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Assunzione della B. V. Maria - Omelia dell'Arcivescovo nella notte alle Vertighe

on 14 Agosto 2019.

omelia-vertigheFratelli e Sorelle nel Signore

Dio ci rallegri

in questo giorno santo!

 

         Nella pagina del Libro delle Cronache che abbiamo ascoltato, si dice come il Santo Re Davide volesse collocare l’Arca del Signore nel posto più adatto, perché l’antico popolo di Dio potesse sentirla vicina.

         Ne conseguono due riflessioni, che vale la pena provare a fare insieme: il tema dell’Arca e il luogo adatto, perché sia meglio fruibile.

 

           1. L’Arca, Maria, la Chiesa

         Nell’Antico Testamento, l’Arca, cioè la cassa che conteneva i segni della Liberazione – le tavole della legge, il bastone fiorito di Aronne e il vaso d’oro con la manna – fu testimonianza della presenza dell’Altissimo, in mezzo al suo popolo. Sull’Arca, Dio si manifestava in forma di nube e suscitava canti di lode e di gioia.     

         È esattamente il tema della shekhinah, cioè la presenza efficace di Dio, che guida tutti noi alla liberazione. Dio ha pensieri di pace e di bene: non ci abbandona, malgrado le nostre infedeltà, seguita a liberarci dal male e non ci abbandona nella tentazione.      L’Arca antica prefigura la Chiesa, che Gesù ha voluto segno efficace della sua misericordia in ogni luogo della terra e nel tempo, che va dalla sua Resurrezione al suo glorioso ritorno. La bontà di Dio non lascia noi, suoi figli per adozione, nemmeno quando non siamo conformi al Vangelo.

         I Padri ci hanno avviato a considerare l’Arca dell’Alleanza come una forte allusione alla Chiesa, che cammina nel tempo sulle spalle dei credenti, che sorreggono pesanti stanghe pur di far avvicinare il tesoro al popolo nel bisogno. 

         Così pure un’antica tradizione orientale vede nell’Arca dell’Alleanza la prefigurazione dì Maria: la Madonna, prototipo della Chiesa. Maria, cui Dio chiese collaborazione a Nazareth attraverso l’Angelo, perché diventasse madre di Gesù, è Madre della Chiesa, designata dal Crocifisso sul Calvario.

         L’Arca connota il popolo in cammino, che è la condizione di ogni cristiano nel tempo della vita terrena: ciascuno di noi ha un percorso, tappe di comprensione e assunzione di responsabilità. Ancora una volta, la Salvezza non avviene senza di noi, ma Dio chiede a ciascuno di noi se vogliamo collaborare. Allora la risposta diventa dinamica, libera e pienamente umana. È il tema principale di questa notte.

         

         Qui riuniti in Santa assemblea siamo a chiedere a noi stessi quale sia la qualità della nostra vita cristiana. Al termine di un cammino simbolico, che con linguaggio medievale seguitiamo a chiamare “processione”, occorre riflettere se abbiamo fatto un gesto solo celebrativo o se siamo disposti realmente a procedere, a metterci in moto: ad avviare, o tornare ad avviare il nostro cammino interiore. 

         Davide si premurò che il percorso dell’Arca fosse accompagnato da cantori con “arpe, cetre e cembali, perché, levando la loro voce, facessero gioia”. Noi siamo molto solleciti a tirar fuori dalle sacrestie gli strumenti di linguaggi arcaici: canti e suoni, pomposi abiti e piccole luci in mano. Dobbiamo però chiederci se questa gestualità riesce a portare gioia in mezzo al popolo di Dio del nostro tempo.

        

           2. Attuare il Sinodo diocesano

         Questa Chiesa aretina, che è Arca dei segni della Salvezza, fedele a Maria, che è progetto realizzato di Dio, si chiede stasera se ha voglia di caricarsi della fatica delle stanghe dell’Arca – di cui ci diceva poc’anzi il Libro delle Cronache – o se è ferma a rimirare se stessa e, da ultimo, se riesce a provocare alla gioia quanti incontra e a coinvolgerli nel Vangelo.

         Occorre cambiare questa società, che pur si veste di segni cristiani, ma si accontenta del simbolo, contraddicendo nei fatti il Vangelo di Gesù Cristo. Lo vogliamo raffigurato nelle aule dei tribunali, delle scuole e nei luoghi istituzionali della Repubblica, ma non ci rendiamo conto che coi segni diciamo una cosa e con i fatti, dei poveri, dei rifugiati, degli anziani abbandonati, dei malati poco accolti dalla burocrazia nazionale, contraddiciamo il segno del Crocifisso. Le tradizioni della Valdichiana, al tempo dei nostri avi, non erano così: magari erano poveri in canna, ma si aiutavano vicendevolmente in nome del Vangelo.

