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Festa di San Donato 2016. Omelia dell'Arcivescovo

on 07 Agosto 2016.

Figli e Figlie della nostra Chiesa Diocesana,

Facciamo insieme memoria del Vescovo Donato, che è il segno e la misura della nostra identità collettiva.

1. Il tempo che stiamo vivendo è bello

Si fa sempre più chiaro il sevizio che gli uomini e le donne della terra chiedono alla Chiesa: ridare senso alla vita tornando a raccontare a tutti l’amore che Dio ha per noi e che non nega a questa generazione. La storia che ci è affidata è un prezioso puzzle di molte diversità, di vicende antiche e recenti atte a convergere, nel filo d’oro che la Provvidenza scrive anche attraverso di noi.
Il Martire Donato già nel primo millennio dell’Era cristiana è stato una proposta nell’Europa di quel tempo. Gregorio Magno dice di lui che il Santo aretino porta il programma di vita nel suo stesso nome. Non si può appartenere alla Chiesa di Cristo se non si è donati. Tocca a noi Ministri del Signore ricordare a tutti che alla dimensione alta e soprannaturale della vita si accede attraverso il dono di sè. Giova riproporre ad ogni generazione nova che solo l’amore è capace di dare alla vita di una persona la qualità alta, la “pienezza” che la umanizza compiutamente, come insegna San Paolo1.
Fare memoria del Martire Donato fa porre a ciascuno di noi domande irrinunziabili sul senso dell’esistenza al mondo: “che cosa fai con la tua vita”, “come spendi il girotondo dei giorni che ti è donato”, “cosa più ti interessa, quali sono gli obiettivi che ti poni, con quali mezzi vuoi raggiungerli”.
Chi fa scelte veramente umane si realizza soltanto donandosi o meglio essendo donato ad una persona, ad una comunità, al mondo intero. Ci esprimiamo, infatti, compiutamente solo nella relazione con se stesso, con Dio, con gli altri. Rischiare è una componente inevitabile per chi ama essere libero. Equivale a mettere in gioco le proprie risorse per il bene dell’altro o altra che tu ami, o del mondo intero, secondo un progetto più grande di te. Chi non entra nella logica del dono inevitabilmente si orienta ad inacidire, a sprecare comunque le proprie risorse; si dispone a misurarsi con lo spettro della solitudine, con le fallanze della insicurezza, con l’eventualità di diventare inutile.
Il Martire cristiano è immagine di fortezza e di resistenza, di qualità e di progetto. Il Pastore che questa chiesa oggi ricorda, San Donato Aretino, come lo chiamò tutto il Medioevo, è uno stile di vita, una provocazione a bene agire, una pietra di paragone con cui, a cominciare da me suo CVI successore, ma anche tutti voi, Figlie e Figli, siamo chiamati a misurarci.
Questa di oggi è la festa della generosità, la proposta di una fede che non giarda a sé e al proprio utile, ma al bene degli altri, all’interesse comune.
La Passio Sancti Donati, che un anonimo del VI secolo ci ha lasciato raccogliendo la voce di questo popolo, ricorda due vicende che sono esemplari anche oggi. La cieca Siranna fu una aretina giovane e bella rimasta vedova, piena di soldi, convinta di non avere bisogno di nessuno, di essere in grado con le sue risorse economiche di poter comprare tutto. Abbacinata dalla sua utopia, poco per volta si accorse di non vedere più ciò che aveva intorno. Ricorreva a medici e a rimedi sempre più costosi, ma non le riusciva recuperare la prospettiva delle cose. Spese molto, ma in vano. Mentre, delusa si lamentava del mondo, il piccolo bambino che le era rimasto unico tesoro della sua famiglia le chiese di andare con lui da prete Donato, sull’alpe di Poti dove viveva il Santo Monaco Ilariano. Siranna si rifiutava. Finalmente cedette alle insistenze del figlio. Andò da San Donato che le spiegò la logica della carità, l’amore di Dio, la vicenda di Cristo crocifisso per noi e la aiutò a recuperare “la luce d’ambo gli occhi”, come dopo secoli la cantò San Pier Damiani2.
Certamente nessuno ad Arezzo ignora la storia di quel calice infranto dalla cattiveria della gente, che Donato, con le sue preghiere e il suo ingegno riuscì a recuperare quasi tutto per potere dire ancora la Messa. Quel calice è Arezzo, infranto dalle divisioni della gente, dove ogni parte resta inutile perché da sola, dove occorre una grande perizia di ogni Vescovo aretino a rimettere insieme i cocci e una preghiera costante perché Dio faccia gioire ancora questa città. Oggi è il giorno giusto perché quanto meno proviamo ancora, se Donato ci aiuta, a fare lo stesso.
Cari aretini se non ritroviamo il gusto della generosità, l’interesse per il bene comune: non sarà che salveremo le nostre Istituzioni e il futuro dei nostri giovani, con il gossip diffuso e maligno, Meno retorica e più concretezza. Chi ha potere si metta in gioco perché, pezzo dopo pezzo, non si sparpagli il prezioso contenuto della nostra storia, della dignità di questa generazione. Presto si torni a mirare finalmente al bene comune, con umiltà e meno egoismo, con più coraggio e realismo, recuperando la volontà di non lasciarci svendere

