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Corpus Domini 2012. Omelia dell'Arcivescovo

on 07 Giugno 2012.

Corpus_Domini_2012Padre e fratello nell’episcopato,
miei cari sacerdoti,
popolo santo qui adunato nella chiesa Cattedrale,

la divina Grazia ci offre l’occasione per manifestare, con un gesto di popolo, l’amore che portiamo al Signore, la fede nella sua presenza reale, sotto le Specie del Sacramento dell’Eucaristia.

Siamo allo stesso tempo qui adunati per rinnovare la nostra alleanza con Dio; per dire ancora, come il popolo dell’antico Israele, che vogliamo stare con il Signore. È una manifestazione di volontà che entra nel nostro vissuto, in modo coinvolgente. Lo è per le parrocchie che sono qui rappresentate, non senza il sacrificio di raggiungere la cattedrale in questa notte, provenendo dal vasto territorio della nostra storia collettiva: dicono con i loro preti, assieme alle altre comunità, il proprio adsum. Lo è per le famiglie presenti, che mostrano ai più giovani, attraverso il coinvolgimento di varie generazioni, la propria appartenenza a questa Chiesa diocesana. Soprattutto è occasione propizia per le persone, in questo sottilissimo gioco interiore, con cui la liturgia aiuta a pensare e discernere, a decidere di sé, dopo aver contemplato il mistero.

Il Sacramento della Comunione con Dio e tra di noi ci fa riappropriare della stessa nozione di Chiesa, patrimonio comune ai cattolici, e alle immagini con le quali presentare il dono di Dio a quanti incontriamo nel nostro percorso verso la Gerusalemme del Cielo, che si intravede nei gesti di questa sera benedetta.

Mi piace pensare alle moltitudini della nostra diocesi, popolo vero da rievangelizzare e sostenere nella fede in questo non facile momento della storia. Convenire insieme ci permette di dare ancora la nostra piena e gioiosa adesione a Gesù risorto, per affidarci a Lui, soprattutto quando con realismo cristiano ci facciamo consapevoli delle difficoltà che ci attendono. Non abbiamo timore perché è in mezzo a noi il vivente dell’Apocalisse, che celebriamo nei segni e adoriamo nella fede.

Il primo luogo teologico della presenza di Dio è il popolo adunato. È Gesù che ha promesso di essere presente in mezzo a noi, di non lasciarci; è Lui il nuovo Mosè che ci guida, non già dalla schiavitù dell’Egitto alla terra promessa, ma dalle tribolazioni del mondo, alla Città di Dio, mentre attraversiamo con in spalla la gerla piena dei servizi da rendere alla città dell’uomo, come figli corresponsabili del proprio futuro.

L’evento di questo straordinario raduno ci pone innanzi la scelta collettiva di recuperare il cammino interiore, perché ai gesti esterni e pubblici corrisponda la motivazione interiore di cristiani che, nella vita di ogni giorno, vogliono fare un percorso, salire la scala di Giacobbe, avvicinarsi a Dio e ritrovare la qualità e l’identità del Popolo Santo. La Chiesa è il sacramento primordiale della comunione. Se non riuscissimo a vivere la comunione tra di noi, i gesti che compiamo, la divina liturgia, ma anche la nostra stessa presenza nella storia sarebbe pura esteriorità. La fede che rinnoviamo questa sera ci motiva a essere un cuore solo e un’anima sola. L’Eucaristia che si rinnova nel rito, si completa e si estrinseca nella vita, perché lo Spirito di Dio, effuso su di noi è efficace garanzia e caparra di quella perfezione nello Spirito, alla quale tendiamo con fiducia.

Dio è l’autore e il perfezionatore del progetto di radunare un popolo nuovo, anche attraverso la nostra predicazione e la testimonianza che riusciremo a dare. È questa la risposta alla Parola, che è appena risuonata sotto queste storiche volte, con la quale il Signore ci illumina e ci guida nel nostro pellegrinaggio nel tempo. Sappiamo che Dio è presente nelle Divine Scritture, che svelano e attualizzano l’amore del Padre e la salvezza che Gesù ci dona. Pa Parola è efficace, creativa: indica la via verso il Regno, con la novità permanente che lo Spirito suggerisce. A noi è domandato di rispondere alle sofferenze della gente intorno a noi: di mettere con carità apostolica le nostre persone a servizio degli altri. Noi sappiamo che lo Spirito guida la storia al di là del peccato, rendendola storia di salvezza. È questo il ministero rivelato progressivamente dalla Chiesa, se riesce a manifestare la sollecitudine di Dio verso il mondo: “Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna”[1].

La logica dell’incarnazione ci coinvolge. Non siamo una realtà estranea a questa città nella quale vogliamo portare la presenza di Dio. Riusciremo a coinvolgerci con amore verso le necessità della gente, facendoci carico di tutte le responsabilità adeguate al momento presente.

Porteremo il Sacramento per le vie e le piazze, obbedendo all’antico precetto di papa Urbano IV che nel 1864 chiese alle comunità di tutto il mondo di fare vicino Gesù alla gente, di renderlo riconoscibile attraverso l’esercizio che sapremo fare della carità evangelica. È una sfida grandissima non già rivolta verso il mondo intorno a noi, ma rivolta innanzi tutto a noi stessi: saremo capaci in quest’anno di grazia, di far sentire Gesù vicino ai poveri, ai malati, agli emarginati, ai disillusi, a quanti non riescono a ritrovare la via della fede, forse perché fuorviati dai nostri errori e dalla nostra inadeguatezza? Ci riuscirà di essere davvero il segno sacramentale nella sua sollecitudine verso i piccoli, gli umili, i sofferenti? Papa Urbano chiese di non occultare il sacramento nelle chiese, ma di portarlo nella città dell’uomo.