         Ci pasciamo di moralismo, mentre Dio ci chiede di cambiare il mondo, facendoci strumenti della sua Grazia. Siamo pronti ad accorrere ai riti sacri, ma da anni non si vede una giovane donna consacrarsi a Dio e ci accontentiamo che il Seminario appassioni solo un minuscolo gruppo di bravissimi giovani.

         Siamo convocati nella notte dell’Assunta per ritrovare la via del Cielo e pensare che dobbiamo liberarci dal materialismo asfissiante, che non lascia posto alla persona e alla sua dimensione soprannaturale.

         Il popolo è in cammino verso la città dei Santi, non già la Gerusalemme della Terra, segnata anche in questi giorni da violenze, distruzione e morte, ma a quella del Cielo.

         Nostro compito è orientare le cose del mondo, perché non ci sia l’autocompiacimento della Torre di Babele, ma un cammino vero in umiltà e letizia, verso la piena realizzazione del progetto di Dio.

         L’immagine amabile che Margaritone ci ha lasciato alle Vertighe, Maria Coronata, ci ricorda che alla Madre di Dio è stato dato il potere dell’intercessione. La Gebirah, la Regina Madre della Tradizione ebraica, ha diritto di accesso continuo al Cristo, suo Figlio. Lei che, giovanissima, visse nell’ascolto e nell’accoglienza della Parola di Dio che in lei si fece carne; durante la vita di Gesù, fino al Calvario, fu sempre a lui presente, per imparare da perfetta discepola. Dopo la Resurrezione, fino a oggi, conforta la Chiesa, dando ragione della speranza, ormai assunta in Cielo.

        

              3. Alla fine una grande festa

         La pausa di mezz’agosto è l’occasione propizia, perché ciascuno di noi torni una avere la pausa dall’affanno quotidiano e l’opportunità per rimettere ordine alla propria vita. La dolce presenza di Maria invita ciascuno di noi a ripensare le priorità, che abbiamo nel nostro vivere quotidiano. Vi sono doveri nell’ordine del fare. Non vogliamo omettere, tuttavia, la nostra dimensione di “uomini secondo il Vangelo di Gesù”, come ci ha raccomandato Papa Francesco a Firenze.

         Ci tocca, questa notte, renderci conto che le solennità esteriori non bastano. Ecco le stanghe dell’Arca: se vuoi essere capace di Dio, occorre rinnovare noi stessi e questa Chiesa, che, con l’opera dei 500 Sinodali, ha disegnato un progetto mirabile, ponendolo sotto la protezione della Madonna. 

         Scriveva don Tonino Bello: “Vivere non è trascinare la vita, non è strappare la vita, non è rosicchiare la vita: vivere è abbandonarsi come un gabbiano all’ebrezza del vento, assaporare l’avventura della libertà, stendere l’ala con la fiducia di chi sa di avere nel volo un partner come te”.

         L’Evangelo di Luca riporta un grido della folla: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato”. Ma Gesù completa la beatitudine con un gesto ulteriore di apprezzamento per Maria: la beatitudine che ci è affidata per assomigliare, per essere figli della Madonna è “Ascoltare la Parola e osservarla”.

         In questa sera di festa, ci è chiesto di fare il proposito di diventare coerenti. Non basta la presenza nel Santuario, occorre la presenza di cristiani nella società civile. È nostro compito, con l’esempio ancor prima che con la parola, contribuire a orientare la società intera alla coerenza della vita, alla qualità della politica, ad una civiltà cristiana dove uccidere non è mai bene, dove defraudare è da Giuda.

         “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti”. Quanti ne siamo questa notte in Santuario, siamo interpellati dalla Parola di Dio, gli occhi fissi sulla Madre di Gesù. Tocca a noi decidere se disinteressarci degli altri o, d’ora in poi, confessati e comunicati, cioè perdonati col proposito di non far più il male e restituiti al nostro ruolo di essere parte del Cristo totale, fare da buoni samaritani. 

         La Santa Madre di Dio, che invochiamo Madre di tutti noi, ci dia la forza di portare a compimento quanto, in questa notte, abbiamo ricordato alla nostra memoria.

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