2. Due nuovi preti per la nostra Chiesa

Caro Don Luca che ti ho visto crescere nella tua vocazione, caro Don Pietro che ci sei arrivato come un dono, questa sera la Chiesa mi chiede di ordinarvi preti. Volentieri mi metto all’opera, promettendovi di fare la parte mia, ora e in seguito. Avete addosso gli occhi di una generazione intera: siatene responsabili. Questo tempo in cui cominciate il ministero è un’occasione propizia che vi è offerta per uscire dai commenti sterili e cominciare a fare la parte vostra, partecipi del sacerdozio di Cristo.
Innanzitutto vi chiediamo di essere uomini liberi, a schiena dritta, umili e forti, sapendo che sarete significativi se curerete la vostra qualità personale, più che il successo che riuscirete a raccogliere.
Ci riproviamo insieme. Questa Chiesa ha conosciuto preti bravissimi che ora pensiamo in cielo accanto al Signore, non inoperosi, ma attivi nella preghiera perché il fascino del Ministero che li ha sorretti per una vita passi a voi due.
C’è un segreto da rivelarvi. Ricordate ogni giorno che l’unico vero sacerdote è Gesù; l’unico Santo è lui. Noi siamo come il mallo delle noci, che non è sempre gradevole prendere in mano, ma se tu lo maneggi arrivi con un po’ di forza a gustare il frutto dolcissimo su cui,, caro Casentinese, il tuo conterraneo scrisse l’inno di San Giovanni dando finalmente ordine alle note musicali.
Occorre puntare in alto. Non mi confondete la preghiera con le devozioni. Imparate da i nostri grandi: Romoaldo, Francesco e poi Bonaventura. La preghiera è il dialogo che deve esserci ogni giorno con il Signore, sennò posso fare tutti i segni liturgici che volete, ma preti con ci diventate, giacché lo si fa ogni giorno nell’ascolto della Parola di Dio, che va interiorizzata nel silenzio, senza paura di rimanere davanti al tabernacolo un tempo conveniente per essere in compagnia del Signore, come ci insegna Teresa la Grande nell’autobiografia.
Quello è il luogo dove si cresce e non c’è bisogno di esteriorità, ma di imparare a pregare, giorno dopo giorno. Non vorrei che succedesse anche a voi che avete frequentato quotidianamente Firenze, venendo dall’autostrada per andare a scuola, come a quell’omino di bronzo di Michel Folon, che usa come ombrello un getto d’acqua e non riesce mai a bagnarsi, perché l’acqua gli score addosso: lui è impenetrabile. Non fate lo stesso con la preghiera.
Sant’Agostino, anche per il sacramento dell’Ordine ripete “accedit verbum ad elementum et fit sacramentum - Si unisce la parola all'elemento, e nasce il sacramento ...” 3. Attenti, figli. Se la Parola non arriva al cuore di chi vuole ascoltarla non ottime nessun cambiamento. Se un prete si fa quotidiano ascoltatore della Parole che proclama, prima che giovare agli altri, giova a sé stesso, o meglio, giova agli altri solo se, crescendo ogni giorno con la Parola di Dio, diventa sacramento del suo sacerdozio. Il cammino del cristiano descritto da San Bonaventura è un percorso obbligato anche per noi. Non basta la sequela di Cristo, occorre imitarlo. Se ti poni onestamente nell’imitazione di Gesù, poco per volta avviene anche per noi la “conformatio”.