Questa è la sera adatta per chiederci con coraggio quale Chiesa noi siamo? La regola antica di San Benedetto scriveva nullum oratorium sine hospitio: non si mettano su edifici sacri se non con la carità esercitata accanto. Sarebbe una sorta di tradimento del precetto del Signore se noi staccassimo la Divina Liturgia dall’esercizio concreto, vissuto, quotidiano, adeguato ai bisogni della gente. Vogliamo essere accanto a chi ha bisogno.

Uscire dalla Cattedrale per scendere verso San Giuseppino dove alcune donne, delle nostre consacrate per la vita a Dio, servono gli anziani e i malati, vuole essere un segno, la ricerca collettiva di metterci ancora in cammino verso il concreto esercizio della carità in tutta la nostra vastissima diocesi.

Dove si fa Chiesa lodando Dio e servendo i poveri? Quale presenza siamo capaci di assicurare? Una presenza formale, esteriore, paludata, celebrata, o autocelebrata? O ci riesce di convertire noi stessi alla misericordia?

La via dell’incarnazione, dove la Chiesa si è misurata fortemente durante il secondo millennio, ci chiede di fare la nostra parte nei giorni che ci sono donati, perché in essi siamo disposti a ripetere i gesti della carità, segno prodigioso della presenza del Signore. Gesù sarà percepito accanto alla gente se sapremo esercitare le opere di misericordia: dare seguito nei fatti alla Parola annunziata sui pulpiti.

Accanto a dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetti, vestire agli ignudi, alloggiare gli stranieri, visitare gli infermi e anche seppellire i morti, dai cristiani si aspetta in questi frangenti della vita collettiva del nostro popolo un gesto d’amore. Ci è chiesto di essere solleciti verso il bene comune. La fede nella presenza viva ed efficace del Signore in mezzo a noi è la fonte dove attingere rinnovato impegno educativo verso i giovani, sollecita e preparata presenza nelle scuole, qualificata animazione degli oratori, ravvivando con linguaggi spesso per noi poco comprensibili, il dialogo costruttivo con le generazioni che vengono dopo di noi.

La gente del nostro tempo ha una forte sete di Dio, che manifesta spesso in modo non sacrale con la ricerca di senso, riguardo alla molteplicità di proposte che si presentano nel panorama culturale odierno. Questa è la sera adatta per chiederci quale sia la nostra risposta. Cosa rende comprensibile il Sacramento ai nostri contemporanei? È una grande opportunità che abbiamo, uscendo di chiesa con il SS.mo Sacramento: potremo dare ai bambini – mi piace che ci sia una presenza significativa dei bambini della prima comunione – l’opportunità di vedere il popolo di Dio in cammino. La scelta di scendere in strada si dice ad un tempo la ricerca della meta resistendo alla tentazione dell’immobilismo, la pazienza di fare un passo dietro l’altro necessaria per raggiungere lo scopo, l’umiltà con cui abbandonare l’autoreferenzialità, per entrare in contatto con le contingenze che si incontrano: le povertà, le difficoltà del popolo della strada, il contrasto tra le nostre sicurezze e la dimensione dell’incertezza che va considerata nell’incontro con gli altri.

Il gesto che andiamo a compiere con la processione è una sorta di sfida con noi stessi, non già con la città che ci guarda. Il segno primordiale della sacramentalità della Chiesa è la santità. Siamo invece consapevoli di essere noi stessi inadeguati, poveri peccatori. Pur confortati dal nostro essere la compagnia degli Apostoli sappiamo bene che esiste un profondo divario tra il nostro modo di essere e l’ideale evangelico. Professandoci fedeli di Cristo rinnoviamo l’impegno a voler essere santi, ripromettiamo la scelta ad essere alternativi alla banalità del presente, al compromesso che offusca talvolta lo splendore della fede in questa Italia dalle radici cristiane profonde, ma fortemente tentata dal paganesimo rinascente. È la santità della nostra vita che noi promettiamo a Gesù stasera svolgendo i nostri compiti di ministri di Dio intorno al sacramento della Sua presenza reale.

San François Sales diceva alla Chiesa del suo tempo che la santità si manifesta intorno nella preghiera quotidiana. Facciamo nostro l’impegno a riprendere la preghiera, a ripromettere la preghiera. Forti della divina grazia, cercheremo la pratica delle virtù che rendono il mondo più umano, proveremo ad essere maturi nella fede in modo da essere testimoni di un’umanità rinnovata dallo Spirito attraverso la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza.            

Quale popolo esce per le vie della città? Un popolo che ha la certezza che già la vita cristiana è un premio. Vivere da cristiani è già essere donne e uomini veri. Con Gesù in mezzo noi non abbiamo timore. Al suo seguito ci mettiamo, dietro il segno della croce, rinnovando la nostra volontà di uscire dalla superficialità, per andare sulle orme dei santi al seguito di Gesù, per assomigliargli ogni giorno sempre di più, perché gli sfiduciati di cuore possano ritrovare la speranza.

Cattedrale di Arezzo, 7 giugno 2012



[1] Gv 3,16

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