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Omelia dell'Arcivescovo per la solennità della dedicazione della Concattedrale di Sansepolcro

on 01 Settembre 2011.

Venerato fratello nell’episcopato,
cari sacerdoti che siete con me attorno all’altare,
figli e figlie di Sansepolcro:
Iddio ci doni la Sua pace.

Sulle orme dei padri, viviamo un momento delicato e bello: l’ultima tappa prima del grande millenario. È un appuntamento con la nostra storia collettiva, per verificarla: una sfida sulla nostra identità, un’occasione per progettare il futuro.

 

1. Una storia collettiva

Anche nell’anno 1000 c’era stata una grande trasformazione: vicende della storia sicuramente lontane e diverse da quelle che stiamo vivendo. Eppure forti sono le analogie, tanto che meritano qualche riflessione. Anche oggi, per chi vede i figli dei figli, le certezze della vita su cui costruimmo la storia di una generazione sembrano sciogliersi, come neve al sole. Quale civiltà si costruisce oggi intorno a noi? Qual è la speranza di futuro?
Con un’operazione culturale analoga alla celebrazione del nostro millenario, mille anni fa, di fronte alle grandi trasformazioni di allora, gli antenati scelsero riferimenti sicuri. C’era un precedente illustre e significativo per progettare il futuro: il 24 agosto del 410, i Visigoti di Alarico erano entrati dentro le mura di Roma; il mondo antico, con i suoi miti e le sue valenze, sembrava infranto e dissolto. Si era percepita tra i pensatori e i commentatori dell’epoca una trasformazione improvvisa e poderosa, analoga nel nostro tempo a quella del crollo delle torri gemelle di New York. E forse ancora maggiore.
Mentre i più rimpiangevano la classicità perduta, lamentavano che i grandi valori della romanità erano andati in fumo con l’incendio della città, disputavano sulle cause di tanto disastro, Agostino, vescovo d’Ippona, lanciò una sfida a se stesso e al mondo: chiamò a raccolta i cristiani, per costruire con loro il percorso verso la città di Dio, la Gerusalemme del Cielo[1]. Il metodo fu semplice, come avviene nelle le intuizioni geniali; l’impresa proposta fu di tanta rilevanza, che ancor oggi affascina i cristiani. Incarnare la fede nella cultura è il percorso adatto, perché ogni generazione edifichi la città dell’uomo, sul modello della città di Dio. Alla luce del perspicace intuito agostiniano, la storia della Chiesa è un novello esodo dove, pellegrini nel tempo, i fedeli di Cristo affrettano il passo verso la città di Dio e con impegno fattivo condividono con tutti gli uomini della terra la ricerca della giustizia e l’ideale della pace.
Mille anni fa, Arcano ed Egidio[2] alla ricerca della verità e del senso della vita, si misero in cammino verso la Palestina. Tornando in patria portarono con sé non solo le pietre raccolte sul monte Sion, ma l’idea fortissima che avevano elaborato in Terra Santa: costruire nell’Alta Valle del Tevere la civitas hominis a immagine di Gerusalemme, la città che nel suo stesso nome evoca la giustizia e la pace. Quel sogno degli umili e grandi pellegrini medioevali, di generazione in generazione, è giunto fino a noi: è la nostra comune eredità, è parte irrinunciabile della identità del popolo biturgense.