3. Il ministero sacerdotale nel tempo che stiamo vivendo

Passando ieri pomeriggio per Altopascio, ho visto ancora una volta, la torre dei “Fratelli Pontieri”, cioè della compagnia medioevale che, per secoli, si propose di ricostruire i ponti che i barbari avevano infranto. Mi è tornato alla mente quanto il mio vecchio Arcivescovo di Pisa mi aveva insegnato quando entrai in seminario: “se vuoi diventare un buon prete, devi essere anche te un costruttore di ponti”. Nelle relazioni si manifesta il tesoro che oggi vi consegno come in uno scrigno di pietre preziose.
Cercate di capire ogni giorno quale è il vostro ruolo dentro la comunità umana. La persona è come la Luna. Per risplendere ha bisogno della luce del Sole. Senza Dio si resta al buio. Sotto le antiche meridiane spesso sta scritto: “Sine sole sileo”. Un cristiano, tanto più un prete, se non è illuminato da Dio, non ha niente da dire. Se avrete il sapore di Dio nel vostro comportamento, ancor prima che nelle vostre parole, sarete efficaci. Un’omelia di Sant’Antonio di Padova dice: “Tacciano le parole, parlino i fatti”4.
Quali sono i nostri “fatti”, cari confratelli che questa sera diventate preti? Innanzitutto non crediate mai di poter fare tutto da soli. Un antico detto latino recita: “sacerdos propter populum”. Il sacramento dell’ordine non è per vostro compiacimento né tanto meno, perché ne riceviate onore. Siete ordinati al servizio del popolo di Dio: siatelo davvero. È un servizio che va fatto in comunione sia con il Vescovo che con gli altri preti, costituendo così il presbiterio: con la stima che avrete gli uni verso gli altri, con la confidanza che avrete con me e con i miei successori, che è l’anima dell’obbedienza.
Siete ordinati per questa Chiesa Diocesana dove, uniti al successore degli apostoli, andiamo incontro a Cristo che viene. Affrettiamo il passo verso la Gerusalemme del Cielo, la città dei Santi dove, da stasera diventa vostro compito portare tutte le persone che incontrerete.
La Chiesa sussiste nella dimensione Diocesana, in comunione con il Vescovo. La comunità che vi verrà affidata, la Parrocchia, l’unità pastorale sono concretizzazioni di quella Chiesa Diocesana della quale, da stasera, diventate solerti operai per il regno dei cieli. L’antico modo anche aretino di chiamare il tuo campo di azione “agellum”, da cui il toponimo “gello” è il luogo del tuo agire, della tua responsabilità personale senza che tu possa esimerti dalla sollecitudine per il resto della Chiesa.
L’evangelista Luca, che mai chiama dottrina il Vangelo, per esprimere la Chiesa si avvale dell’avverbio “insieme”: non lo dimenticate mai, neppure quando agire di concerto con gli altri è faticoso.
Il segno che non sarete fuori strada nel vostro agire da ministri del Signore, ce lo offre Gesù stesso: “i poveri saranno sempre con voi5”. Se non avrete i poveri accanto a voi, andateli a cercare per essere preti veri. Senza la carità non c’è Chiesa.
Vi affido questa sera i tre grandi compiti che ho ricevuto: aiutatemi ad insegnare il Vangelo a tutti, a mostrare la via della Santità a ciascuno, ad indirizzare quanti incontreremo perché incontrino il Signore quando passerà la scena di questo mondo. Noi siamo chiamati a fare come il Buon Samaritano, a sanare le ferite del prossimo, ad alleviarne le fatiche, a farci carico gli uni degli altri. Luca e Piero: con l’aiuto di Dio siate preti buoni e misericordiosi!

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