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Omelia dell'Arcivescovo al Congresso Eucaristico Nazionale

on 09 Settembre 2011.

La scelta di Dio è di farsi presente nella città dell’uomo. Fu la logica di Betlemme. È il progetto stesso del Cristo e della Sua Chiesa, che ha la missione di attuare le meraviglie del Signore con la predicazione del Vangelo “ad ogni creatura”[1] e la dimensione del Sacramento. Rende accessibile nel tempo il dono della Grazia, quale luogo della sapienza ospitale, che rinnova l’invito di Proverbi: “Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. Abbandonate l’inesperienza e vivrete, andate dritti per la via dell’intelligenza”[2].

1.L’evento del cenacolo di Gerusalemme: “Prendete e mangiate… Fate questo in memoria di me”[3] è attualizzato dalla Chiesa dentro la storia, nel tessuto stesso della società umana. Celebrare nella città è affermare la presenza di Dio in mezzo alle case degli uomini. L’architettura e l’arte hanno il compito di significare nei vari linguaggi della creatività umana questa scelta d’amore. Solo la liturgia compie l’opera che Gesù stesso ha affidato alla sua Chiesa: essere vicini a ogni persona. L’Eucaristia va oltre il simbolo, realizza la presenza attraverso l’economia sacramentale che le è propria.

A Betlemme Gesù fu rivelato dagli angeli, fu ignorato dai grandi, fu adorato dai poveri. Ancora oggi l’Eucaristia ci impegna ad andare oltre la ritualità: ad affermare che realmente il Cristo Signore si fa presente in questa storia che viviamo. Al popolo di Dio che ripete i gesti dell’ultima cena è chiesto di non venir meno all’impegno che il Figlio di Dio ci ha lasciato, di attuare la sua presenza viva e vera in mezzo a noi. Il mandato si esprime nei linguaggi scelti dal Figlio dell’Uomo. La Parola annunziata fa risuonare la Sua voce: “giacché è Lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura”[4]. Il segno primordiale della presenza, come Gesù stesso ci insegna, è il Suo popolo adunato: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro”[5]. Il sacerdozio partecipato ai sacri ministri fa da ponte con il collegio degli apostoli, che dalla viva voce del Cristo ricevettero la missione, purché stessero con Lui, di modo che potessero annunziare il Suo Evangelo. Il pane e il vino per l’Eucaristia provocano alla fede; coinvolgono nel memoriale, escono dall’apparenza, introducono nel mistero della salvezza.

L’Apostolo ci ammonisce a non accostarci indegnamente all’Eucaristia[6]. Ogni superficialità - l’esteriorità non ordinata a comprendere l’amore incarnato - ci allontana dal vero, oscura la divina presenza. La prima Apologia di Giustino attesta come le comunità cristiane, fin dall’epoca apostolica, si sono cibate prima della Parola e poi del Corpo e Sangue del Signore. Celebrare è farsi partecipi di questo ritmo che rende presente il mistero della salvezza, perché lo svela, lo rivela attraverso la liturgia, che non è solo azione, ma efficace memoriale, purché tutti ci ricordiamo che ai nostri poveri gesti Dio è presente. Al segno esteriore si devono affiancare interiori moti dell’animo. Innanzi tutto l’ascolto, che evoca il silenzio, unico atteggiamento adeguato ai discipuli Domini quando è il Divino Maestro che parla. Ascoltare Dio è interiorizzare la Sacra Scrittura, fare di ogni celebrazione un evento. Cogliere quanto è terribile questo luogo teologico significa sottrarlo alla routine, recuperare l’eccezionalità del dono. La Parola di Dio è una parola efficace, ma anche creativa. Ha in sé la capacità di trasformarci, di santificarci, purché l’ascolto, lo shemà, prevenga il memoriale. Noi affermiamo che Gesù è realmente presente se lasciamo che ci tocchi il cuore, che rinnovi il nostro intelletto, che purifichi la nostra libertà, che almeno il lembo del Suo mantello, come all’emorroissa antica[7], ci arrechi la salvezza. La liturgia ci aiuta a cogliere l’essenziale, a toglier via quanto oscura la presenza di Lui, il Signore. Ogni orpello distrae dalla contemplazione della divina presenza, che invece ci chiede sempre di rallegrarci, perché Iddio seguita a visitare il suo popolo. Ogni volta che mangiamo del Suo Corpo e beviamo del Suo Sangue il Signore ci rinnova. Come insegna Sant’Agostino, per cantare il canto nuovo occorre essere noi stessi rinnovati[8]: è questa l’intrinseca capacità dell’Eucaristia di anticipare nel popolo cristiano la dimensione escatologica. Il Signore Gesù comandò agli apostoli nel cenacolo: “Prendete e mangiate”. L’Eucaristia è sempre il dono e ci chiede che venga ricevuto con gratitudine. È il sacramento dell’amore che Cristo vuole rinnovato attraverso il ministero della Chiesa.