Sansepolcro è l’unica città della Toscana che nasce su un progetto teologico. Il modello è alto: attraverso la pratica della giustizia promuovere la pace. Giova tornare a percepire che la sfida ideologica dei padri diventò realtà, con la perseveranza di un cammino capace di durare attraverso le generazioni. Fu certamente laborioso passare dal piccolo oratorio di San Leonardo alla Basilica. Fu necessario un forte impegno per costruire intorno alla Cattedrale la nostra città. Non si tratta soltanto di una vicinanza che segna l’urbanistica e la topologia del Borgo. Vi è molto di più, perché la stessa collocazione del duomo ha una valenza simbolica, è il punto di riferimento, a partire dal quale ciascuno può orientarsi nel cammino, ma soprattutto nella vita. E’ come una grande chioccia, che copre e protegge tutta la nidiata. L’immagine di virgiliana memoria ad evocare le Pleiadi[3] riesce ancora a ricordare a noi le stelle - cioè per i cristiani la dimensione soprannaturale - e a dare ai segni della Chiesa dentro la città una funzione fortemente espressiva, piena di molti significati.
Quell’antica scelta carica di valenze ci è di grande aiuto per recuperare il gusto dell’alternativa, rispetto alla banalità del presente che stiamo vivendo. Anche per noi Sant’Agostino, seguita a insegnare i pregi dell’homo viator[4]: percepire la vita come un cammino, un percorso che avvicina al vero e al giusto, una sfida innanzi tutto con se stessi, puntando sulla qualità di una storia umana che vuole essere gustata con l’aiuto di Dio “fino alla feccia”[5].
Tocca a chi è appassionato cercatore della Sapienza scrutare con solerte acribia se gli anni della vita, oltre a deturpare l’aspetto giovanile che ciascuno ebbe sul volto, sono serviti a costruire la saggezza. Questo mondo dove molti corrono, rischia di aver perso la meta, giacché ci siamo dispersi in una molteplicità d’intenti[6], perdendo il senso di quel unum necessarium che il Vangelo ci raccomanda[7].
Molti lo hanno trascurato nel loro percorso personale, smarrendo l’identità ideale, nel turbinoso inseguire le passioni fino all’esaltazione di sé, quasi cedendo a rinnovate tentazioni idealiste nel soggettivismo elevato a sistema, nel pedissequo inseguire la soddisfazione dei sensi in una sorta di rinnovata visione epicurea della realtà, che il Papa, più volte, ha recentemente chiamato materialismo pratico.
Credere che la vita buona è come un cammino verso una meta alta - la città di Dio - è la consegna che gli antichi pellegrini Egidio e Arcano ci lasciarono. Questa visione del mondo comporta di accettare che, anche a un progetto valido, ci si avvicina per successivi tentativi, mettendo in conto qualche sconfitta. Credere nei cambiamenti possibili, nella conversione come eventualità sempre praticabile è oggetto della visione teologale delle vicende dell’uomo. Riguarda la storia interiore di ogni persona, ma anche la storia collettiva di questo popolo: significa credere che è possibile migliorare questa Toscana, nella continua ricerca della giustizia e della pace.

