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Omelia del cardinale Beniamino Stella per la Madonna del Conforto

Cardinale-StellaCon la speranza nel cuore ci riuniamo di fronte al Signore, nel ricordo della sua Santissima Madre, che qui è venerata con il meraviglioso titolo di “Madonna del Conforto”. Esso costituisce un immediato e felice richiamo alla premurosa tenerezza che Dio ha per ogni uomo e che, tanto spesso, passa attraverso la Beata Vergine Maria. Eloquente in questo senso è la scena che il brano di Vangelo appena proclamato ci ha fatto contemplare: morente in croce, Gesù affida, l’uno all’altra, il discepolo prediletto e Maria sua madre, per alleviare in questo modo il dolore di entrambi. Nel momento in cui il dramma era al suo culmine e lo sconforto doveva essere più forte e cocente, prima che si potesse intravedere la luce della risurrezione, l’ultima parola di Gesù per i suoi cari, dai quali si congeda, non riguarda l’abbattimento o la tristezza, o comunque il proprio dolore, ma il conforto di un affetto, e di un affidamento che prosegue.
Questa è la consolazione, di cui il profeta Isaia e l’apostolo Paolo ci hanno parlato nella prima e nella seconda lettura, e che così ben descrive, con parole incisive e indimenticabili, l’immagine del Vangelo. La consolazione di Dio è la consapevolezza che Egli è presente nella nostra vita e non ci ha abbandonato, prima ancora che il suo intervento si mostri in tutta la sua forza. Essa è come l’olio che il “buon samaritano” della parabola di Luca ha versato sulle ferite dell’uomo aggredito dai briganti; quell’olio non è stato il rimedio definitivo o il superamento della sofferenza, ma il segno tangibile che qualcuno si stava curando di lui e che la disgrazia di un doloroso incontro con dei delinquenti, non aveva vinto.
Ai piedi della croce, Gesù ha dichiarato Maria madre del discepolo prediletto, e, in lui, dei discepoli del Maestro di ogni tempo, i quali hanno spesso fatto ricorso alla sua materna intercessione nei momenti di maggiore fatica o paura. E Maria è solita consolare i suoi figli, in maniera discreta, facendosi loro prossima in circostanze semplici e umili, come è stata la povera immagine di terracotta invetriata, annerita dal fumo, attraverso la quale si è manifestata qui per la prima volta.
La città era spaventata dal terremoto e la paura per una sciagura che pareva incombente e inevitabile aveva atterrito tutti; quel piccolo segno – l’immagine di Maria splendente di luce – ha ridato la speranza, è stata come l’irrompere dell’amore di Dio nella vita di persone che si erano abbandonate a un senso di sconfitta o all’inutilità di ogni speranza.
Anche tra noi oggi ci sono alcuni che vivono un momento del genere, feriti da un qualche evento, schiacciati da circostanze della vita, ma tuttavia accorsi qui, davanti a questa immagine di Maria, per ravvivare il lumicino della loro fede, alla fiamma della sua consolazione, come fecero i tre calzolai nel 1796.
La consolazione é l’istante in cui ci accorgiamo che il cuore buono di Dio sta arrivando da noi e che tra breve inizierà a sollevarci. Essa è come la corda lanciata che pende davanti al viso di chi è caduto in burrone; come la luce che si intravede al fondo di un tunnel buio; come le lancette dell’orologio ormai vicine a un momento tanto desiderato; o, soprattutto,  come la mano alzata del sacerdote che sta per donare la misericordia di Dio attraverso l’assoluzione, perché «la consolazione più forte è quella della misericordia e del perdono», come ha recentemente ricordato Papa Francesco (omelia a Santa Marta, 9 dicembre 2014).
