Messa Crismale. Omelia dell'arcivescovo Riccardo Fontana

Cari confratelli nell’Episcopato,
miei amati presbiteri,
figli e figlie della Chiesa convenuti quest’oggi nella Chiesa cattedrale:
il Signore ci dia pace all’approssimarsi della sua Pasqua!

1. Una parola forte su quello che siamo.
Questo è il giorno della consacrazione, il momento per riscoprire la nostra appartenenza al sacerdozio di Cristo, battesimale e ministeriale, a secondo della vocazione che ciascuno dei presenti ha ricevuto come dono. Il sacro crisma e le mani imposte in segno di benedizione e di consacrazione sono gli elementi di questo memoriale che stamani la Chiesa ci chiede di ripetere, all’approssimarsi della Pasqua.
Un’assemblea bellissima si raccoglie quest’oggi nella Chiesa madre. Ricorda con gratitudine la consacrazione ricevuta. Ci facciamo vicendevolmente consapevoli della comune appartenenza al Signore, che ci ha chiamato a seguirlo nei molteplici modi che sono la nostra storia. Tutti ringraziamo Dio per il dono del ministero, anticipando i temi della lavanda che ci vedrà chini questa sera ai piedi del popolo che il Signore ci ha affidato. Le mani alzate a invocare lo Spirito, il crisma profumato dalla poesia della generosità rinnovano in questa Messa la potenza del dono ricevuto e ci invitano a riscoprirne la meraviglia delle folle evangeliche di fronte ai miracoli di Gesù e a rinnovare con letizia l’impegno assunto.
Il popolo di Dio che si esprime nei ministeri qui raccolti è l’offerta monda che presentiamo all’altare, nei segni sacramentali: La pienezza dell’Ordine sacro si ricompone presso la cattedra di San Donato. Siamo accorsi dalle nostre valli per ridire la gioia della consacrazione che si esprime nel sacerdozio e nel servizio. Questa liturgia è il momento in cui con l’episcopato si raccoglie, quasi per intero, il presbiterio e il collegio diaconale. Mi hanno commosso molti dei nostri preti più provati nella salute o avanzati negli anni che mi hanno scritto per assicurare la loro comunione spirituale con questa assemblea prodigiosa, giacchè quella sacramentale è loro interdetta dalle fragilità e dalle malattie: Don Giovanni De Robertis, Don Florido Fanfani, don Carlo Tiezzi hanno fatto da eco a quella porzione sofferente del corpo presbiterale, talvolta persino senza parola come il nostro Vescovo Giovanni D’Ascenzi, che è unito a noi ora nella preghiera di intercessione per il bene di questa Chiesa amata. Don Mario Tedeschi ci ha appena lasciato all’alba di questo giovedì Santo, liberato dalla terribile sofferenza che lo ha provato per quasi tre anni.
Con noi sono in duomo i ministeri laicali della nostra Chiesa aretina cortonese e biturgense: accoliti e lettori, catechisti e animatori della pastorale giovanile, della Caritas, della pastorale della salute; vi sono i ministri straordinari della comunione e gli animatori del dialogo culturale con il territorio. Ci siamo tutti. È la risposta corale della Chiesa allo Spirito del Signore, che davvero è su di noi e sostiene e colma la misura delle nostre inadeguatezze. Al segno del pane e del vino per l’eucaristia, al segno degli Olii Santi e dell’acqua, si unisce l’attenzione verso i poveri e i malati, si aggiunge la presenza di chi nel matrimonio e nella verginità consacrata per il Regno esprime la pienezza della Chiesa e la sua sacramentalità. La Cattedrale oggi anche visibilmente è la madre di tutta la missione della Chiesa e tutti i sacramenti che verranno celebrati nell’anno hanno da qui la loro fonte e la loro origine.