I padri ci insegnarono a celebrare, obbedienti al Signore che comandò di ripetere il suo gesto sacerdotale. Non basta limitarci alla dimensione intellettuale del Mistero, occorre farne esperienza vitale. Già Ireneo di Lione metteva la Chiesa in guardia dal pericolo di privilegiare, nei sacramenti, la dimensione intellettuale, come gli gnostici antichi[9]. L’Eucaristia va mangiata, perché il Signore possa assimilarci a sé. Come recita l’Evangelo di Giovanni: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui”[10]. Ma non basta neppure il gesto fondamentale di ricevere la Santa Comunione, se ad esso non corrisponde un profondo coinvolgimento interiore, che cambia la nostra vita. A noi sia concesso di fare spazio all’incarnazione del Verbo nel nostro quotidiano, come la Vergine Maria che prima concepì nella fede e poi nel suo seno purissimo[11].

La dimensione sacerdotale nella Chiesa è in funzione di Gesù, l’unico vero pontifex. Pur appartenendo tutti al popolo sacerdotale, è attraverso di Lui, e a quanti per il ministero ricevuto, siamo coinvolti nel Suo sacerdozio, che ci è dato di far da ponte tra la miseria della nostra esperienza nel tempo e la città dei santi nell’eternità beata. Nessuno di noi mangia del corpo di Cristo degnamente, perché il limite del peccato, dell’incomprensione, la corruzione dell’umana natura, potevano essere superate soltanto dalla misericordia onnipotente di Dio, come già nel Medioevo di Canterbury insegnò Anselmo d’Aosta. Liberiamoci dalla tentazione di dare eccessivo conto alle forme. La liturgia romana mantenne nei secoli il gusto dell’essenzialità, perché risplendesse, non la pompa degli uomini, ma la presenza di Dio.

2.Correva l’anno 1264 quando dal castello di Orvieto Papa Urbano IV licenziò la Bulla transiturus Dominus, chiedendo al popolo cristiano di non nascondere dentro i recessi degli edifici sacri la presenza di Dio. Il Papa istituì allora la festa del Corpus Domini, suggerendo alla cristianità intera di portare le Sacre Specie per le vie e le piazze della città dell’uomo. Domandò ad ogni comunità che si facesse carico di manifestare a tutti il Dio presente nel Sacramento, attraverso l’esercizio di carità praticata nei giorni dell’anno. È la stessa logica per cui l’evangelista Giovanni lascia ai Sinottici il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia e vi affianca la lavanda dei piedi, cioè la dimensione del servizio che Dio ha reso all’uomo e chiede che “anche voi facciate come io ho fatto a voi”[12]. Questa proposta è talmente diversa dalla logica dominante nel nostro tempo in Italia, che diventa profezia. Mentre con la sottile persuasione dei media una mai morta tentazione d’egoismo si diffonde, mentre da più parti si induce a pensare a sé e a ritenere beati quanti più accaparrano i beni materiali, la considerazione sociale, e il potere, l’Eucaristia chiede il servizio. Come a Caino, anche a noi verrà chiesto “Dov’è Abele, tuo fratello?”[13]. L’Eucaristia è un esperienza così radicale che manifesta a tutti la presenza di Dio. Solo Gesù ci insegna un amore che sconfigge l’egoismo dell’uomo e recupera la dimensione della fraternità, che si è espressa nella Chiesa d’ogni epoca con carismi e ministeri e una moltitudine di opere, tutte generate dall’Eucaristia. La scelta per la solidarietà che la Comunità cristiana ha fatto fin dalla colletta di Gerusalemme è comprendere che la santità dell’Eucaristia è il cibo che ci dà la forza di essere anche noi santi, cioè alternativi, alla logica del mondo. Non si può rimanere indifferenti di fronte alla miseria con cui purtroppo senza vergogna, dopo secoli dalla crocifissione del Signore, si seguita a inchiodarlo nella sofferenza dei suoi poveri, nell’innocenza violata dei giovani, nell’ottusa insensibilità di vecchi egoisti, che attaccati ai loro privilegi, non riescono a pensare alla generazione che viene e alle povertà che vengono lasciate loro in eredità. Portare la presenza del Signore dentro la città dell’uomo è compito di questa Chiesa che non può e non deve tacere neppure nel pubblico agone, dove ogni giorno ha il compito di farsi presente. Come ci insegnò il Crisostomo[14], il Signore stesso ci chiederà conto delle nostre opere, se ci limitiamo a incensarlo nelle Sacre Specie, mentre lo disprezziamo nei bisognosi.

La fragilità dell’uomo ha bisogno anche di eventi che risveglino, diano occasioni per capire, siano momento in cui la divina Grazia, come rugiada, sani le aridità del tempo. Tocca a noi, popolo di Dio, tocca anche a noi ministri del Signore, fare presente Gesù, far riconoscere anche agli increduli l’Eucaristia nel comportamento quotidiano, che deve essere esemplare, alieno da privilegi mondani, ispirato alla divina presenza, di cui senza alcun merito siamo stati fatti ministri.

