni, amplificato dalla semplificazione dei social, mettendo in ombra lo jus e il fas.

Benedetto ci insegna che vi è ordine di giustizia, se tu sei personalmente giusto, se ti riesce dare il sapore alle cose con cui entri in relazione: “Alle più alte vette di dottrina e di virtù, potrai certo facilmente giungere, con la protezione di Dio”.

È possibile cambiare il mondo. ædificare et festinare sono le parole del progetto possibile, della speranza teologale calata nella pratica personale.  Questa intuizione motivo di conforto è fondata sulla Parola di Dio, come abbiamo ascoltato poc’anzi: ”Il Signore dà la sapienza, dalla sua bocca esce scienza e prudenza. Egli riserva ai giusti il successo, è scudo a coloro che agiscono con rettitudine, vegliando sui sentieri della giustizia e custodendo le vie dei suoi amici

Festinare è affrettare il passo verso la Patria Celeste; è molto ‘romano’ saper andare alla ricerca di quello che conta e lasciare da parte le cose secondarie. È combinare la sapienza greco-latina, con l’irruenza dei barbari nuovi, ora come allora arrivati; quelli che vogliono tutto subito, ovviamente non i poveri disperati che arrivano dal mare, attraverso l’orrore della fuga. È cogliere, con il nostro impegno, ciò che più è necessario. Gregorio Magno ci consegna la vicenda del capisterium infranto, come “primo miracolo” e fondamentale lettura del carisma del Santo Padre Benedetto: Il discernimento ci appartiene come servizio che seguitiamo ad offrire a tutti.


2.La Regula è il miracolo grande, utile e bello

La proposta benedettina è il discorso sul metodo. Gesti, occasioni straordinarie, attenzione agli altri sono “il miracolo grande, utile e bello”, insegna Gregorio. Non si arriva alle cose grandi, se non attraverso un impegno quotidiano sulle piccole. La vita secondo lo Spirito si nutre di silenzio, che è il luogo del pensare. Niente è più rivoluzionario del pensare e niente è più utile che far pensare il prossimo, riproporre il pensiero, l’attività dello Spirito, attraverso il lento, costante, quotidiano processo dell’interiorizzazione. Misurarsi con il silenzio fa recuperare la semplicità, l’impegno, la cortesia, lo studio dei valori, come ammonisce la Regula. Sono conseguenze della pari dignità acquisita. È il senso della ricerca benedettina della perfezione, secondo quanto ci insegna San Paolo: “Vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e vi siete rivestiti del nuovo che si rinnova per una piena conoscenza, a immagile di Colui che lo ha creato”. La vita ha per anima la preghiera, che è l’unica porta d’accesso al cielo, al “Reame degli angeli”, dove anche le tristezze di ogni giorno possono diventare pace.

     Il recupero dello spirito interiore, la voglia di rifarsi discepoli alla scuola del Vangelo, genera il miglioramento di noi stessi, l’unità con Dio. È il tema di Gv 15, che abbiamo ascoltato nella liturgia di quest’oggi: ”Chi non rimane in me è viene gettato via, come il tralcio e secca”. Ad una umanità fattasi oggi secca per mancanza di misericordia e di compassione tocca a noi far ritrovare il legame con Gesù Cristo.

 

      3.Dal primato della soggettività al recupero della comunità

“Totius Europae principalis patronus”, ci insegnò Paolo VI, ricorda la continuità del carisma tra Benedetto e i suoi monaci.

San Benedetto, costruttore non già di dodici monasteri, ma edificatore della cultura europea. In un periodo che ha molte assonanze con quello attuale, fu animatore di una realtà alternativa ai crolli della cultura romana, sotto le pressioni barbariche. In un tempo dominato dalla paura dell’altro e dalla disistima, la proliferazione dei monasteri consentì a ciò che rimaneva di romano e alle nuove etnie barbariche di comporsi con pari dignità.

Una lettura riduttiva dell’opera dei benedettini esalta il pur vero impegno di copisti e di studiosi. Ma ancor più importanti furono pose le basi interiori di una convivenza possibile: dal monastero alle molteplici realtà civili, che integrarono il nuovo, senza distruggere la sapienza antica.

La crisi del nostro tempo conosce arroccamenti etnici e nazionalismi, ancora una volta ci riesce difficile riconoscere negli altri la pari dignità che vogliamo per noi stessi, come insegna il Vangelo.

“Non nisi ob obscura sidera nocte micant”. Rileggere Benedetto è lasciarsi illuminare da un astro di prima grandezza per rileggere e interpretare alla sua luce il mondo contemporaneo. La sintesi tra fede, cultura e lavoro è parte significativa del messaggio che oggi celebriamo, originalità della sua intuizione. Di fronte al nuovo arrivato, l’abate non sprechi il tempo a chiedergli da dove venga, si impegni invece a domandargli dove voglia andare. È un servizio che la Chiesa del nostro tempo deve rendere alla congerie di popoli che si scontrano, come già fecero i monaci nel passato, abbattendo i muri di divisione. Abbattere i muri, i pregiudizi del passato e le follie di chi in Palestina prima poi al confine col Messico e altrove: occorre agire come Benedetto, quando fece a pezzi l’idolo di Apollo per costruire Montecassino.

La tradizione benedettina ci insegna a invitare tutti alla conversione, senza paura di dialogare con le diversità, come in questo Monastero, in tempi non lontani dai nostri, già fece Benedetto Calati. La spada divide, la Croce unisce. A voi tocca, cari monaci, essere una riserva d’anima per il mondo travagliato del nostro tempo: “nihil amori Christi praeponere”.

Nell’Italia di oggi siamo ancora una volta di fronte alla ricerca di identità. Quando Giovanni Battista Montini volle le Settimane di Camaldoli, fu offerta ad un gruppo di giovani la possibilità di affiancare alla formazione interiore, alla ricerca culturale per essere radicati nel proprio tempo, gli strumenti per promuovere l’umanizzazione del lavoro. Dal sogno alla realtà. Quei giovani, poco dopo chiamati al Governo, fecero molto come fondamento del sistema Italia. Il lavoro che San Benedetto aveva voluto per nobilitare il monaco, facilitargli la ricerca di Dio e renderlo utile al prossimo è una sintesi da offrire ancora all’uomo contemporaneo. Non esiste solo il lucrare. Il lavoro dà dignità e libertà. Nel tesoro dell’esperienza benedettina vi sono gli elementi per far nascere una coscienza nuova per l’unità di popoli diversi, inspirata dalla fede cristiana.

Forse tocca ancora a Benedetto, tuttora vivo attraverso i suoi monaci, riaffermare la dignità della persona umana, l’inalienabilità dei suoi diritti, il primato dello Spirito sulla materia.

         Riuscirà Camaldoli a riproporre, con le sue prossime iniziative, il tesoro benedettino a chi, assetato del vero, provocato dal presente, cerca speranza in queste foreste, dove perfino gli alberi insegnano le virtù? Non v’è distinzione di persona presso Dio. Nessuno sia più amato di un altro.

Contemplando il messaggio della Santa Regola, occorre insegnare a tutti non a dividere e distruggere, ma a unire e costruire insieme. L’Europa, lacerata e disgregata spiritualmente, l’Europa dei blocchi ideologici contrapposti, delle cortine e dei muri di separazione, della corsa agli armamenti e delle frontiere chiuse, ha ancora bisogno di San Benedetto per costruire insieme, in un mondo che ormai s’è fatto piccolo, perché l’Europa sia aperta a dare e a ricevere nuovi e profondi legami con i popoli giovani e con il mondo intero.

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