Per noi fatti partecipi del sacerdozio ministeriale del Cristo questo è un giorno davvero speciale, perché ci è chiesto di rinnovare le promesse fatte al momento dell’Ordinazione. Il gesto liturgico rammenta a ciascuno la vocazione che gli ha segnato la vita, dandole senso. La tragica e bellissima parte che ricaviamo dall’Eucaristia è di essere i pastori del gregge di Cristo, legati alla nostra gente dallo stesso legame sponsale che ha Cristo con la Chiesa, ci fa sentire quanto ancora siamo difformi dal modello che Dio stesso ci ha dato. Solo la santa umiltà recupera il divario tra il nostro modo d’essere e il compito che ci è affidato.
La Parola trova stamane presso il pulpito del Duomo quell’ascolto che è la nostra vita nel girotondo dei giorni dell’anno. Qui lo Spirito ci ridona il coraggio di ravvivare la disponibilità al Signore e al suo popolo, perché ancora per un anno, con la grazia di Dio, proveremo a fare di noi stessi il cibo che con Cristo sfama il popolo nel deserto.
Questo giorno è davvero speciale, è un kairos che nessuno di noi vuole perdere. La dimensione ministeriale della nostra Chiesa, raccolta attorno all’unico altare, esprime nella preghiera la gioia e la riconoscenza per i doni di cui lo Spirito ci ha arricchiti. Siamo anche qui per domandare al Signore la Grazia di rinnovarci perché possiamo essere sempre meglio strumenti della sua pace.

2. Alla ricerca del dono della profezia.
Questa divina liturgia è anche il luogo teologico per porci interrogativi fondamentali per la vita della nostra Chiesa e presentarli insieme al Signore, perché ci mostri la via che dobbiamo seguire.
La profezia è dovuta anche a questa generazione, che si misura su perplessità e disaffezioni che non è possibile ignorare o misconoscere. Occorre chiedere al Signore la luce necessaria per intercettare i linguaggi della gente del nostro tempo, che per buona parte battezzata, solo in piccola proporzione riesce ad avvalersi del nostro servizio. Giova forse chiederci perché ci riesce tanto difficile incidere nelle vicende del nostro popolo, per i temi fondamentali della vita e della morte, dell’esistenza in questo mondo e del senso religioso del nostro operare. La fedeltà a Gesù ci impone di misurarci con il mistero di Betlemme e con il Calvario, con il silenzio operoso di Nazareth e con la testimonianza del sepolcro vuoto.
Non possiamo sentirci paghi di alcune letture sociologiche diffuse nel nostro tempo per spiegare la scarsa presa che abbiamo tra la gente: registrano bene il fenomeno e alcune delle sue cause, ma non esauriscono la dimensione soprannaturale della questione. Dobbiamo chiederci perché molti non ricorrono al nostro servizio eppure seguitano a considerarci significativi. Forse altrove il rapporto tra la Chiesa e il mondo si pone in termini diversi dai nostri. Il popolo seguita a stimarci. Anche quando ci critica è perché ci vorrebbe più santi di quello che riusciamo ad essere. Non inventiamoci nemici che non ci sono. Torniamo al dialogo costruttivo con questa società e rendiamo conto delle ragioni che mettono alla prova la vita globale della nostra gente. L’unico vero nemico è lo spirito mondano per cui talvolta è difficile praticare la lezione del Verbo incarnato. A Betlemme Dio scelse di venire accanto alla gente, a cominciare dai più poveri. Durante tutta la vita terrena Gesù si è fatto solidale con l’uomo. Chiediamoci in questo giorno di grazia se mai appariamo una Chiesa disincarnata, lontana dai guai del prossimo, con la tentazione di sedersi sui fasti del passato o ancorata ad una cultura tramontata. Il coraggio di Maria e di Giuseppe che, fidandosi di Dio, accettarono il rischio del nuovo e dell’imprevisto attorno a Gesù nascente è un ideale che ancora affascina.
Il silenzio operoso di Nazareth, dove il progetto di Dio fu di preparare il necessario per l’annunzio del Vangelo e la salvezza, nella pratica delle virtù, nell’unione mirabile attorno al Signore, nella condivisione con le condizioni di vita della gente sembra lontana da quanto appare oggi accanto a noi: non capiamo più i problemi della gente o la gente non capisce noi?