 

2. La sfida sulla nostra identità

L’avvio del Millennio è promuovere una ricerca che ci coinvolge; parte dal verificare se Sansepolcro, anziché piangere per le prerogative che ha perduto, ha voglia oggi di rilanciare la sua identità antica: quale progetto culturale e spirituale vogliamo adottare per costruire oggi insieme la nostra città? Questo è il tema da fare nostro se vogliamo evitare che l’occasione del Millennio non si sprechi in asserti pretenziosi e inutili. Il banco di prova delle nostre intenzioni è inevitabilmente la verifica dei programmi e delle realizzazioni; l’impegno a non lasciarci trascinare dalla deriva di un’epopea scontata, né da retorica inconcludente.
Ci sono tentazioni da fuggire: Arcano ed Egidio tornano a insegnarci che per noi cristiani non c’è uno spazio sacro e uno profano. La Cattedrale, che connota con le sue stesse forme architettoniche la visione cristiana dell’essere e la tematica dell’Eucaristia[8], ci pone di fronte a bivi esistenziali.
Dio non è altrove. I pagani antichi, anche nella preghiera, arrivavano fino alle soglie del tempio: “pro fanum”. I cristiani impararono a entrare nella casa di Dio che è allo stesso tempo la casa del suo popolo, la Chiesa. Non ci interessano momenti di sacralità vissuti come pause di una concezione della vita che esclude la logica del Vangelo. È pagano chi pretende di relegare Iddio in Cielo, negando all’uomo la possibilità di assomigliargli. È tentazione costante fare della Bibbia un fattore culturale, una lettura esotica, utile per l’intimismo intellettuale, ma non alla vita. Sappiamo bene che non furono queste le motivazioni della divina rivelazione.
In pieno Rinascimento i biturgensi antichi chiesero al pittore Durante Alberti di rappresentare Betlemme nella Chiesa madre, perché nessuno dimenticasse che Dio è con noi, nella povertà del presepio, come nella povertà dei poveri che chiedono giustizia e pace.
Dio si è fatto presente all’uomo, nella storia e attraverso il suo Divino Spirito che anche oggi anima il popolo di Dio. Esiste una realtà sola, non dissociata, dentro la quale ciascuno, brindando alla propria coscienza, fa scelte che diventano significative.
La società civile, con la sua autonomia legittima e importante, è il luogo dove la Chiesa si pone nella sua verità, solo se si dispone al servizio. Ci è caro ricordare che la laicità è concetto amato dai Padri della Chiesa. “Laico”, è dalla stessa radice di “laòs”, che significa popolo, popolo di Dio[9]. Il mondo ci appartiene, nella misura che rinunziamo a possederlo. Dio ha creato il mondo e quello che contiene. Siamo noi che abbiamo inventato invece, le divisioni, i contrasti, le distinzioni, le classificazioni, il razzismo, la violenza, le prevaricazioni. Tutte queste cose non sono opera di Dio.  
La sfida che appartiene a Sansepolcro è tornare a risplendere come città dove si inglobano insieme le diversità, concepite come ricchezza da afferire al bene comune. La Scrittura così ci insegna: abbiamo ascoltato il 12° capitolo della Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi. La società è fatta come il corpo umano, dove ogni parte è diversa dall’altra. La diversità è un dono di Dio. Solo le divisioni sono opera del Diavolo.
La cultura da recuperare è fatta di organicità, dove ciascuno fa il suo; dove ogni persona si riscopre nella propria vocazione originale.
Questa città, che dette i natali a Piero, al Pacioli, a Matteo di Giovanni, a Raffaellino del Colle, all’Alberti, ma anche al beato Angelo Scarpetti, al beato Andrea Dotti, al Beato Ranieri e a quel numero infinito di santi e di beati che sono gli uomini giusti e le donne probe delle nostre famiglie. Avviando il Millennio ci facciamo eredi di un patrimonio dimenticato. Gerusalemme nel suo nome ebraico è Giustizia e Pace. E giustizia e pace vogliono costruire ancora nell’alta valle del Tevere i due pellegrini. Per dare consistenza a una storia comune, occorre recuperare la sapienza che ci unisce: questa è la sfida.
Si è perso il senso del bene comune, facendo poco conto delle stesse virtù civiche, che appartennero, oltre che ai cristiani, ai migliori del passato, edificatori di civiltà attraverso buone prassi, vissute nel servizio della cosa pubblica.
Quattro pilastri sorreggono il mondo, insegna concorde la divina scrittura e la sapienza degli antichi. Senza prudenza, giustizia, temperanza e fortezza non si ha una società umana. Il rischio di pochi, lo vediamo anche nella cronaca, la decisione di una esigua minoranza, cambia la vita di tutti gli altri. Senza prudenza, si va allo sbaraglio.
Giustizia nella Scrittura vuole dire dare a Dio il primo posto, ma noi dobbiamo tornare a credere nella giustizia. Interroghiamoci nel Millennio cosa passiamo alla generazione giovane che è fortemente segnata dal rovescio della giustizia, laddove gli organi istituzionali si attaccano a vicenda, laddove si cerca lo scoop facendo scandalo costantemente e deridendo coloro che hanno la cultura della legalità. Non ci appartiene questo modo di pensare e vedere il mondo; la trasgressione è esattamente il rovescio della temperanza.