3.“Cittadini degni del Vangelo”[15], ci chiede l’Apostolo di essere di luogo in luogo, mentre la Parola stessa ci assicura che non saranno terminate le città d’Israele, prima che noi abbiamo avuto occasione di portare a tutti la pace[16]. Celebrare l’Eucaristia e costruire la pace dentro la città dell’uomo sono due facce inseparabili della stessa medaglia: è il mandato del Signore. Fin dalla prima riflessione cristiana si insegna che il pacificatore per eccellenza è Gesù crocifisso. Per fare la nostra pace il Figlio di Dio andò in croce; liberamente si fece di carico della sua dolorosissima passione per riscattare i molti dal peso del peccato, dalla contraddizione delle nostre mai finite incoerenze.

L’Eucaristia celebrata nel tempo restituisce all’altare la sua funzione di rappresentare il Calvario, dove, vittima sacrificale, Gesù nostra pace seguita a immolarsi per amore. Ci chiede di fare altrettanto. Lui stesso ci induce a raccogliere l’esempio. Cittadini degni del Vangelo, saremmo nella fatica di riconciliare questa Italia divisa e talvolta avvelenata dalla polemica, nella fatica non confessata di rimettere insieme le parti, convinti come siamo che pure tutti sono nostri fratelli.

Per tutti il Signore è andato sull’albero che seguita a offrire frutti salutari di salvezza anche se amari. Gli antichi viaggiatori verso l’Oriente portarono anche da noi l’uso di raffigurare la croce come un albero vivo, capace di fiori, foglie e frutti, come recita la liturgia. In Armenia, tra i racemi della croce, si raffigura il melograno, frutto simbolico del quale nessuno può sapere quanti siano i grani, prima d’averlo aperto; è racchiuso in una corteccia amarissima, ma il frutto contiene un dolce balsamo, che toglie la sete.

Così sono i frutti della croce, come ci insegnarono i Santi che rappacificarono il mondo con il loro sacrificio, spesero la loro vita per sanare le miserie e le tribolazioni del prossimo. I carismi di cui fu arricchita la Chiesa nel tempo, sono frutto dell’Eucaristia, che sempre genera carità. In questo luogo benedetto dove riposano le gloriose spoglie di San Giuseppe da Copertino, risuoni ancora una massima che gli fu assai cara: “Chi ha la carità, è ricco e non lo sa; chi non ha la carità, ha una grande infelicità”[17].

Questa Eucaristia che stiamo celebrando è allo stesso tempo il banchetto pasquale al quale tutti siamo invitati, in attesa di parteciparvi pienamente nella Gerusalemme del cielo. È il mistero della divina presenza che Gesù stesso volle fosse celebrato ogni volta nella gioia e nel ringraziamento a Dio, autore e perfezionatore della nostra stessa fede.

Alla cena pasquale siamo convocati anche oggi per essere trasformati, liberati dal nostro egoismo e fatti operatori di pace nelle mille città della nostra Italia bella, consapevole delle sue radici cristiane, ancora bisognosa del ministero della Chiesa, che tutt’ora riconosce, persino nelle sue negazioni.

Questa Chiesa, che celebra nel tempo l’Eucaristia “Luce per la città”, chiede a Dio di tornare ad essere accogliente verso tutti, madre provvida, pronta a rispondere al bisogno di soprannaturale e alla ricerca della pace dall’alto, che come ci insegna Agostino d’Ippona, sola è in grado di estinguere la nostra sete di umanità e la nostra ricerca di verità.

 

+++ Cattedrale di Osimo, venerdì 9 settembre 2011



[1] Mc 16,15

[2] Prov 9, 5-6

[3] Mt 26, 26 ; Lc 22,19

[4] Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione su la Sacra Liturgia, n. 7

[5] Mt 18,20

[6] Cfr. I Cor 11,27

[7] Cfr. Mc 5,25 ss

[8] Sant’Agostino, Sermone 34,1 “Admoniti sumus cantare Domino canticum novum. Homo novus novit canticum novum. Canticum res est hilaritatis, et si diligentius consideremus, res est amoris. Qui ergo novit novam vitam amare, novit canticum novum cantare. Quae sit ergo vita nova, commonendi sumus propter canticum novum”.

[9] Cfr. Sant’Ireneo, Contro le Eresie, Libro II, n. 28

[10] Gv 6,56

[11] Sant’Agostino, Sermo 215, 4 “Prius mente quam ventre concipiens”

[12] Gv 13,15

[13] Gn 4,9

[14] San Giovanni Crisostomo, Omelia 50, 3-4. “Vuoi onorare il Corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra, cioè nei poveri privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri mentre soffre il freddo e la nudità… Il Corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura”

[15] Fil 1,27

[16] Cfr. Mt 10,23

[17] Cfr. G. Parisciani O.F.M. Conv., S. Giuseppe da Copertino alla luce dei nuovi documenti. Osimo 1963, passim. Dalle «Massime» di san Giuseppe da Copertino

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