Misurarsi con il dolore è l’esperienza del calvario. Certo il dolore di Cristo in Croce è la cifra di tutti i dolori dell’uomo. Il senso di rassegnazione vanifica il sacrificio della croce, che è sempre redentivo. Noi non abbiamo compiti solo istituzionali, non siamo burocrati del sacro, perché ciò stesso sarebbe un’esperienza del culto pagano. Il motivo del nostro essere e del nostro operare è la santa vocazione a cui rispondere ogni giorno. Tocca a noi cari figli riscoprire e far rivivere la condivisione con tutti quelli che nelle nostre parrocchie soffrono e tribolano. Ci sono anche per noi i Nicodemi, cercatori di Dio nella notte e ci sono i potenti sobillatori della morte di Dio. Credo che l’unico atteggiamento che la Chiesa di Gesù non può tollerare per sé sia quello di tirarsi fuori dalla mischia. Il sacerdozio levitico si è concluso con Gesù. Il sacrificio della croce è già perfetto e non ha bisogno di altro per ottenere la salvezza. Lui è l’unico sommo sacerdote della nuova alleanza. Ci è affidato il memoriale della passione e della resurrezione del Signore nella celebrazione dell’Eucaristia perchè innanzi tutto siamo pastori del gregge di Cristo. Siamo chiamati a proseguire nei tria munera quanto Gesù stesso ha consegnato agli Apostoli. Il nostro compito non si esaurisce nell’ambito rituale del sacro, ma siamo lo strumento di Dio perché la santità fiorisca nel suo popolo.
Ci è chiesto di riconoscere, nella logica della tomba vuota, i fermenti dello Spirito nella vita quotidiana e feriale della gente e di orientare a Gesù ogni persona. Gesù ha dato la vita per amor nostro e chiede anche a noi di dare la vita per il nostro prossimo, per la gente che guarda a questa Chiesa e chiede ascolto e comprensione, aiuto e speranza, ma anche per quella che ancora va evangelizzata e che ci chiede testimonianze forti. So bene che è difficile, che spesso pare di non avere gli strumenti adatti per rimediare il gap della comunicazione con il cuore della gente. Ci sembra spesso di non possedere il linguaggio per far capire agli altri quanto sia bello essere discepoli del Signore.
Anche Pietro nel suo ministero romano, trovandosi nella difficoltà di comunicare con una società così differente da quella in cui fu formato chiese la mediazione del giovane San Marco. Anche a questa Chiesa il Signore offre la vocazione di molti giovani, purché sappiamo offrire loro condivisione e formazione, attenzione e ascolto. Forse saranno loro , come Marco “interpres Petri”, in grado di rammendare lo strappo che c’è tra molte nostre visioni della storia e il reale che deve essere da noi guidato e sorretto con l’ausilio della Grazia.

3. La fede della Chiesa nel Signore che guida la storia
Questa liturgia è il momento che il Signore ci offre per invocare dall’alto, insieme, il coraggio del transito dalle nostre pratiche consuetudinarie, dal nostro modo di vedere il prete e la Chiesa, ad una nuova pastorale, animata dallo Spirito Santo, fedeli agli insegnamenti dei Papi e alla riflessione della Chiesa universale: una Chiesa tutta ministeriale, dove al Vescovo, ai presbiteri e ai diaconi sia riservato il loro compito specifico, condividendo il servizio a quel mondo per cui Dio non ha esitato a sacrificare il proprio Figlio unigenito. So bene che vi è la tentazione di conservare immutato il nostro ruolo, incerti del nuovo, timorosi di venire meno alla prudenza, come quegli esploratori che Mosè mandò avanti per vedere la terra promessa.