 

3. Progettare il futuro

Un’antica storia d’Oriente dice che non c’è di peggio che confondere gli aquilotti con i pulcini. Non si può vivere in un pollaio, quando hai risorse per volare alto. Non serve a nulla il rimpianto di come eravamo, laddove è soltanto una giustificazione per accettare una mediocrità che non ci appartiene.
Il clientelarismo tra forze che configgono in funzione del proprio interesse, non porta al bene comune. Occorre leggerla, questa città, nel suo presente, se vogliamo puntare sul futuro. Se i cristiani vogliono tornare a fare la loro parte. Scarseggia oggi un laicato illuminato. Un laicato che sia capace di mettere le mani dentro la città, con la voglia di servire al di là dell’interesse privato, al di là delle visioni stesse di parte. Il bene comune conta di più del bene singolo.
C’è ancora un bene comune in questa città che ha conosciuto storie bellissime, incantate. Attraversando in presbiterio il sepolcro dei miei predecessori, che favorirono l’affermarsi in città di lavoro per tutti, mi viene da ripetere con loro: coraggio Sansepolcro. Se è stato possibile ai padri cooperare per il bene di tutti, impareremo a farlo anche noi, rimettendoci insieme, ritrovando l’orgoglio della profezia. Per parte nostra, siamo ancora desiderosi di costruire la pace, sul modello di Gerusalemme biblica realtà del Cielo, città della giustizia e della pace.
Ho voluto che si facesse salva la memoria del muro che dietro l’attuale cattedrale ricorda la prima costruzione della città antica. Sansepolcro nasce 1000 anni fa con questo splendido tempio: una pietra accanto all’altra. Non puoi edificare un muro se non riesci a ottundere gli angoli e gli spigoli e le differenze che non fanno stare le pietre insieme.
Così a Sansepolcro. Bisogna ritrovare il modo che ciascuno, tutti, riportiamo il nostro mattone, come contributo, ci vuole una circolarità virtuosa. Bisogna tornare ad apprezzare chi si impegna. E, se è il caso, di andare a contraddire tutti insieme chi prova a dividerci. Bisogna che questa città torni a puntare sui suoi giovani. Che ci fai di tutte le tue ricchezze, se tutto il tuo sogno è quello di avere una villa più bella del tuo vicino, possibilmente senza neppure mostrargliela? Quel che conta è la qualità del nostro futuro: la scuola, i giovani! Spero anche l’oratorio, che il grande vescovo Bornigia volle, unico per tutta questa nostra città, riprenda presto a funzionare. Riprendiamo il gusto di far crescere i giovani puntando sul lavoro, in tutti i modi, ognuno nel suo, senza avere l’esaltazione dell’autoreferenzialità. Avete ascoltato il Vangelo: un unico edificio, un unico culto, non importa dove, un’unica realtà. Abbiamo pregato con l’antico proprio biturgense: “O Signore rimettici insieme”, per costruire un’oasi di felicità e segno e proposta a quanti amano Dio e vogliono seguirlo nelle vie della storia.

 

 

 

 



[1] Cfr. Sant’Agostino, La Città di Dio, XIV,28

[2] Cfr. M. Sensi, Arcano e Gilio, santi pellegrini fondatori di Sansepolcro, in Vie di pellegrinaggio medievale attraverso l’Alta Valle del Tevere, a cura di E. Mattesini, Città di Castello 1998, pp. 46-47. Documento originale in Sansepolcro, Archivio Storico Comunale, serie XVIII, filza 1

[3] Cfr. P.Virgilii, M., Georgicon IV,232-235

[4] Sant’Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, XL,10

[5] Cfr. S.Teresa di Liseux, Storia di un’anima. Manoscritto C, n°286

[6] Cfr. Sant’Agostino, Discorso 103,3,4

[7] Lc 10,42

[8] Cfr. Pontificale Romano, Rito di Dedicazione di una Chiesa, premesse, 28

[9] Cfr. Clementis R. Epistula I, XL, 5,151

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