Pensando alla consolazione che viene da Dio, anche il male e la sofferenza, che mai ci trovano impassibili, possono essere guardati in una luce diversa, perché solo chi ha sofferto o si è sentito perso, può provare la gioia di sentirsi consolato; solo chi è ferito dal peccato o dalla sofferenza può comprendere la gioia della guarigione. Le ferite del nostro cuore perciò sono un’occasione speciale per sperimentare l’amore misericordioso che viene da Cristo; e le lacrime che rigano il nostro volto, possono preludere al tenero abbraccio materno di Maria, che stiamo invocando e al quale ci abbandoniamo.
Credo che ognuno di noi – a ben pensarci – abbia provato qualcosa del genere in uno o più momenti della propria vita; mentre siamo qui raccolti in preghiera proviamo a far memoria di tutte le circostanze in cui ci siamo sentiti schiacciati dalla vita, scoraggiati e in preda solo della paura o della tristezza, ma…  abbiamo avvertito la consolazione di Dio, attraverso la preghiera, nell’incontro con una persona, in un pensiero che ci illumina, apparso all’improvviso. I doni più grandi spesso Dio li fa in maniera umile e quotidiana.
È importante richiamare alla memoria questi momenti, veri spiragli di luce, per evitare che restino dentro di noi ombre profonde e fitte oscurità, che ci impediscono di farci tenere aperta la porta della speranza. A volte, davvero stranamente per dei credenti, per paura, per sfiducia, e comunque sempre per la poca fede che alberga nel cuore, ci abbandoniamo alla sofferenza, conviviamo ripiegati in essa, come coloro che non hanno speranza, permettendo al nostro cuore di indurirsi, e al nostro orgoglio e alla nostra incredulità, di farci credere che neanche Dio può fare il miracolo.  «Siamo abituati – ha detto Papa Francesco - ad “affittare”, ad ospitare nella mente e nel cuore, consolazioni piccole, un po’ fatte da noi; ma non servono, aiutano ma non servono. Infatti, ci giova soltanto quella che viene dal Signore col suo perdono e la nostra umiltà. Quando il cuore si fa umile, viene la consolazione del Signore e ci si lascia portare avanti da questa gioia, da questa pace» (omelia a Santa Marta, 9 dicembre 2014).
L’umiltà del cuore – non lo dimentichiamolo - è la porta della consolazione e la memoria di essa si trasforma in gratitudine e riconoscenza per il bene ricevuto. In questi luoghi, il popolo confortato da Maria, non solo sconfisse la paura, ma soprattutto visse una nuova primavera dello Spirito e sperimentò la conversione del cuore in un rinnovato slancio di vita cristiana. Lo stesso deve accadere a noi, quando con animo grato al Signore per il bene ricevuto, ci disponiamo a servire i fratelli, i più poveri, i più deboli e persino quelli più antipatici. La gratitudine al Signore la mostriamo poi con la nostra vita, divenendo, a nostra volta, strumenti di quella consolazione che altri hanno portato a noi.
Pensiamoci; nella preghiera possiamo ringraziare il Signore per le persone che hanno consolato noi e farci un esame di coscienza, valutando se noi stiamo facendo lo stesso per qualcun altro. Ho consolato qualcuno questa settimana, questo mese? Ecco una domanda concreta. Cosa porto alle persone che incontro? Solo le mie tristezze e i miei egoismi, o ben piuttosto, ho cura di portare, con una parola ispirata dalla fede, anche la consolazione e la gioia del Signore?
Alziamo lo sguardo a Maria e invochiamo sulle nostre famiglie e sui nostri cari la sua materna protezione, alla quale ricorriamo volentieri. Per sua intercessione, il Signore ci liberi dalla tristezza e ci scuota dall’abitudine alle false consolazioni, ci doni la gioia della fede e ci renda suoi testimoni nel mondo, in quel pezzetto concreto di mondo che ognuno di noi abita, a casa, al lavoro, a scuola, per le vie della città, là dove, illuminati dallo Spirito  consolatore, possiamo dire a noi e agli altri: Signore, confido e mi abbandono in Te.
Maria, Madonna del Conforto, prega per noi.

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