Il ricorso ai sacri ministri ordinati per altre Chiese particolari e ricchi di culture molto lontane dalla nostra è una risorsa, se ci fa uscire dalla nostra visione delle cose per aprirci alla Chiesa Universale. È un limite se serve solo a perpetuare quelle azioni consuetudinarie nella nostra pastorale per le quali semplicemente non abbiamo più le forze. Inculturare gli altri è assai difficile come tutti sappiamo e riconosciamo quando si tratta della inclusione sociale delle persone nate altrove e oggi sempre più frequenti in mezzo a noi. Ringraziamo tutti i sacerdoti venuti da lontano per aiutarci. Senza di loro ormai una significativa parte delle nostre parrocchie non avrebbe il ministero sacerdotale. Chiediamo loro però di aiutarci a conoscere usi e modi ispirati dal Signore altrove, nel grande corpo che è la Chiesa di Cristo.
La via d’uscita dallo stallo in cui ci pare talvolta di essere è tornare a valorizzare con tutte le nostre forze la dimensione soprannaturale della nostra storia. La Chiesa è di Gesù: noi siamo solo i suoi amici. Se riusciremo ad essere umili otterremo ascolto. Se ci riuscirà di far passare Lui, anziché le nostre impostazioni e le nostre prerogative storiche, anche questa Chiesa si rinnoverà nel Signore.
Sono convinto che sia necessario soprattutto un rinnovamento interiore, nell’ascolto della Parola, nella contemplazione, nella preghiera. Isaia ci ha ripetuto che lo Spirito del Signore è su di noi. Diamo maggiore spazio allo Spirito. Tocca a noi pastori scrutare l’orizzonte delle coscienze per orientare il popolo al progetto di Dio. Un ritorno provvidenziale a scrutare gli Spiriti, a discernere, a consigliare e orientare al bene è parte del ministero proprio dell’Ordine sacro.
L’ attenzione alle vocazioni sarà la via per riscoprire la santa volontà di Dio. Giova poco parlare del valore della famiglia cristiana, se non si aiuta chi è chiamato al matrimonio a vivere questa meraviglia della Grazia nella sua identità sacramentale. Mancano ai giovani esempi credibili della santità matrimoniale, come Papa Giovanni Paolo II tante volte ha ripetuto. Tocca a noi farli sviluppare nelle nostre comunità parrocchiali, perché tutti vedano e imparino quali meraviglie fa la grazia di Dio.
Dobbiamo farci maggior carico dei candidati al sacerdozio, che Dio ci fa incontrare. Molti giovani sono chiamati al presbiterato, ma trovano difficoltà a fare discernimento. Forse sarà necessario predisporre altri modi per incontrare e discernere nella verità quanti Dio stesso chiama alla sua sequela nel presbiterato. Forse è necessario attivare forme nuove perché i ragazzi si sentano liberi e forti nel rispondere a Dio che chiama. Il discernimento avviene principalmente nella pratica della direzione spirituale. Se i nostri preti non ritrovano tempo per la preghiera e per l’accoglienza della gente vi è il rischio di vanificare l’opera stessa di Dio con le nostre paure e le eccessive prudenze. La singolare scarsità di vocazioni alla vita consacrata, soprattutto nella componente femminile della nostra Chiesa ci deve interpellare particolarmente in questo decennio che i Vescovi italiani hanno voluto attento alla formazione dei giovani.
La Missione della Chiesa è riconciliare il territorio con Dio: la teologia paolina ci chiama a questa missione come prodromo alla stessa Eucaristia. Rimirare e contemplare Cristo in passione è la condizione perché sappiamo riconoscerlo nelle difficoltà spirituali e materiali del nostro popolo e intento a chiederci di fare bene la nostra parte.
Questa è la liturgia della Messa crismale dove tocca a noi ridare fiducia al popolo, ancora nel deserto, perché abbia il coraggio dell’esodo e la volontà di avviarsi verso la terra promessa, fidando sulla Divina Provvidenza e sulla misericordia che Gesù ha ottenuto per noi con il sacrificio della croce.

+++Cattedrale di Arezzo, 21 aprile 2011

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